- Vede, - mi fa notare il professor
Agamben, mio illustre dirimpettaio - il campo di concentramento è il nuovo nomos biopolitico del pianeta, la matrice nascosta dello spazio politico
in cui viviamo. Quando lo stato di eccezione diventa la regola, ecco
che nasce il campo. Qui il potere non ha di fronte a sé che
la pura vita biologica senza alcuna mediazione.
Il “qui”, fortunatamente, è altrove. Nel nostro campeggio
vige un ordinamento giuridico a cinque stelle. Così almeno sta scritto
sui reticolati: tra noi e il potere, qui, ci sono le sue brave mediazioni.
- I campi non nascono dal diritto ordinario e meno che mai, come pure si potrebbe
credere, da una trasformazione e uno sviluppo del diritto carcerario, ma dallo
stato di eccezione e dalla legge marziale. La base giuridica degli internamenti
nei lager nazisti era la Shutzhaft...
- La Shutzhaft? - bluffo io - Intende dire la legge prussiana del 4 giugno
1851 sullo stato d’assedio, poi estesa a tutta la Germania nel 1871?
- Una bella sparata per farsi la bocca.
- Sì, proprio quella. Letteralmente: custodia protettiva
- Allora è meglio evitare di dargli delle idee... - alludo ai nostri vicini
trevigiani che tendono l’orecchio alla minima inflessione barbarica. Io
e il professore costituiamo l’unica enclave italo-parlante nella sospettosa
tendopoli padana.
- Non ce n’è bisogno. Pensi al Velodromo di Vichy, al campo profughi
spagnoli nei cui pressi è morto Machado, o alle attuali zone d’attente negli aeroporti internazionali, alle gated
communities statunitensi, o ai nostri
Cpt. Anche gli stadi e certe periferie assomigliano sempre più a dei campi
in cui nuda vita e vita politica entrano in una zona d’assoluta indeterminazione.
Intanto gli altoparlanti annunciano in due lingue che domani ci sarà la
disinfestazione. Se non vogliamo farci avvelenare, dobbiamo chiuderci all’interno
dei nostri container padronali e ritirare panni stesi, basilichi e timi. I cani
non serve: sono già vietati dal regolamento.
Passa la Sorveglianza a controllare i braccialetti. I nostri vanno bene: siamo
Blu, Ospiti Fissi. I Verdi, invece, sono i Giornalieri Paganti, i Gialli gli
Orari Gratis. Da due giorni stanno braccando un Giallo che ha prolungato illegalmente
il suo soggiorno cronometrato. Sembra che l’occhio elettronico l’abbia
rilevato nel block dei rodigini.
- E lei come mai è qui dentro, professore? - cambio discorso - Ha nostalgia
per la vita nomade o postula le scomodità stanziali?
- Questo camping è uno dei pochi posti ancora esenti dai festival di
tango. Stando alle notizie che pur trapelano dalla folta peluria di riserbo
che li ricopre...
Gli altoparlanti poliglotti tornano a gracchiare:
- La disinfestazione sarà preceduta dall’esibizione di Toni Minareto
e Signora, finalisti del Mundial di Tango Argentino categoria Turbo-Folk e
viceversa...
Ci scambiamo un’occhiata significativa:
- Non bisogna dar retta a tutto quello che i blog di tango non dicono...
- Beh, se non altro ci risparmiano lo stage...
- ... cui seguirà una lezione di prova gratuita nel locale stireria. E
già che ci siamo, una cosiddetta milonga. Sono ammesse solo coppie di
ambo i sessi, anche provenienti da altri camping, ma non i signori Nudisti.
- Niente Braccialetti Rossi?... Ma così ci perderemo la specialità della
nuda vita: il voleo centrale a piedi uniti.
- Per quel che mi riguarda non mi iscrivo, che imparo di più. Sono molto
progredito da quando non conosco Minareto.
- Altrettanto non possono dire i suoi allievi... Il tango nuevo è floscio
come la manica di un mago.
Un colpo di sirena lungo ci avverte del coprifuoco. Poi tre colpi brevi: latrine
in zona Cesarini.
- Hanna Arendt ha osservato una volta che nei campi emerge in piena luce il
principio che regge il dominio totalitario e che il senso comune si rifiuta
ostinatamente
di ammettere e, cioè, il principio secondo cui tutto è possibile.
Sono il segno dell’impossibilità del sistema di funzionare senza
trasformarsi in una macchina letale.
- Basta vedere cos’è successo al G8 di Genova. La più grande
sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della
seconda guerra mondiale, secondo Amnesty International.
Il professore annuisce:
- Dobbiamo aspettarci non solo nuovi campi, ma anche sempre nuove e più deliranti
definizioni normative dell’iscrizione della vita nella Città.
- I campi realizzano stabilmente l’eccezione - faccio finta di aver capito.
Come a scuola.
Gli altoparlanti trasmettono delle scariche elettrostatiche familiari: è Tanturi.
Toni Minareto starà ripassando la sua esplosiva prestazione. Fra poco
la conta e poi via, tutti in branda. Si accendono le spie degli infrarossi.
Resta una sola gaffe da fare, e la faccio:
- Lei che è di Roma e pure ha un’istruzione, - scandisco le parole
guardando dritto in macchina - sapeva che Lunfardo, letteralmente ladro e delinquente,
viene dal gergo romanesco dell’Ottocento? Lumbardo, ossia lombardo: dunque
i criminali vengono dal nord...
Anche il professore strizza l’occhio alla telecamera:
- Certo... Ma questa marcetta non è “Er Canaro en Paris”?
Jean
Fajean
Estratti da “Mezzi senza fine” di Giorgio Agamben
© Bollati Boringhieri 1996
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In vacanza bisogna aiutarsi con letture
appropriate. Quest’anno, oltre ai libri del professore Agamben, mi sono
portato tra i disagiati volontari anche “Se questo è un
uomo” di Primo Levi. Volevo “capirlo”, finalmente,
a tanti anni di distanza dalla lettura scolastica e obbligatoria;
non essendo altro, l’obbligatorietà ai buoni libri,
che una forma più democratica e benintenzionata di censura.
E si sa che di buone intenzioni, di Decreti Sicurezza e di Shutzhaft sono lastricate le strade che conducono ai lager.
Di solito si attribuisce a “Se questo è un uomo” un
valore di testimonianza che prevale sui suoi meriti artistici. Lo
stesso Primo Levi ha sempre dichiarato di aver voluto dare un taglio
quasi giuridico a una semplice relazione di fatti accaduti. Dello
stesso avviso è stata la casa editrice Einaudi che ha rifiutato
per dieci anni la pubblicazione dell’ennesimo libro di “memorialistica
del lager”. Credo invece, come già diceva Pindaro, che
a questo mondo niente duri a lungo se non raggiunge il fiore della
poesia. Lo stesso Dio deve tutto a Bach. Dunque, se oggi un nodo
ci prende alla gola e sentiamo crescere dentro di noi la rabbia e
l’indignazione per quel che è stato fatto ad Auschwitz
e viene tuttora fatto alla “nuda vita” nei numerosissimi
campi moderni, lo dobbiamo soprattutto a opere di letteratura come
questa e non già agli atti del processo di Norimberga.
Saranno allora la strizza al cuore che la scena “drammatica” ne “Il
canto di Ulisse” procura, e la sinistra risonanza tra quella
macchina disumana e questa “invisibile” di oggi, a
giustificarne la pubblicazione qui sotto. Speriamo soltanto che
Primo e Dante,
il cui endecasillabo ho sfigurato nel titolo, possano perdonare
l’accostamento
della loro grande “combination”, come dicono
i Dj di reggae, con una piccola scuola di tango che sta per riaprire.
Appeso
con una mano alla scala oscillante, mi indicò:
- Aujourd’hui c’est Primo qui viendra avec moi chercher
la soupe.
Fino al giorno prima era stato Stern, il transilvano strabico;
ora questi era caduto in disgrazia per non so che storia di scope
rubate in magazzino, e Pikolo
era riuscito ad appoggiare la mia candidatura come aiuto nell’Essenholen,
nella corvée quotidiana del rancio.
Si arrampicò fuori, ed io lo seguii, sbattendo le ciglia nello splendore
del giorno. Faceva tiepido fuori, il sole sollevava dalla terra grassa un leggero
odore di vernice e di catrame che mi ricordava una qualche spiaggia estiva
della mia infanzia. Pikolo mi diede una delle due stanghe, e ci incamminammo
sotto
un chiaro cielo di giugno.
Cominciavo a ringraziarlo, ma mi interruppe, non occorreva. Si vedevano i Carpazi
coperti di neve. Respirai l’aria fresca, mi sentivo insolitamente leggero.
- Tu es fou de marcher si vite. On a le temps, tu sais -. Il rancio si ritirava
a un chilometro di distanza; bisognava poi ritornare con la marmitta di cinquanta
chili infilata nelle stanghe. Era un lavoro abbastanza faticoso, però comportava
una gradevole marcia di andata senza carico, e l’occasione sempre desiderabile
di avvicinarsi alle cucine.
Rallentammo il passo. Pikolo era esperto, aveva scelto accortamente la via
in modo che avremmo fatto un lungo giro, camminando almeno un’ora, senza destare
sospetti. Parlavamo delle nostre case, di Strasburgo e di Torino, delle nostre
letture, dei nostri studi. Delle nostre madri: come si somigliano tutte le madri!
Anche sua madre lo rimproverava di non sapere mai quanto denaro aveva in tasca;
anche sua madre si sarebbe stupita se avesse potuto sapere che se l’era
cavata, che giorno per giorno se la cavava.
Passò una SS in bicicletta. E’ Rudi, il Blockführer. Alt, sull’attenti,
togliersi il berretto. - Sale brute, celui-là. Ein meinz gemeiner Hund
-. Per lui è indifferente parlare francese o tedesco? E’ indifferente,
può pensare in entrambe le lingue. E’ stato in Liguria un mese,
gli piace l’Italia, vorrebbe imparare l’italiano. Io sarei contento
di insegnargli l’italiano: non possiamo farlo? Possiamo, anche subito,
una cosa vale l’altra, l’importante è di non perdere tempo,
di non sprecare quest’ora.
Passa Limentani, il romano, strascicando i piedi, con una gamella nascosta
sotto la giacca. Pikolo sta attento, coglie qualche parola del nostro dialogo
e la
ripete ridendo:
- Zup-pa, cam-po, ac-qua.
Passa Frenkel, la spia. Accelerare il passo, non si sa mai, quello fa il male
per il male.
... Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto
in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora.
Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da
tanto.
... Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa
di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la
Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il
contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia.
Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:
Lo maggior corno
della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
Pur come quella che il vento affatica.
Indi, la cima in qua e in là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Mise fuori la voce, e disse: Quando...
Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso:
povero Dante e povero francese! Tuttavia l’esperienza pare prometta
bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce
il termine appropriato per rendere “antica”.
E dopo “Quando”? Il nulla. Un buco nella memoria. “Prima
che sì Enea la nominasse”. Altro buco. Viene a galla qualche
frammento non utilizzabile: “... la pietà Del vecchio padre,
né ‘l
debito amore Che doveva Penelope far lieta...” sarà poi esatto?
...
Ma misi me per l’alto mare aperto.
Di questo sì, di questo
sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché “misi
me” non è “je me
mis”, è molto più forte e più audace, è un
vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una
barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto:
Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte
si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai
che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.
Siamo arrivati al Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi.
Ci dev’essere
l’ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori della trincea. Mi
fa un cenno colla mano, è un uomo in gamba, non l’ho mai visto giù di
morale, non parla mai di mangiare.
“Mare aperto”. “Mare aperto”. So che rima con “diserto”: “...
quella compagna Picciola, dalla quale non fui diserto”, ma non
rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario
viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza,
sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato
che un verso, ma vale la
pena di fermarcisi:
... Acciò che l’uom più oltre
non si metta.
“Si metta”: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la
stessa espressione di prima, “e misi me”. Ma non ne faccio parte
a Jean, non sono sicuro che sia una osservazione importante. Quante altre cose
ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino.
Ho una fretta furibonda.
Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che
tu capisca:
Considerate la vostra semenza
Fatti non foste a viver come bruti
Ma per seguir virtute e conoscenza.
Come se anch’io lo sentissi
per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di
Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.
Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto
che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più:
forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre
e frettoloso, ha ricevuto
il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli
uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che
osiamo ragionare di
queste cose
con le stanghe della zuppa sulle spalle.
Li miei compagni fec’io
sì acuti...
.... e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante
cose vuol dire questo “acuti”.
Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile. “... Lo
lume era di sotto della luna” o qualcosa di simile; ma prima?...
Nessuna idea, “keine
Ahnung” come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato
almeno quattro terzine.
- Ça ne fait rien, vas-y tout de même.
... Quando mi
apparve una montagna, bruna
Per la distanza, e parvemi alta tanto
Che mai veduta non ne avevo alcuna.
Sì, sì, “alta
tanto”, non “molto alta”,
proposizione consecutiva. E le montagne, quando si vedono di lontano...
le montagne... oh Pikolo, Pikolo, dì qualcosa, parla, non
lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno
della sera quando tornavo in treno da Milano
a Torino!
Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non
si dicono. Pikolo attende e mi guarda.
Darei la zuppa di oggi per saper saldare “non ne avevo alcuna” col
finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli
occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio.
Mi danzano per il capo altri versi: “... la terra lagrimosa
diede vento...” no, è un’altra
cosa. E’ tardi, è tardi, siamo arrivati alla cucina,
bisogna concludere:
Tre volte il fe’ girare con tutte l’acque,
Alla quarta levar la poppa in suso
E la prora ire in giù, come altrui piacque...
Trattengo Pikolo, è assolutamente
necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come
altrui piacque”, prima che sia troppo tardi,
domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più,
devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario
e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco
che io stesso ho visto ora
soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del
nostro destino, del nostro essere oggi qui...
Siamo oramai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida
e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti
si accalcano alle
spalle. - Kraut und Rüben? - Kraut und Rüben -. Si annunzia
ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: - Choux
et navets. - Kàposzta és
répak.
Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso. ©
Primo Levi “Se questo è un uomo”
Edizioni Einaudi, Torino
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