| Riprende la girandola |
11
SETTEMBRE
2007
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Riprende la girandola dei giorni
E’ lunedì, l’ha interrotta qualcosa.
Come bottiglie dopo un lieve sisma
si riordina in fretta ogni scaffale.
Che cosa resta dei giorni di festa
se non l’ansia di averli aspettati?
Sbadiglia il bel vestito sulla sedia
in attesa del sabato.
Eh sì, cari amici. Come qui ben dice
la poetessa Spaziani Maria Luisa, il 18 settembre riprenderanno
le lezioni dell’inesorabile
Scuola Tangueros. I nuovi iscritti dovranno invece aspettare fino
alla prima settimana d’ottobre. Il calendario definitivo
verrà comunicato
al più presto. Intanto, mentre scaldate gli adduttori, un
augurio di buon tango a tutti.
SCUOLA TANGUEROS
L’arte dell’abbraccio
insegnante: Mariachiara Michieli
informazioni & iscrizioni:
tel. 02 4989919 - 349 7310438
escuela@nctangueros.com
www.nctangueros.com
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| Bisognino fa trottà 'a vecchia |
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Nella Tangolandia di fine secolo
scorso e, in misura minore, dei primi anni di questo qua, il vegliardo è stato
tenuto in gran conto nell’ambiente, tanto che quella del “milonguero
viejo” è diventata in poco tempo una solida figura professionale.
E non mi riferisco all’affetto e all’ammirazione che
spontaneamente proviamo per chi sbaglia da più tempo di noi,
ma al credito che abbiamo concesso agli errori, agli scarti, ai fondi
di magazzino che questi longevi hanno cercato di far passare per
tradizione. Fortunatamente per loro, nulla è incredibile in
materia di tango. Avendo chi qui scrive qualche titolo per farlo
- sono arrivato anch’io a quell’età in cui si
spendono più soldi per le candeline che per la torta di compleanno
e conosco molti di questi fenomeni da quando non erano ancora vergini,
come qualcuno disse alla rentrée di Doris Day - ho voluto
escogitare una storia critica di questa inesauribile categoria. Abbiamo
dunque il piacere di anticipare ai nostri lettori l’introduzione
dello scritto che verrà pubblicato nella sua interezza nel
prossimo numero della Tangueros Quarterly Review previsto per ottobre.
Di quest’anno. Il titolo è un antico proverbio romanesco
di Tommaso Landolfi.
La produzione di entertainment non fa altro che riempire i vuoti
che essa stessa ha creato. Prima l’invenzione della gioventù,
poi quella dell’infanzia e ora quella della vecchiaia: nessuna
fascia di censimento può più ritenersi al sicuro dal
consumo pianificato. A ciascuno il suo, diceva un tale, ma nella
vita intrattenuta degli uomini non c’è tanto rigore.
Oggi sono piuttosto gli sconfinamenti, i salti di rotaia, le inadempienze
allo scadenzario, a estendere la filiera del simbolico e a riportare
il sorriso sulle facce viniliche di giornalisti e capitani d’industria.
I primi sognano elzeviri colorati, i secondi nuovi affaroni. E’ evidente:
i mini-ballerini fanno tenerezza, i vecchietti rocker compassione,
o viceversa, e i sentimenti rendono. In Gran Bretagna, gli ottuagenari
Zimmers spopolano su YouTube con la cover di “My generation” degli
Who. Alf Carretta, il loro coevo front-man, canta “la gente
ci guarda male perché siamo ancora in giro / io spero di morire
prima di diventare vecchio”, ma è soltanto una spacconata.
Con delicatezza d’altri tempi, la stampa britannica augura
invece a questi mod tardivi di riuscire a passare l’estate
della nuova Londra tropicale, colpita quest’anno dalla vendetta
termica del Commonwealth. Intanto, a Milano, Radio Popolare tenta
una versione vernacola del complesso di vegliardi, un Alan Parkinson
Project, reclutando coetanee di Wanda Osiris disposte a cantare Vasco
Rossi; o anche, con pochi ritocchi, viceversa. Ci prospettano una
Woodstock di bisnonni: non dovessero reperire gli originali, ripiegheranno
su fricchettoni contemporanei leggermente anticati.
Non diversamente dai superstiti professionali del Buena Vista Social
Club, anche noi del tango siamo abituati agli exploit anagrafici;
di Zimmers ne contiamo a dozzine. Nella danza, basti un nome: Carmencita
Calderòn, la compagna dell’insostituibile Cachafaz e,
sotterrato quello, del Tarila Giambuzzi. Chissà se qualcuno
si ricorda ancora di questo compadrito salernitano che si faceva
fotografare con funyi, lengue e losche pantofole... ma di Carmencita
sicuramente sì. Ritrovata da Oscar Hector a novanta anni suonati
- o, per meglio dire, ballati - ha festeggiato fino al centesimo
ogni suo imprevisto compleanno al Glorias Argentinas. E i suoi passi
merlettati, i suoi ricami, l’intatto alfabeto Morse dei suoi
piedini, hanno sempre lasciato tutti senza fiato, a cominciare dai
suoi partner, dei giovinastri appena settantenni che dovevano darsi
il cambio. Il calendario del tango era comunque già fermo
da un pezzo. Quando nel 1983, alla caduta del regime militare, avevano
ufficialmente riaperto le milonghe, a ballare si erano ritrovati
sempre gli stessi, con ancora indosso i poveri vestiti, le scarpe,
i cuori romantici di venti anni prima. Di osmosi generazionale, neanche
a parlarne: nel lungo processo di trasformazione della milonga in
nursery senile, la dittatura non è stata altro che l’ultimo
e più sanguinoso metabolita. (continua)
©
Jean Fajean, giugno 2007
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| Sicurezza dei bei tempi andati |
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Amico, mi confidò lui, il tempo passa e non
lavora per noi... La mia coscienza è inaccessibile ai rimorsi,
mi sono liberato, grazie a Dio! da queste timidezze... Non sono i
delitti che si scontano a ‘sto mondo... E’ da molto
che ci hanno rinunciato... Sono le gaffes... E io credo di averne
fatta
una... Proprio senza rimedio...
- Rubando le scatolette?
- Sì, l’avevo creduta una volpata, pensi! Per farmi
scampare alla battaglia e a ‘sto modo, pieno di vergogna ma
ancora vivo, tornare alla pace come si torna, stremati, alla superficie
del mare dopo un lungo tuffo... Ho rischiato di farcela... Ma la
guerra dura proprio troppo... Non si possono più ammettere
via via che s’allunga individui tanto disgustosi da disgustare
la Patria... Quella si è messa ad accettare tutti i sacrifici,
dove che vengono, tutte le carni, la Patria... E’ diventata
infinitamente indulgente nella scelta dei suoi martiri la Patria!
Attualmente non ci sono più soldati indegni di portare le
armi... Vogliono fare, ultime notizie, un eroe di me!... Bisogna
che la follia dei massacri sia straordinariamente imperiosa perché si
mettano a perdonare il furto di una scatoletta! che dico? a dimenticarlo!
Certo, noi siamo abituati ad ammirare ogni giorno dei grandissimi
banditi, di cui il mondo intero venera con noi la ricchezza e la
cui esistenza si dimostra, non appena la esamini un po’ più da
vicino, come un lungo crimine rinnovato ogni giorno, ma quelli si
godono la gloria, gli onori e il potere, i loro misfatti sono consacrati
dalle leggi, mentre per quanto indietro ci si spinga nella storia
- e lei sa che sono pagato per conoscerla - tutto ci dimostra che
un furtarello veniale, e soprattutto di alimenti poveri, come la
pagnotta, il prosciutto o il formaggio, attira immancabilmente sull’autore
l’obbrobrio formale, la scomunica categorica della comunità,
i maggiori castighi, il disonore automatico e la vergogna inespiabile,
e questo per due ragioni, anzitutto perché l’autore
di tali misfatti è generalmente un povero e questa condizione
implica per se stessa un’indegnità fondamentale e poi
perché il suo gesto comporta una sorta di tacito rimprovero
verso la comunità. Il furto del povero diventa una maliziosa
rivincita personale, mi capisce?... Dove andremo a finire? Così la
repressione dei furtarelli da niente viene esercitata, osservi bene,
ad ogni latitudine, con rigore estremo, non solo come mezzo di difesa
sociale, ma anche e soprattutto come monito severo a tutti gli sventurati
di doversene stare al loro posto e nella loro casta, tranquilli,
allegramente rassegnati a crepare lungo i secoli e all’infinito
di miseria e di fame... Fino adesso, però, ai ladruncoli gli
restava un vantaggio nella Repubblica, quello di esser privati dell’onore
di portare le armi patriottiche. Ma da domani, questo stato di cose
cambierà, da domani riprenderò, io ladro, il mio posto
nell’esercito... Gli ordini sono questi... In alto luogo, han
deciso di passare la spugna su quello che chiamano “un momento
di smarrimento” e questo, notare bene, in considerazione di
quel che si definisce anche “l’onore della mia famiglia”.
Quale mansuetudine! Glielo chiedo compagno, è forse la mia
famiglia che se ne andrà a servire da colabrodo e smistamento
alle pallottole francesi e tedesche mescolate?... Sarò proprio
solo io, non è vero? E quando sarò morto, sarà l’onore
della mia famiglia che mi farà risuscitare?... Guardi, la
vedo di qui la mia famiglia, a guerra passata... Perché tutto
passa... Che se ne sgambetta allegramente la famiglia sui prati dell’estate
ritornata, la vedo di qui nelle belle domeniche... Mentre tre piedi
sotto, io papà, grondante vermi e molto più infetto
d’un chilo di stronzi il quattordici luglio marcirò che è una
meraviglia con tutta la mia carne delusa... Ingrassare le zolle dell’anonimo
contadino è il vero avvenire del vero soldato! Ah! Compagno! ‘Sto
mondo le assicuro che è solo un gran darsi da fare per fregare
il prossimo! Lei è giovane. Che questi minuti di perspicacia
le contino come anni! Ascolti bene, compagno, e non lo lasci più passare
senza essersi compenetrato bene della sua importanza, il segno decisivo
che risplende su tutte le ipocrisie assassine della nostra Società: “La
commozione sulla sorte, sulla condizione dei miseri...” Ve
lo dico io, gentucola, coglioni della vita, bastonati, derubati,
sudati da sempre, vi avverto, quando i grandi di questo mondo si
mettono ad amarvi, è che vogliono ridurvi in salsicce da battaglia...
E’ il segnale... E’ infallibile. E’ con l’amore
che comincia.
©
Louis-Ferdinand Céline
Voyage au bout de la nuit, Paris 1932
trad. Ernesto Ferrero
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