La Commediola Umana
02
DICEMBRE
2007

Dopo l’ossuto Novembre, ecco che sta per terminare la lunga rincorsa del calendario. Fra poco ci sarà il salto, e con esso la bellezza dei progetti, l’onestà dei propositi. Prima però, vogliamo concederci un’ultima minacciosa promessa, in modo che i nostri lettori possano ascriverne il mantenimento sul bilancio delle disgrazie di quest’anno, senza gravare su quello del prossimo. Le battigie del 2008 devono essere sgombre, i trambusti del cielo procrastinati il più possibile. Non è gran cosa, questo ormai è il nostro stile, ma è pur sempre un segno di delicatezza che speriamo venga apprezzato da chi si prende la briga di leggere i nostri polpettoni. Stiamo infatti per entrare nel nono anno di pubblicazione e, grazie a un duro lavoro, siamo passati dal completo anonimato a non essere conosciuti da nessuno, o quasi. E’ questo quasi che vogliamo meritarci e ringraziare; il nessuno vada pure a quel paese. Dunque, da questo schietto pulpito ci impegniamo solennemente a pubblicare il quindicesimo numero della Tangueros Quarterly Review entro e non oltre i confini del 2007. Abbiamo già il titolo, La Commediola Umana, e gli articoli. Cosa manca? Non sta noi a dirlo. Scriveteci: come il nostro maestro Arthur Cravan vi assicuriamo che tutto ciò che riceveremo ci farà ridere. Parola di direttore.

The Tangueros Quarterly Review n.15 - La commediola umana

Salvate il soldato Verón di El Moplo
Reduce dal particolare trionfo della Carmen di Londra e con la schiena ricoperte di medaglie, ritorna tra noi Pablo Verón, l’unica rockstar del tango argentino. Viene solo, naturalmente: nella coppia di tango così come la concepisce lui, la sua metà basta e avanza. Ne approfitta El Moplo per dare un’occhiata a quel che c’è dietro a questo fenomeno; a parte le medaglie..

El Gato sul tetto che scotta di Tj Locatelli
Molti sono i felini del tango. Chi di noi non ha mai avuto la tremarella davanti alle pose del Tigre o cercato di appurare se la gamba destra del Gato della Ideal è davvero di plastica? Il nostro felino preferito rimane però questo qui. Leggiamone il ritratto che gli ha fatto il suo amico Locatelli.

Addetto allo sfarzo di Marco Castellani
Già da sette mesi ha lasciato le piste terrene il grande milonguero Gerardo Portalea, uno degli ultimi esponenti dello stile di Villa Urquiza. Marco Castellani, suo estimatore, lo ricorda così.

A Evaristo Carriego di Jean Fajean
Di ballerini che si esibiscono sulla musica di A Evaristo Carriego, nella versione di Pugliese, ce ne sono di più che al mondo gomme lisce e chiavi perse. E, ci verrebbe da dire, le affinità non finiscono qui. In uno dei suoi tipici articoli che abbinano invenzione e pretese scientifiche, il direttore della nostra rivista ripercorre le tracce di questo tango plebiscitario, nella musica e nella danza.

Cos’è un popolo di Giorgio Agamben
Musica popolare, danza popolare, cultura popolare, partito popolare, popolo di qui, popolo di là. In questi tempi se ne fa un gran parlare, ma cos’è esattamente un popolo? Leggiamolo in questo saggio di uno studioso che di popolare purtroppo non ha quasi niente. Ed è meglio così.

Newton a Pompeya di Marco Castellani
Alla milonga tutti conoscono e hanno sentito vociare Pedro Alberto Rusconi alias Tete (senza accento e terza t). E’ un ballerino istintivo, di grande talento naturale e ha spesso ragione da vendere sul rapporto tra musica e danza. Ed è anche un personaggio a suo modo picaresco, del tutto degno di chiudere la nostra Commediola Umana.

TQR n.15 - in imminente pubblicazione

 

 
Il Tao del tango  

Era más blanda que el agua / que el agua blanda
Homero Exposito

Questo articolo deve essere accompagnato dalla colonna sonora. Clicchiamo allora sull’epigrafe e mormoriamo quella strofa - e anche le seguenti, se le sappiamo - sentendo, pensando alla dizione di Goyeneche. Si tratta di questo, di un esercizio della miglior musica interiore partendo dalle parole dell’altro Homero. Perché Homero Exposito è uno dei grandi parolieri del tango e anche l’unico che, parafrasando Gardel e fuor di paradosso, ogni giorno scrive meglio. Si ascolta meglio, voglio dire. Meglio di quando era vivo e persino meglio di quando questi versi li scriveva. Un’assoluta meraviglia come Naranjo en flor, che compie sessanta anni dalla registrazione di Floreal Ruiz con Troilo, ma che ha dovuto aspettare le pause e l’enfasi del Polaco di vari decenni dopo perché le sue parole gocciolassero nelle orecchie tutta la loro dimensione poetica. In qualche modo, l’opera di Homero Exposito, come quella folklorica di Manuel Castilla, è sfasata. Ed è così perché Homero tutto sommato è arrivato tardi - era del 1918 e aveva poco più di venti anni negli anni quaranta, quando Manzi, Cadicamo e Discepolo erano al loro apogeo - e, nello stesso tempo, è arrivato troppo presto; le sue “tracce del color del mate amaro” e la notte che “dipingeva le occhiaie alla rete, alla siepe e al vecchio balcòn” erano sembrate, in quel momento, immagini eccessive. Il fatto è che era davvero strano, Homero; anche per quella decade e mezzo di prodigiosa creatività tanguera - che è stata anche quella del suo apogeo personale - dalla fine degli anni trenta fino a poco più in là del 1955. L’itinerario di Exposito come compositore di primo piano si svolge in quel periodo. Sempre scrive bene, senza rete né pudori. Nei primi anni di lavoro, quelli della seconda guerra mondiale, cioè quelli della transizione conservatori-governo militare-primo peronismo, ha prodotto titoli come Farol, Tristezas de la calle Corrientes, Flor de lino, Pedacito de cielo, opere maestre composte insieme a compagni generazionali, giovani come lui - suo fratello Virgilio, Chupita Stampone, Francini, Pontier, Maderna - e che non assomigliavano a quasi niente di ciò che si scriveva a quel tempo. E negli ultimi anni, quelli che sono seguiti alla Libertadora, è lo stesso, stavolta in competizione con il rock e in lotta con il tango sclerotizzato: Sexto piso, Afiches e Maquillaje sono liriche, oltre che bellissime, assolutamente rivoluzionarie.
La differenza tra i due periodi è che mentre Percal, Qué me van a hablar de amor e Yuyo verde hanno coinciso con il momento di maggior auge del tango, sono state subito registrate dalle migliori orchestre e hanno riempito le radio, la sua produzione dell’ultima metà dei ‘50 è passata pressoché inavvertita: i versi “Crudele nel cartello / la propaganda manda / crudele nel cartello...” o “ no, non è cielo, e non è azzurro / né è vero il tuo candore / né infine la tua gioventù...” praticamente non vengono registrate da nessuno in quegli anni. La tana Rinaldi ha riscoperto solo dopo Sexto piso e meno male che il resuscitato Goyeneche ha fatto la respirazione bocca a bocca ad Afiches e Maquillaje. Perché non è la stessa cosa che un sussiegoso Hector De Rosas dica senza sbagliare una nota “... bugia, ti sei truccata il cuore / bugia senza pietà / che pietà d’amore...” per le quattro orecchie sensibili dell’allora tango nuevo, e che lo fraseggi il Polaco al massimo della forma, per l’emozionata ammirazione di molte migliaia di crescenti ascoltatori. I grandi interpreti che incarnano le canzoni, hanno quel non so che.
La mia idea era però di parlare di Naranjo en flor, testo esemplare, straordinario. Vi si vedono gli apporti di Exposito alla retorica tanguera: una solida forma poetica (il verso ben misurato, la musica infallibile), un bagaglio culturale insolito per il genere (i riferimenti, le allusioni, le citazioni) e, soprattutto, l’inserimento di un repertorio di immagini e metafore non direttamente urbane: il clima più di paese che di quartiere, la vicinanza della campagna (era originario di Zarate, attaccato al Paranà), lo scenario naturale e i suoi elementi. Come Yuyo verde, Flor de lino e Trenzas, Naranjo en flor è un tango all’aria aperta. C’è però qualcosa di più, leggiamo, sentiamo: “Eri più blanda dell’acqua / dell’acqua blanda. / Eri più fresca del rio, / arancio in fior”. E che cos’è questo? E’ un inizio così strano... Da dove verrà mai? Sì, sembra un haiku, una roba cinese. Credo anzi che lo sia davvero: l’acqua blanda - ciò che è saggiamente docile, che non offre resistenza, che si lascia andare, che si modella e che scorre sotto traccia, al contrario della durezza ostinata della roccia - è una metafora centrale di Lao-Tsé nel Tao Te King, l’antico testo su cui si basa il taoismo, assimilata alla saggezza, alla condotta del saggio. Nel frammento 78 lo esprime così: “Al mondo non c’è niente più blando dell’acqua; niente la supera contro il duro. Niente la altera”. Eccoci qua.
In Homero, l’immagine si associa anche all’innocenza, alla vulnerabilità: “Cosa le avranno fatto le mie mani?”, si chiede in seguito. Tutto il tango, a cominciare dal ritornello, raggiunge profondità non comuni, come nel famoso “Primo, bisogna saper soffrire” e nell’orientalissimo “e alla fine andare senza pensiero”. E con ciò il Polaco, che negli ultimi tempi aveva qualcosa del vecchio cinese, finisce per convertirsi, grazie alle parole di Homero Exposito, in un inaspettato maestro Zen. Il tango va bene per ogni cosa.

© Juan Sasturain, 2007
trad. Marco Castellani

 

 
Ritmo  

Come madornale grembo si spalanca il locale che scintilla e dove mille vivi si travasano nei suoni e movimenti, perché mutate sono negli anni le pratiche dell’umana convivenza e più non c’è posto - giustamente - per i fiorellini e per le lune. Al liquido amniotico tornati, lì tutti hanno preso poderoso abbrivo, sommando rotazioni e ondeggiamenti e dicendo di sì con la testa capricciosa: il resto rimane fuori tema (cosa davvero si sa dello spirito nostro?). Altrove succedono stermini, con dispersioni di sangue e di senno; lì la meta sarà conquistare il limbo e dintorni; e se anche Veronica e gli amici pesano sopra la terra, con la mente però già salgono in alto, di là dalla ridda dei corpi, perfino di là dalla gente che prega e aspetta: perché una simile elevazione - si dice - val più del pentimento. E i loro impeti potrebbero perfino arrivare alle ultime risorse, quando più non si vedono né grigiori né infermità. In questa maniera procede la società senza padri, ma come sarà poi la vera vita? Intanto, finito quel ritmo trionfale, Veronica e gli amici muoveranno per nuove dislocate congreghe, come esploratori temerari, ancora padroni della notte.

© Tiziano Rossi
Cronaca perduta - Milano, 2006

 

 

 

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