Two poets is megl che uàn
03
MAGGIO
2010

Mirabile coincidenza. Due poeti compiono oggi ottanta anni a poche ore e a un emisfero di distanza; ma a ben guardare, le prime non sono che la conseguenza del secondo. Di tale sincronia natale, o perlomeno di una metà di essa, si è accorto il quotidiano Pagina/12 che ha intervistato per telefono la metà di sua pertinenza e ha istigato alcuni colleghi letterati agli omaggi un po’ smaccati, e a volte involontariamente comici, qui appresso tradotti. Ma torniamo ai due neo-ottuagenari. Quello boreale è poeta della parola parlata, del dialogo e quindi dell’ascolto, della mano tesa al nemico perché cambi. E’ un libertario, un fautore della democrazia diretta, un combattente non violento per i diritti umani, un difensore degli ultimi, una delle voci dei senza voce. Tutti gli dobbiamo riconoscenza illimitata: si chiama Marco Pannella e oggi festeggerà il suo compleanno insieme ai detenuti del carcere di Bolzano. A lui vada il nostro brindisi con appropriato liquido paglierino. L’altro, quello australe, è invece poeta per iscritto. La sua parola è insieme ferita e cicatrizzante, abisso e ranuncoli. Anche lui è un libertario, un combattente per i diritti umani e, in condizioni ancora più difficili delle nostre, un affilato critico del dominio. L’orrore l’ha visto dritto in faccia, eppure ha continuato a scrivere. Forse basterebbe questo per ammirare Juan Gelman, se non fosse che molta della sua poesia ci fa presentire il mondo glorioso che prima o poi conquisteremo. Auguri dunque a entrambi, e anche a noi: volesse il cielo che un giorno non lontano riuscissimo a essere, se non proprio altrettanto vecchi, almeno altrettanto giovani.

 

 
L'età della poesia  

Il tempo psicologico di alcuni lettori è uno strano animale che non si muove. Se ne sta inerte, o così sembra, mentre veleggia con la memoria su un pugno di testi vivi che, curiosamente, congelano il ciclo vitale dello scrittore. Costui, per questi lettori, soffre di una specie di sindrome di Peter Pan, da persona che si rifiuta di crescere. L’età, stanca o impercettibile che sia, trasloca nelle periferie dell’essere. Importa poco e niente. Si sottrae alla realtà, o almeno alla realtà di quei lettori. Poi all’improvviso arriva la notizia di un compleanno e si rimane a bocca aperta dall’entità del numero. O a occhi sgranati, tondi come la cifra. Juan Gelman compie oggi ottanta anni. Anche se ci si rifiuta di crederlo, il tempo passa. Forse, a incoraggiare questo specie di ateismo cronologico, è il poeta stesso, con una faccia che dimostra meno anni di quelli che ci si aspetta da un ottuagenario.
Il ragazzo Taquito, soprannome derivatogli dai colpi di tacco che il piccolo tifoso dell’Atlanta tirava nel barrio di Villa Crespo, sta cercando di capire, per quella mania che ha l’età di venire a bussare ogni anno alla sua porta, cosa voglia dire avere ottanta anni. In Messico, dove risiede, li festeggerà “come capita” insieme a sua moglie Mara e a sua nipote Macarena. La sua voce indomabile e fraterna sottrae importanza alla festa. Rifugge le pompe, i fuochi artificiali, la solennità. Però sa che molte coppe di lettori, di amici e di tanti figli spirituali in giro per il mondo si leveranno per celebrare il poeta argentino più amato e riconosciuto. Uno che continua a scrivere, nonostante “la signora”, la poesia, richiesta da molti pretendenti, “non mi visiti tutti i giorni. Né posso chiamarla o invocarla. Viene quando vuole lei”.
Nel suo ultimo libro, ci sono delle poesie in cui si avverte il sentimento di “orfanità”. Attraverso le capricciose ragnatele del tempo ci si sente orfani. Nella poesia di Gelman ci stringe l’insufficienza; leggiamo in un suo verso che la disperazione, saggiamente, tace tra le sillabe. “L’insufficienza è quella della lingua e dei suoi limiti; in questo mondo soffriamo di molte orfanità; di una vita vera, prima di tutto”.
Juan è stato via. E’ andato a Lisbona a presentare la traduzione portoghese di Sotto una pioggia estranea, illustrata dalle acqueforti di Carlos Alonzo. A Santiago de Compostela è stato insignito “Scrittore Galiziano Universale”; a Madrid ha presenziato al Premio Cervantes ricevuto dal messicano José Emilio Pacheco, al quale sono caduti i pantaloni fino alle ginocchia proprio mentre stava entrando al Paraninfo dell’Università di Alcalà de Henares; lì ha tenuto una conferenza a dieci anni dalla morte del poeta spagnolo José Angel Valente.
“Sotto processo perché cerca di giudicare i crimini di lesa umanità?”, ha scritto il poeta in un articolo sul Paìs in cui esprime stupore per il procedimento del Tribunale Supremo di Spagna contro il giudice Baltasar Garzòn. “Non c’era nessun altro al mondo disposto ad ascoltare le denunce dei crimini commessi dalla dittatura argentina”, ricorda Gelman che aveva incontrato per la prima volta il magistrato nel 1997. Dopo anni di investigazioni, il poeta è poi riuscito a localizzare sua nipotina Macarena nel marzo del 2000. In quell’occasione, ha denunciato i repressori della dittatura uruguaiana che avevano assassinato la nuora di Gelman e rubato Macarena. La speranza di giustizia si è spenta; invece, la fabbrica del terrore e dell’oblio sta funzionando su grande scala, scavalcando le frontiere, spazzando via la memoria di centinaia di migliaia di familiari. “In Argentina ci sono giudici che violano continuamente i diritti della gente, i diritti umani internazionali, la morale e l’etica comune”, avverte il poeta. “Ma Garzòn non appartiene certo a quel genere lì, e perché lo si metta sotto processo proprio non si capisce.” Comunque la si giri, la faccenda sfugge alla comprensione. “Non lo si capisce in America Latina, né nel resto del mondo”, aggiunge.
Nel discorso al Premio Cervantes, Juan ha messo in guardia sugli sbagli di coloro che affermano “che bisogna rimuovere il passato, che non dobbiamo avere occhi nella nuca, che è necessario guardare avanti senza riaprire le vecchie ferite. Ma perché, oggi, attraverso i grandi mezzi di comunicazione si torna a proclamare la retorica della riconciliazione? Abbiamo o no imparato qualcosa dall’orrore della dittatura? Mi viene da pensare che sia l’arretramento della domanda di giustizia, o addirittura il vuoto di giustizia, così ben rappresentato da certi giudici, ad autorizzare questa predica di riconciliazione. O la stanchezza di chi, da trenta anni a questa parte, ha lottato strenuamente contro gli abusi e le mistificazioni dei governi nazionali. Purtroppo questa lotta non è mai stata sentita dalla maggioranza della società argentina. No, mai”, conclude il poeta.
“Colui che sempre mi osserva l’essere/ è altro, disperso, estraneo. Detta la sua lezione/ da una strada dove non sono mai passato...”, si legge nella poesia Sentirlo molto del suo ultimo libro. Il processo poetico, afferma Juan, è paragonabile all’esperienza mistica perché in entrambi i casi l’individuo esce da sé stesso. Ma Gelman sa che bisogna anche immergersi nell’interno del sé, per ripulirsi dal male fino “ad arrivare a un’espressione più vera di sé stessi nel mondo”. L’infanzia, quel treno di un solo passeggero, irrompe con i ricordi, “molto frequenti negli ultimi tempi”. E tranquillamente enumera le apparizioni: “La strada sterrata di Canning/Scalabrini Ortiz, il lattaio con vacca al seguito, la moltitudine del funerale di Gardel proprio sotto casa mia, i litigi con mia sorella, l’affetto di mio fratello maggiore, la raccolta di carta stagnola a sostegno dei repubblicani spagnoli, quando pettinavo mia mamma, i suoi capelli blu dal tanto erano neri, i silenzi di mio padre, il football stradale con la palla di stracci, i dribbling con i tram... insomma molte cose. Non li cerco, questi ricordi, mi arrivano da soli. A folate.”
Se “ogni libro è obbedienza a una particolare ossessione che cerca di esaurirsi”, Gelman non si esaurisce mai, sempre estrae un nuovo coniglio dal cilindro “per far bello l’abisso”. Fa tremare il linguaggio, il verso, la sintassi, le certezze. Sempre esposto alle intemperie. Forse le schegge di questi tremori sono quelle postulate in Resti: “Quando la lingua si dimentica del linguaggio/ si affacciano i resti notturni./ Che cosa ci fa lì la parola/ trascinata a pensare i secoli tristi?”. “L’ossessione è la medesima: la persecuzione del nome che non ha nome”, sottolinea Juan, “con la forza del collo piegata sulle proprie lacerazioni”. Non dovrebbe sorprenderci che un poeta arrivato agli ottanta anni sostenga in Strano strano che “Strana è la poesia/ Un poema che inizia/ con gli ordini del giorno, prosegue/ in ciò che non si vede”.
La lingua non basta a dire il suo lavoro. Il poeta sa di inciampare sempre nella stessa pietra. L’esperienza non serve; scrive di notte e muore in ogni riga, in ogni istante. Gli ostacoli non lo paralizzano, anzi: sono il pane quotidiano, stimolo per lottare con i fantasmi. Gelman ha trovato nella poesia un modo di vivere. “Poesia, affrettiamoci/ prima che l’oscurità sia completa”. Ma non è nichilismo. “C’è una piccola luce, dentro di ognuno, un lungo lavoro”, un’impresa, la sua, che dura da più di cinquanta anni. “I neologismi nascono per necessità, non per volontà”, spiega Gelman. “L’evoluzione che rilevo dai miei primi componimenti è che ogni volta uso meno neologismi”. Ma quali fantasmi arrivano alla lingua, al singhiozzo muto? “I miei compagni uccisi, l’ingiustizia sociale, la miseria, i bambini che muoiono di malattie perfettamente curabili, le felicità perdute... e molti altri. Un lungo inventario che ritorna sempre...”
L’unica pergamena che ancora gli manca è quella del Premio Nobel. Non ci pensa al Nobel di tanto in tanto? “Sì. Penso a quelli che l’hanno ricevuto senza meritarlo e quelli che lo meritavano e non l’hanno ricevuto, come Borges.” Ma perché nel suo ultimo libro ritorna ancora al tema del balbettamento? “Chi lo sa... Forse sono le mie poesie a tartagliare...” E allora auguri, Juan, indispensabile poeta che fai bella la vita!
Molti anni fa, su una parete del suo primo appartamento, Miguel Gaya scrisse con un pennarello una poesia di Gelman. “Quando ci fu l’urgenza di abbandonare quella casa, necessità allora piuttosto comune, non volli lasciare ai miei persecutori quei versi di Juan. Così li cancellai grattando l’intonaco con un cacciavite, senza sapere che così facendo li stavo registrando nel mio corpo. Li porto tuttora con me: per questo Gelman non è poetica e non è politica, ma è un modo di stare nel mondo”, dice il poeta nato nel 1953 e membro del gruppo Onofrio per una Poesia Disincarnata. Alejandra Correa lesse per la prima volta Gelman venti anni fa. Il libro era Interruzioni II, pubblicato da José Luis Mangieri. “Allora sapevo ben poco di Gelman. Per me non era né un militante politico in esilio, né uno scrittore impegnato e nemmeno un membro del giro grosso. Era soltanto un poeta presente nella biblioteca di un amico. Mi avvicinai con la curiosità del novellino che non sa di imbarcarsi in una spedizione alla conquista dell’universo di un altro”, confessa la poetessa nata in Uruguay nel 1965 e che da tre anni risiede a Buenos Aires. Correa cercava una risposta su suo padre, ucciso a Buenos Aires quando lei aveva otto anni. “Non posso dimenticare la sorpresa che mi produsse Gelman con quel libro in cui mi diceva: Tu non eri zoppo/ Lautremont/ il fatto è che hai lasciato l’Uruguay/ e ti è cascato un pezzo che/ suona il piano e non ti fa dormire. In questa poesia che Gelman dedica a Onetti, dove cita lo scrittore franco-uruguaiano Isidore Ducasse conte di Lautremont, ho trovato la Grande Risposta: quella che si dà senza sentire la domanda. Gelman è il maestro che mi ha guidato senza volerlo quando io ero appena un’analfabeta.
“Cè un prima e un dopo per certi scrittori confessionali, intimisti e politici che hanno avvertito la forza centrifuga dell’opera di Gelman”, afferma Fabian Casas. “Ma per fortuna, la poesia argentina non è catturata da una sola sensibilità, da un’unica percezione. Che scrivevano insieme a Gelman c’erano molti grandi poeti come Bignozzi, Giannuzzi, Pizarnik, Leonida Lamborghini, Girri, Madariaga”. Quando aveva ventun anni l’autore de Il Salmone intraprese un viaggio in America Latina fino all’Amazzonia. “Nel mio zaino, che diventava sempre più piccolo, portavo un esemplare dell’opera poetica completa di Gelman. Molti anni dopo, Gelman stesso mi ha detto che quell’edizione era piena di errori. Per me persino gli errori erano geniali. Avevo comprato quel libro in una libreria di Salta, con i soldi che avevo preso vendendo i miei stivali di gomma al gestore del campeggio. La cosa curiosa è che quel gestore fu arrestato due settimane più tardi perché rubava nelle tende dei clienti. Perché mi aveva pagato gli stivali se avrebbe potuto rubarmeli? Non lo so, ma grazie a quel denaro ho letto Gelman per la prima volta”.
Mario Arteca, poeta di La Plata nato nel 1960 e autore di Guatambù, La stampa di un opuscolo e Bestiario bulgaro, ha letto Gelman agli inizi degli anni 80. La poesia era Maria la serva in un’antologia intitolata Canto alla distruzione. “Quella poesia di Gelman è stata come una mazzata. C’era una ossigenazione del linguaggio quotidiano che mi ha sconvolto. Mi ha depurato del lirismo che mi intossicava a quel tempo. Prima, tutto quel che scrivevo profumava di Neruda. Mi fece capire che non era sufficiente”. Invece, il primo libro di Gelman divorato da Ignacio Uranga, classe 1982, è stato Colera Buey. “Mentre lo leggevo avevo degli spasmi fisici che mi inducevano a distogliere lo sguardo e respirare a fondo. Penso soprattutto alla poesia Cesare che finisce proprio con le parole Mi hai insegnato a respirare. Sentivo che i versi mi saltavano addosso e che mi stavo scontrando con un mondo”, sottolinea il poeta che ora vanta un esemplare con firma autografa. Nel Colera c’era Giocattoli. “L’ho letta e riletta fino a farla diventare mia, tanto che mi capita spesso di recitarla mentre cammino per strada. Le parole di Gelman sono colpi d’ascia affilati dall’amore. Lo stesso Gelman è un colpo d’ascia nella letteratura”.
Gaya segnala che Gelman stabilisce le proprie regole in relazione al linguaggio; regole che permettono di scegliere, o di creare, come diceva Borges, i propri predecessori. “Gelman sfida gli eredi e gli epigoni perché ogni suo libro fa esplodere le regole anteriori, fedele a un impulso più che a un proposito. Quello che succede è che non appena qualcuno riesce a penetrare una poesia, a decifrarla, Gelman si immerge di più nel suo spessore, e le sue voci rendono conto di una nuova presa, di un ulteriore frutto da mordere della lingua madre”, osserva l’autore de I poeti selvaggi. L’opera di Juan è un bosco dove regna una musica ancora senza nome, incarnata in parole ridotte al puro osso. La sua poesia ha sollevato un vento che ha portato via con sé innumerevoli persone, le ha dotate di voce e identità, e questo è quanto di meglio si può augurare un poeta. Mi azzardo a dire che fra alcuni secoli, quando di nessuno di noi importerà più niente e la parola Argentina chissà che cosa mai suggerirà, le poesie di Gelman parleranno per noi”, auspica il poeta.
“Gelman è una prova del fuoco per chiunque voglia scrivere”, ammette Uranga. “Due cose mi ha fatto vedere: l’incatenamento dei suoni e la cesura dei versi; quest’uomo ha un orecchio privilegiato” - pondera l’autore di La lei vera che si sta per pubblicare in Messico con prefazione di Gelman. “Ma ci sono altre cose, molto più importanti. Intendo l’umanità, la dignità di Gelman e mi viene in mente quella sua frase sul dolore generante vita. Prima leggevo Gelman e mi chiedevo come facesse; ora lo so: bisogna aver amato molto per riuscirci. E dentro il verbo amare, si sa, c’è quel seme che deve morire per dare il frutto. La poesia di Gelman mi insegna ad amare”. “La cosa straordinaria di Gelman”, riflette Arteca,” è la maniera in cui chiude i conti con la decade del ’60, i suoi due libri cardine della letteratura argentina. Le traduzioni apocrife che chiudono Colera Buey, più I Poemi di Sidney West e in seguito l’apparizione di Favole nel 1971, mostrano un Gelman padrone assoluto di un sistema di falsi parlanti, che utilizza scenari microscopici, catalizza generi deformati, e crea una poesia che pur non sfuggendo al posizionamento politico, ricerca nuovi formati per rivoluzionare la scrittura”. Rodolfo Edwards dice invece che Gelman “si allontana definitivamente dalla tribù per addentrasi nella metafisica tribale: un atteggiamento che ha mantenuto fino ad oggi”. Si tratta quindi di un’operazione stilistica profonda.
Ogni volta che Arteca pensa a quel meccanismo, ricorda l’immagine di una poesia: “Sei in me come il legno nel bastoncino”. “E’ qualcosa che viene reiterato in molti testi, una sorta di estrema condensazione del dolore, del dolore affettivo, che mortifica proprio perché è profondo, perché arriva all’osso. Però da questo carotaggio, Gelman estrae un’idea di bellezza. Legno nel bastoncino, dal generale al dettaglio. Questa è l’innovazione di Gelman”, argomenta il poeta. “Gelman ha pensato che fosse meglio far ruotare il linguaggio orale sulla sintassi, fino alla sua liquefazione, per poi renderlo intraducibile e infine utilizzarlo per una nuova cosmogonia del verso”, afferma Arteca. “Così facendo, propone una poesia che superi la sua mera capacità comunicativa. Non più veicolo, ma risorsa, artefatto reso contagioso dalla lingua. E’ una dichiarazione di principio ed è anche ciò che lo separa dall’estetica degli anni ’60 e nello stesso tempo lo promuove ai decenni successivi, decenni in cui il suo lavoro sarà tutta una formulazione di inquadrature del linguaggio e della sua impossibile realtà.
L’anno scorso è stato indimenticabile per Uranga. Con La lei vera fresco di stampa ha partecipato a un festival di poesia in America Centrale dove ha incontrato Gelman. Gli ha dato il suo primo libro “con molto imbarazzo”. Quando pochi giorni dopo è tornato a Bahia Blanca, è quasi svenuto al trovare un messaggio di Juan che gli chiedeva: “Mi dai il tuo numero di telefono che ti chiamo? Vengo a Buenos Aires e vorrei che ci trovassimo”. E si sono trovati, ovviamente. “Sono andato a Buenos Aires. Mi aspettavo che arrivasse all’appuntamento in taxi o su un veicolo particolare. Mai mi sarei immaginato di vederlo spuntare dalla metropolitana”, rivela ancora sorpreso da quella apparizione. “Abbiamo camminato un bel po’ e preso un caffè. Discorsi lunghi: filosofia, se il male è o no connaturato nell’uomo... Mi ha colpito il suo costante umorismo, la semplicità, la voglia di imparare. In metropolitana gli era capitato un fatto divertente. Il treno era pieno e un ragazzo che voleva scendere gli ha detto: permesso, Juan. Ed è sceso. Mentre me lo raccontava, moriva dal ridere”, ripassa Uranga. “Prima di separarci mi ha ringraziato di essere venuto fin lì, mi ha detto che per lui era un onore. Visto che umiltà?”, ricorda, ancora commosso, il giovane poeta. “Se per caso stai leggendo queste parole, caro Juanito, tre cose ti voglio dire: grazie per tutto, ti voglio bene e ridi fino a fartela addosso!

© Silvina Friera

 

 
Lunga vita alla sua giovinezza  

E come posso farmi scappare l’opportunità di parlare ancora di Juan Gelman? A sessanta anni si sa che compierne ottanta non significa niente, l’età te la danno gli altri, così uno sorride mentre l’accetta e si sbraccia nell’immenso come a venti... solo che ora l’immenso lo vede. L’immensità della vita è alzarsi tutte le mattine per viverla, è l’immensità della poesia che è schiva e di cui non si può sapere nulla, se viene o no. Di fronte a ciò, Gelman reagisce come un bambino di fronte a una realtà sempre nuova. Ci sono quelli che smettono di scrivere, quelli che si ripetono e quelli che ti sorprendono con qualcosa di mai pensato prima. Costoro rimangono vivi nella scrittura, la poesia li resuscita ogni volta come fossero poeti senza età. A questi ultimi appartiene Gelman. Se uno che lo ha letto nei primi anni ’60 e poi più, ritornasse a leggerlo ora nei suoi ultimi libri, vedrebbe che quel Gelman è un altro. Chi invece è nato dopo, cominci pure da dove vuole, lo sentirebbe sempre altrettanto contemporaneo e misterioso come un qualsiasi giovane non toccato dal bronzo dei premi. Perché il poeta conosce l’anonimato e il segreto della poesia, sa che è vivo solo quando trova qualcosa che non aveva mai trovato prima e sembra quasi non avere gli strumenti per rappresentarlo, così che nella realtà di un poema che è il suo linguaggio, pensiero ed emozione possano ballare un nuovo ballo. Questo è Juan Gelman a ottanta anni: lunga vita alla sua giovinezza...

© Diana Bellessi

 

 
Impronte di Villa Crespo  

Certe volte penso che la coscienza di Juan si chiami Alfredito, quell’amico di barrio che aveva insegnato a tutta la ghenga a ballare il tango. E qui dire barrio significa alludere a una matrice inaugurale. Nel marzo scorso, mentre camminavamo per Villa Crespo, Juan mi diceva che se c’è stato qualcosa di determinante nella sua vita, è stato proprio questo barrio: “Mi ha marcato come persona e immagino mi abbia marcato anche per tutto il resto”. La relazione impronta-barrio può sembrare ovvia, anche se ciascuno la vive a modo suo. Mi ha colpito il fatto che Juan, arrivato quasi a ottanta anni, abbia ratificato con enfasi quello spazio, zona di apertura, iniziazione, apprendistato, in molte discipline che vanno dalla milonga, ai dadi, al bigliardo, all’amore. Sarebbe bello analizzare quali sono le cose di barrio che sono arrivate al fraseggio delle sue poesie: sicuramente la gestualità porteña, l’ironia brusca, la maniera di porre le domande o di rivolgersi al prossimo, le modulazioni e le locuzioni popolari che danno ad alcuni dei suoi testi un tono di conversazione. Nelle pieghe di tutto questo c’è Alfredito, colui che aveva insegnato alla ghenga come si cammina al ritmo di milonga, il figlio della venditrice di polli al mercato, il professore esigente che sfidava tutti a ballare nello spazio di una sola mattonella. “Però l’unico che ci riusciva era lui”, ricorda Juan. Confesso di aver utilizzato questa immagine - usuale nell’ambito calcistico nel definire un giocatore che si muove bene nell’area del portiere - per esprimere un’idea sulla sua poesia: quella capacità di scartare il farraginoso e risolvere la faccenda in una sola mattonella. Il modo che ha di condensare il ventaglio delle sue ossessioni in un punto nominato “vuoto incessante”, quel suo centellinare che lo porta, come ha notato Roque Dalton “a dire le cose una volta per sempre”. Sicuramente, tra le braccia di coloro che stanno salutando Juan, ci sono anche quelle di Alfredito, l’amico spettinato dal passaggio di una fuori serie che continua a spalancare le porte tra un’immaginazione generosa e l’urgenza di ciò che vale la pena. Quell’Alfredito del piccolo reticolato di Villa Crespo che trasmette in una qualche maniera il mandato segreto al poeta, il quale, giorno dopo giorno, “si siede al tavolino e scrive”.

© Jorge Boccanera

 

 

 

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