| Consigli per gli acquisti |
22
novembre
2008 |
Giorno più che mai adatto, quest’oggi 22 novembre Santa Cecilia, per parlare di musica. Cominciamo intanto col dire che, stando a Wikipedia, il motivo per cui Cecilia sarebbe diventata la sua patrona (sua della musica) deriva da un errore di interpretazione. Nell’antifona di introito - qualunque cosa questa cosa sia - della sua messa (sua di Cecilia), c’è un canto in latino che recita:
Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat...
Che tradotto vuol dire:
Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore...
Nell’Alto Medioevo, affinché il testo avesse uno straccio di senso, si era deciso di ambientare la scenetta durante il banchetto di nozze di Cecilia: mentre gli strumenti musicali profani agivano in background, lei cantava a Dio il suo assolo interiore... con l'accompagnamento dell'organo! Per questo, il cosiddetto Gotico Cortese del XV secolo raffigurava la santa con un piccolo organo portativo a fianco, quello che si suona con una mano sola.
In realtà i codici più antichi non riportano questa lezione dell'antifona, bensì
Candentibus organis, Caecilia virgo...
Gli "organi", quindi, non sarebbero strumenti musicali, ma strumenti di tortura, e l’antifona descriverebbe Cecilia che
tra gli strumenti di tortura incandescenti, cantava a Dio nel suo cuore...
Niente banchetto di nozze, bensì momento di martirio. Un blues ante-litteram, insomma, con imprecazioni di Cecilia e musica originale di Abu Ghraib.
A propagare una volta per tutte l’equivoco acustico, attraverso scuole, associazioni e periodici a lei dedicati, ci pensò poi il Movimento Ceciliano, sorto nel XIX secolo e diffuso in Italia, Francia e Germania. Gli aderenti intendevano restituire dignità alla musica liturgica sottraendola ai malefici influssi del melodramma e della musica popolare.
Per restituire invece dignità alla musica popolare, sottraendola ai malefici influssi della liturgia, sono usciti alcuni dischi e libri di cui vi consigliamo l’acquisto, previa lettura di quanto segue.
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| Il babau del tango |
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Se andate a casa di un qualunque musicista di tango degno di questo nome e sbirciate nella sua discoteca, troverete di sicuro, e molto consumati, i dischi dell’orchestra di Horacio Salgàn. Sono gli stessi dischi che con altrettanta sicurezza non troverete nei furbissimi archivi digitali di ballerini e deejay. Dichiarati chissà perché e chissà da chi “non ballabili”, e quindi non idonei al mass-market del tango, quei tre long-playing RCA sono stati per cinquanta anni oggetto di culto per chi il tango lo ascolta soltanto. Non so in base a quali calcoli editoriali, ma sta di fatto che li hanno rimessi in commercio da un paio di settimane. Fatevi un favore e procurateveli.
Nel 1926, Julio de Caro compone “Guardia Vieja”, un tango dedicato a Marcelo T. de Alvear. Nel ritornello, tutti gli strumenti suonano nel loro registro più grave. Il violinista, tanto per stemperare l’atmosfera horror, sussurra: Mamma mia, sta arrivando il babau! Lo frase scherzosa è rimasta nell’incisione. Anche nelle intricate poliritmie di “Chiclana” - registrato con Los Virtuosos (il fratello Francisco al piano, Elvino Vardaro all’altro violino, Carlos Marcucci e Ciriaco Ortiz ai due bandoneòn) - ci sono eloquenti segnali destinati a coloro che sceglievano il tango per oggetto di solo ascolto. Di più: si suonavano cose soltanto per l’ascolto. Nonostante si sia poi continuato a discutere al lungo se la danza sia o meno separabile dalla “tanguidad”, fin dall’inizio il tango lo si è fatto anche per essere solo ascoltato. E se c’è un musicista che incarna questa tensione e che simboleggia come nessun altro questo tango astratto, costui è Horacio Salgàn. Come anche altri, Salgàn vale più per quel che rappresenta che per quello che è in realtà. Per questo risulta imprescindibile ascoltare uno degli esiti più brevi, schivi e squisiti della musica di tradizione popolare argentina, e cioè le prime registrazioni effettuate tra il 1950 e 1953 dalla seconda formazione dell’orchestra, dopo che la precedente, con Edmundo Rivero, non era nemmeno riuscita a incidere un solo tema. Rispettato persino da coloro che non lo amavano - cosa che non successe a Piazzolla, per esempio - Salgàn è davvero il musicista allo stesso tempo più stimato e meno famoso che ci si possa immaginare. Dopo quei 32 temi registrati per la RCA, con Horacio Deval, Angel Diaz e il debuttante Roberto Goyeneche come cantanti, ne vennero degli altri per la TK, un’etichetta oggi scomparsa e, con un intervallo di altri dieci anni, pochi altri ancora, sempre con Rivero, per la Philips. Questo è tutto ciò che esiste della sua orchestra. E quel che è peggio è che di questo poco non si trovava quasi più niente. Nelle eccellenti note di copertina che accompagnano l’attesa riedizione, Federico Monjeau sottolinea la sovrapposizione dei piani orchestrali negli arrangiamenti di Salgàn e la maniera in cui questi incapsulano, ad esempio, “Recuerdo” di Osvaldo Pugliese. Anche l’organico dell’orchestra è degno di nota, perché spingendosi oltre Troilo, prevede non uno ma un’intera fila di tre violoncelli e addirittura un esotico clarinetto-basso, qui utilizzato per rinforzare la mano destra del bandoneòn. Il piano, poi, è sempre di un’estrema eleganza. Altro elemento di qualità pressoché insuperabile è la flessibilità ritmica dei suoi caratteristici accelerati e smorzati repentini. Poi, naturalmente, i cantanti. Diaz è un artista maiuscolo e la sua interpretazione di “Una carta” è esemplare. Goyeneche, da parte sua, in tutti questi quattro tanghi per la RCA, ma soprattutto nella sua magistrale interpretazione di “Alma de loca”, ha cantato come poche volte prima e quasi nessuna dopo si è cantato un tango
© Diego Fisherman
Pagina /12, novembre 2008 - trad. Marco Castellani
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| Un Atahualpa su misura |
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Un giorno Atahualpa Yupanqui stava passeggiando sugli Champs-Elysées quando vede Pablo Neruda seduto al tavolo di un bar, mentre fa colazione con caffè e brioche. “Come va, dottore?” gli dice. “Così come mi vede, don Ata: mangiando il duro pane dell’esilio”. Questo è uno degli aneddoti più o meno veri che negli anni ’70 circolavano tra gli esiliati argentini a Parigi. Ce ne sono anche altri su Mercedes Sosa e, naturalmente, Astor Piazzolla. Devono storielle di questo tipo entrare nelle biografie scientifiche dei grandi personaggi? Dipende, come giustamente nota Cristian Vitale nell’articolo qui sotto, dal tatto storico dell’autore. E a quanto pare, Sergio Pujol che ha scritto “La Biografia” di Atahualpa Yupanqui pubblicata da Emecé, ne è dotato eccome.
Progettare la biografia integrale di una figura tanto tempestosa come quella di Yupanqui è quanto meno un’impresa complessa. Ci saranno quelli che ne faranno un dio senza bemolli, ci saranno quelli che lo demoliranno a colpi di mazza. Anche solo una fredda analisi della sua vita e della sua opera, di volta in volta sublime o mal condotta, provocherà reazioni simili. Ognuno lo passerà sotto la sua lente d’ingrandimento personale e ne ricaverà un Yupanqui su misura, limandone via le parti fastidiose. Da tali premesse, Sergio Pujol ne esce elegantemente vittorioso. Con tatto e pazienza, lo storico e critico musicale ha elaborato un racconto che mai, in 350 pagine, si lascia andare all’arbitrio. Anzi: la sua è una sintesi che riesce a mettere sempre nella giusta luce la lunga vita di uno straordinario viaggiatore, con migliaia di ammiratori e quasi altrettanti detrattori.
Ognuno col suo Yupanqui, dunque, perché l’autore lascia la porta aperta a tutti. I dati empirici, basati su testimonianze, lettere, interviste e articoli dello stesso Atahualpa, fluiscono in quanto tali, senza filtri né seconde intenzioni editoriali. Parlando di detrattori, si avrà un Yupanqui peronista che, nonostante il “gorillismo” della prima ora, riconobbe i meriti di un governo che aveva promosso il folklore come valore nazionale, fino ad allora monopolio del tango. Si avrà un Yupanqui comunista che, nonostante la rottura del ’52 e l’espulsione per indisciplina e conseguente persecuzione a base di carcere, maltrattamenti e denunce, percorse la pampa e le montagne dell’Europa Orientale e dedicò una canzone al Che Guevara (Nada màs). E si avrà un Yupanqui conservatore che a Parigì coltivò l’amicizia con Julio Alsogaray, il militare che aveva buttato fuori a spintoni Illia dalla Casa Rosada, e che pure festeggiò il golpe del 1976 con una lettera mostruosa alla sua terza moglie Nenette: “Finalmente sono arrivati gli uomini dell’Esercito. Ora noi criollos possiamo tornare a respirare l’aria antica e sacra di una vita di pace e di lavoro, con i bambini a scuola e la tranquillità nel cuore”.
Così contraddittorio e opportunista fu l’uomo che quest’anno compirebbe cento anni, se una complicazione coronarica non l’avesse stroncato il 23 maggio 1992 in una stanza d’albergo a Nimes. La biografia non l’esalta e non lo diminuisce agli occhi del mondo, ma lo mostra come era davvero: brillante, scontroso, solitario, poligamo, amaro, asceta, fumatore, riservato. Un dongiovanni giramondo che ha avuto figli con tre delle sue donne (Maria Alicia, Lia e Nenette), che ha finito per rompere male con le prime due al punto di abbandonare i figli, litigare con sua madre Higinia e accumulare dolori per le sue canzoni. Una specie di Woody Guthrie creolo, secondo Pujol, che rinnegava sempre il nuovo. Un dottore in solitudine, ammiratore di Gardel, per cui i Beatles erano il simbolo della gioventù traviata, la Misa Criolla di Ariel Ramirez un’aberrazione, i giovani del ’68 protagonisti di una catastrofe e Mercedes Sosa una buona cantante folk incoerente con gli ideali comunisti che diceva di abbracciare. Nemico frontale del boom del folklore negli anni ’60, poche sono, a guardare bene, le grandi idealità di cui Yupanqui abbia potuto sostenere lo sguardo. Una, innegabile, è quella dell’impegno a favore dei popoli originari del Sud America. Nonostante sia sempre stato un ammiratore di Sarmiento, esistono fin troppe prove del suo dar voce ai senza voce. “In quasi tutto il suo canzoniere, la vita era carica di pesantezza. Una pesantezza inamovibile, oltre ogni volontà umana. Di modo che quando emergeva qualche motivo per celebrare la vita, lo custodiva come un tesoro”, scrive ancora Pujol. In conclusione, questa biografia ci presenta Atahualpa Yupanqui nella sua vera dimensione, non perfetto né detestabile. E con la sua divina chitarra, le sue alpargatas nere, i suoi calzoni da gaucho e tutte quelle sue belle milongas, zambas e vidalas che non si cancelleranno mai nell’immaginario popolare argentino.
© Cristian Vitale
Pagina/12, novembre 2008 - trad. Marco Castellani
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| Barzellettieri d'Argentina |
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Don Nobody, El gaitero de Texas, Gino Bonetti, Alain Debray, Icaro Onicivlam... molti sono gli pseudonimi sotto cui Horacio Malvicino si è guadagnato la pagnotta nel mondo della musica commerciale. In quello del tango, invece, è sempre rimasto fedele al suo, anche adesso che a quasi ottanta anni d’età si è fatto pubblicare un libro di aneddoti su Astor Piazzolla. Libro che viene a integrare, e talvolta a ripetere parola per parola, il pettegolo “Loco loco loco” di Oscar Lopez-Ruiz. Strano che sempre chitarristi siano i compilatori degli scherzi di Piazzolla. Perché di questo tratta “El Tano y yo”: dei tremendi, sgradevoli, unilaterali scherzacci di un capocomico che sa che non glieli si può restituire. Ecco allora Astor che tira le salsicce sulla giacca nuova di Mario Francini, nasconde un gatto vivo nel bandoneòn di un collega, entra in macchina nel patio di un “telo” snidandone gli amanti clandestini a colpi di clacson, si compra un bastone elettrico - il famoso scioccastronzi di Pulp Fiction - e lo prova su un malcapitato cameriere. Vecchie e nuove barzellette per intrattenere l’uditorio di un dopocena senza appesantirlo con disquisizioni musicali. Ne manca una, però, dal repertorio, ed è quella in cui Piazzolla riceve una telefonata dalla Società degli Autori in sciopero: “Vieni anche tu Astor. Ci siamo tutti tranne te”. E Astor: “Già che siete lì, approfittatene per studiare”. Già, perché Piazzolla, ogni tanto, componeva qualche tango e suonicchiava il bandoneòn.
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| Il grande tango alla Fenice |
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Lunedì 26 gennaio 2009, alle ore 20, quasi 25 anni dopo il leggendario concerto del 15 marzo 1984, César Stroscio tornerà sul palcoscenico del Gran Teatro La Fenice di Venezia. E lo farà alla testa del suo Trio Esquina per l’occasione accompagnato dal Cuarteto Libra. In programma il vero “tango nuevo”, quello di Piazzolla, Rovira e dello stesso Stroscio. Un appuntamento davvero da non perdere. Altrettanto non posso dire dell’incontro o conversazione pubblica intitolata “L’ultimo tango di Borges” che si terrà alle 18 presso le Sale Apollinee della Fenice: accanto ad illustri studiosi quali Paola Bruna e Ernesto Franco, è riuscito a intrufolarsi anche il nostro collaboratore Marco Castellani. Più spiegazioni nella prossima newsletter. Intanto:
www.societavenezianaconcerti.it
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