| Salvate il soldato Verón |
01
NOVEMBRE
2007 |
Finalmente c’è qualcuno
che pareggia i conti con il Parnaso e che, a suon di bidonate, fa
a Julio Bocca
e a Gideon Kremer, per non citarne che due, quel che loro fanno al
tango. Con gli stessi metodi: “una combinazione di arroganza
e ignoranza”, dice il critico del Times; e gli stessi risultati: “una
sgangherata e presuntuosa aberrazione”, dice quello del Daily
Mail. Stiamo parlando della Carmen allestita da Sally Potter, e coreografata
e ballata da Pablo Verón, per l’English National Opera.
Un teatro importante e, quel che più importa, sovvenzionato,
e dunque terreno ideale per una bella ritorsione contro quei vanagloriosi.
Chi ha visto The Tango Lesson, ma anche Quark ci ha fatto una puntata,
certamente ricorderà lo sbilenco sodalizio artistico tra uno
dei più rinomati ballerini di tango e colei che definisce
sé stessa come una “perpetua outsider”. Per aspetto,
flessuosità e primavere, la parola di troppo qui è “outsider”,
ma questo non ha mai dissuaso Pablo dal ballare con lei in pubblico
e dal mettere in pratica quel famoso slogan dei muri di Buenos Aires: “Aiuta
la polizia: torturati da solo”. Del resto anche questa particolarissima
forma di autolesionismo, si usted me interpreta, può venire
utile alla causa del tango, o quantomeno a quella di Pablo Verón.
Avevamo dunque pensato di inviare El Moplo a Londra per recensire,
e possibilmente spalleggiare, la tanto sospirata rappresaglia. Purtroppo
però, per “impegni presi successivamente”, El
Moplo non ha potuto andare. La mancata visione dello spettacolo non
gli ha comunque impedito di dire la sua. Eccone qua la prima parte,
che fa da introduzione. Il resto purtroppo seguirà sul quindicesimo
numero della Tangueros Quarterly Review che verrà pubblicato
prima che ritorni l’ora legale.
Una fuga consta di tre ritirate,
tre fughe fanno una merda,
sei merde una tregua,
due tregue uno sbando,
quattro sbandi una gloria. Vecchio detto di fanteria
Le speranze,
scrive Raymond Chandler in Playback, sono “as
thin as a hoofer’s wallet”, sottili come il portafogli
di un ballerino. Che la nostra categoria non debba sguazzare nella
carta moneta è oggi una mozione cavallerescamente approvata
da tutti gli impresari di questo mondo; ma che le prominenze per
cui la professione è famosa non derivino da portafogli grossi
come conigli, lo si sa fin dai tempi di Mae West. Tuttavia, nello
slang teatrale americano da cui proviene, la parola “hoofer” non
indica il ballerino classico, il pallido adepto di Tersicore, ma
uno che genericamente se la ingegna con i piedi, dal ballerino
di musical o di vaudeville, giù giù fino allo schivato
entertainer stradale. In definitiva, un hoofer è uno “zoccolante” della
danza, un realista disincantato e privo di ghiribizzi poetici che
balla tenendo costantemente d’occhio il piattino delle mance.
Comportamento questo che, stando a un celebre passo di Adorno,
perdura anche nei modelli di eccellenza artistica, quelli chiamati
a essere
esemplari, gli unici ammessi a pronunciare la dispendiosa lingua
di porcellana della Grande Arte. Secondo Adorno, i templi d’oro
della mondanità ingentilita conservano qualcosa della bisunta
trattoria dove l’hoofer somministra la sua bravura, ostinata
e priva di senso come quella di cavallerizzi e acrobati, ai suoi
molto più pidocchiosi mecenati. L’hoofer ha dunque
uno statuto circense: è uno sportivo, un abitante della
gioia, un alibi nel senso proprio del termine, e cioè un
altrove dall’arte ufficiale che lo disprezza. In lui tutto è ridotto
a gesto, momento, emblema; le sue ombre sono corte e non portano
da nessuna parte, ma “nei suoi passi impertinenti lampeggiano
esperienze di cui le grandi deduzioni ballettistiche, con tutto
il loro pathos, non hanno la minima idea”. Ha un mestiere,
come il funambolo, ma anche un destino, come il clown: quello di
trovare
un giorno la corda lasca sotto i piedi. (continua)
© El Moplo
The Tangueros Quarterly Review n.15 (di prossima pubblicazione)
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| Una ricorrenza per blasonati |
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Da Tj Locatelli, nostro corrispondente
da Buenos Aires nonché disc-jockey di tango dalla fama più che
rionale, riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo sulla
data di
domani.
Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero. Antonio De Curtis
Contrariamente
a quegli sgobboni di The Tango Currier, il ritmico mensile che
ha la smania di uscire ogni trenta giorni, noi collaboratori
della redazione porteña di The Tangueros Quarterly Review
non trascureremo domani di recarci in visita ai nostri antenati
nei cimiteri di Granadero Baigorria e di Avellaneda. Si tratta
infatti
di due campisanti speciali, unici nel loro genere in tutto il mondo,
dove ancor oggi riposano, oltre ai dubbi ascendenti del direttore
del Currier, anche i titolati membri della Zwi Migdal di Noè Trauman.
Era questa una società di mutuo soccorso fondata alla fine
del secolo XIX a Buenos Aires. Il suo scopo sociale? L’importazione
e l’avviamento alla prostituzione di ragazze dall’Europa
Orientale: una mossa senz’altro logica in un paese di emigranti
maschili e dunque squilibrato nel rapporto tra domanda e offerta
di altrettanto logici servizi. La Zwi Migdal, il cui nome si ispirava
biblicamente al villaggio della capostipite Maria Maddalena, arrivò a
gestire oltre 900 bordelli in tutta l’Argentina, finché non
fu sgominata, nel 1936, grazie alla tenacia del commissario Julio
Alsogaray, ora sepolto lì poco distante. Noè Trauman
era un notevole anarchico polacco arrivato qui da noi nel 1906
con documenti falsi. Forte della sua esperienza di perseguitato
politico,
mise in piedi una solida organizzazione clandestina in cui, fin
dall’inizio,
non ci fu posto per le mele marce. I candidati all’impiego
di magnaccia dovevano presentare un certificato di buona condotta:
era la prima clausola del regolamento. Le ragazze poi godevano
di un inquadramento sindacale che le tutelava sul lavoro e, dopo
un
periodo più o meno lungo, potevano anche riscattare la loro
posizione. I primi stabilimenti della Zwi Migdal sorsero nel quartiere
delimitato dalle vie Lavalle, Libertad, Talcahuano e Viamonte,
praticamente di fronte all’odierno Teatro Colón, ossia
in pieno San Nicolàs, barrio commerciale ad allora prevalente
presenza ebraica. La sovrapposizione dei traffici produsse presto
un contrasto
insanabile tra Trauman e gli esercenti onesti. Un contrasto che
si indurì ulteriormente per le lamentele ufficiali, e in
verità poco
diplomatiche, della diplomazia polacca. Secondo quest’ultima,
la Zwi Migdal, il cui nome originario era stato Varsavia, stava
danneggiando la reputazione di tutto il paese. Un argomento affatto
pretestuoso
visto che, come poi dimostrarono i processi, numerosi funzionari
statali, uomini politici, doganieri, poliziotti e i diplomatici
stessi, erano implicati in quella che era una vera e propria tratta
delle
bianche. Davvero un grosso affare: le successive istruttorie conclusero
che la Zwi Migdal aveva mosso in pochi anni qualcosa come 30.000
schiave e una quantità incalcolabile di denaro. Converrà qui
ricordare la tabella tariffaria allora in vigore e riportata dallo
specchiato Borges in una conversazione con Bioy Casares: le “francesi” 5
pesos, le “walenskas” (russe, polacche, cecoslovacche)
3 pesos, le “vecchie creole” 50 centesimi. Poi c’erano
quelle “del turco sozzone” da 30 centesimi. Borges,
anti-nazionalista cocciuto, sosteneva infatti che, tra le prostitute,
di argentine
ce n’erano sempre state poche. La comunità ebraica,
da parte sua, decretò immediatamente un pesante anatema:
da quel momento i “tmeim”, gli impuri, ebbero l’accesso
vietato al sottosuolo dei cimiteri consacrati. Trauman non si scompose
e comprò i terreni, interi lotti da destinare alla sua gente.
Probabilmente gli parve che tanto le “pupilas” che
i “cafishios” ci
tenessero molto all’onorevole sepoltura. Nacquero così le
aree vip nei cimiteri ebraici di Avellaneda e di Granadero Baigorria.
Nel primo ci sono sepolti quasi mille tra ragazze, maîtresse
e protettori. Ora giace nel completo abbandono, le lapidi sono
state saccheggiate o direttamente asportate. Durante la dittatura
del 1976
fu anche usato dai militari per nascondere i poveri resti dei torturati: “la
calamita”, lo chiamavano quegli assassini. Il secondo invece
si trova vicino a Rosario, in un paesino fondato dall’italiano
Paganini, cui sono dedicate tutte le strade e gli edifici pubblici.
Il cimitero è all’incrocio, non è una balla,
di Paganini y Paganini. E’ raggiungibile con un autobus dalla
stazione ferroviaria Paganini, che parte da dietro il monumento
di indovinate un po’. Sebbene il cimitero sia forse la sola
attrattiva turistica della zona, la porzione Zwi Migdal, con le
sue 2000 tombe
ben tenute, è chiusa al pubblico e persino ai parenti. Prima
le case e ora i cimiteri: un provvedimento retroattivamente vendicativo
che darebbe qualcosa di pepato da scrivere a Edgar Lee Masters.
E’ brutto,
chiedetelo pure al direttore del Currier, non poter portare nemmeno
un crisantemo alla propria nonna. Un ultimo particolare curioso:
negli anni d’oro, i bordelli di Rosario e provincia erano
frequentati soprattutto da impiegati delle ferrovie argentine.
Questo spiega
perché molti magnaccia, alla fine della loro carriera, avessero
una pensione ferroviaria supplementare. Stando ai giornali dell’epoca,
ne sono spesso scaturite esequie caotiche, nuove allegorie funebri
ed epitaffi con treni, vagoni, scambi e rotaie.
© Tj Locatelli
trad. Jean Fajean
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