Turchi nella nebbiolina
01
Febbraio
2007

Da Buenos Aires si rifà vivo El Moplo con una sorprendente riflessione su un argomento che esula dalle sue competenze; competenze dalle quali, lo capirete subito, esula soprattutto il riflettere. Il nostro critico di danza, disabituato com’è a misurarsi con la contingenza e le sue indennità, la prende un po’ alla lontana, ma poi plana come un concentrico falco su ciò che più gli sta a cuore: il tango e i suoi addentellati con il resto. Da quando un’importante rivista trimestrale del settore, la nostra, gli ha affidato la rubrica Turcos en la neblina, El Moplo non perde occasione per ricavarsi un poncho da ogni buco. Ecco come risponde ai lettori di Villa Lugano che, a giudicare da come brancolano, di questa rubrica sembrano essere la réclame.

Qui nel mio barrio ci sono alcuni anziani milongueros a cui piace ignorare qualcosa di tutte le epoche. Qualche anno fa erano passati, con evidente scopo palpeggiatorio, al tango milonguero®; poi, visto che neanche così riuscivano a conseguire obiettivi importanti, hanno abiurato quell’abbraccio da bavosi per flettere i ginocchi nello stile Cosmotango®, che per essere appena più nuovo non è per questo meno sciocco. Ora frequentano La Viruta, hanno aggiunto al loro già anchilosato repertorio qualche passo insolito e, vantando trascorsi rivoluzionari, sperano di mettere finalmente le mani su qualche giovane importada. Di questi bacucchi, il tango è sempre stato pieno. Sono arrivati al punto di affiliarsi alla Dante Alighieri, la benemerita società che tanto ha fatto perché tutti in questo paese parlassimo il cocoliche, per impratichirsi nell’abbagliante lingua del Petrarca e dei Righeira, nel caso qualcuno dall’Italia reclami un bel giorno i loro servigi. Quando hanno un pomeriggio libero, cosa che capita sette volte alla settimana, si ritrovano al Caffè Letterario Ladislao Biro (l’inventore della famosa penna viveva proprio lì vicino), e danno la stura alla fanfaretta dei ricordi: un’attività, diceva Borges, che “non esclude l’esercizio della memoria inventiva”. Le riunioni vengono regolarmente interrotte da quello spilorcio del gestore che non capisce come degli espliciti milongueros possano arenarsi in rievocazioni della madonna e consumare una sola Refres-Cola in quattro. L’altro giorno alla Dante Alighieri si sono perfino annotati allo stage dedicato al kolossal del loro nuovo beniamino: già si vedono dall’altra parte del charco a spiegare, o a ordinare, un sandwich nell’italiano del Trecento. Lo stage è partito, com’è logico, dalla meta più facilmente raggiungibile dagli allievi, ed ecco che immediatamente si presenta una terzina controversa. Questa:

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.

Inferno, I , 28-30

Si tratta senza dubbio, hanno subito glossato quegli esegeti, di un gancho ante litteram! Mi rincresce per gli amici dantisti, ma il pathos dell’approssimazione ha dato loro le traveggole. Anche un principiante vedrebbe che il Poeta ha voluto descrivere una sacada che, come tutti sanno fin dall’antichità, si esegue senza passare il peso. Mentre i contemporanei del titolare della Dante Alighieri potevano agevolmente cogliere il significato allegorico di questi versi, lampante all’epoca ma misterioso oggi, noi non più. Se procediamo alla lettera, la “piaggia diserta” potrebbe effettivamente essere la pista di una milonga - la piaggia è un luogo non coltivato - dopo che è stata sparecchiata dalla cortina, e il “corpo lasso” la pausa rilassata dell’uomo all’incrocio della donna. Resta però da stabilire la faccenda dei piedi. Secondo la nota metafora di Agostino, un santo che mi è affezionato dalla nascita, il piede ha a che vedere con l’anima: come il corpo ha due piedi (ma chi va a ballare a La Ideal sa che c’è un’eccezione), così anche l’anima: con uno va verso il bene, con l’altro verso il male. Il piede più basso, e più saldo, rappresenterebbe l’affetto alle cose terrene; quello che avanza, l’intelletto, tenderebbe esitando a cose superiori (idest amor qui tendebat ad superna). Il “piè fermo” (pes firmior) era per gli scolastici, Alberto Magno e altri, il sinistro. In definitiva, questa è una sacada all’entrata del giro in senso orario. Ringrazio la professoressa Anna Maria Chiavacci Leonardi per la sua inconsapevole consulenza.

Naturalmente, queste sono le conclusioni di un filologo amateur: a ben guardare, un tettino di pochi coppi, che non offre un gran riparo. Se è vero che la storia ha bruciato molto di quel che doveva essere salvato e troppo ha preservato della vecchia infamia, allora la tradizione deve essere CERCATA. Purtroppo, nel tango, ermeneutica e filologia sono discipline poco praticate. Nelle nostre spensierate province non abbondano gli studiosi, né sono più numerosi i semplicemente informati. Il tanguero professionista, ammesso che questo ossimoro ne colga in flagrante qualcuno, ha in genere di meglio da fare che risalire alle brumose scaturigini di un passo o approfondirne le modificazioni storicamente sedimentate; e trova perfino superfluo chiedersi quale sia l’interpretazione autorizzata di una sequenza perché questo lo sa già: la sua. Indifferente agli etimi, freddino alle dispute teoriche, tutte le prassi cognitive di norma lo lasciano apatico. A che gli servirà mai sapere che la colgada è un effetto nato sugli infimi palcoscenici dei cena-show per turisti, che il tanto magnificato traspié è l’involontaria specialità di un ballerino con una gamba di plastica o che è puro sarcasmo chiamare milonguero lo stile di un locale dove di milongueros non ce n’è mai stato mezzo? A parziale discolpa dei nostri fiacchi eruditi, devo concedere che qui a Buenos Aires è obiettivamente difficile seguire le impronte della Musa d’Asfalto dacché quest’ultimo, almeno fino al 1983, è stato dilavato dai sanguinosi acquazzoni militari. A complicare l’indagine c’è anche il fatto che ora le piste sono pressoché ostruite dagli acclamati e torrenziali errori della produzione recente. Molti di coloro che solo per antifrasi possiamo definire maestri, preferiscono infatti falsificare o addirittura cancellare quelle scarse tracce, pur di non perderci la clientela. Certo non considerano l’istruzione degli apprendisti ballerini il loro tornaconto. Fortunatamente i mistificatori, come quei maldestri uxoricidi che vengono subito pizzicati al Bar Ristoro della stazione ferroviaria, o il truculento Alberto Arena del tango A la luz de un candìl, “le prove dell’infamia” ce le hanno scritte in faccia o al massimo nel bagaglio personale. Aveva ragione mio nonno: mai comprare niente da uno con una valigia in mano, nemmeno uno stage.
Ma, tornando alle nostre trascurate discipline, Fortini ci ha insegnato che il tango, come del resto la poesia, lo si fa o lo si manca con i “mezzi di bordo”. Ermeneutica e filologia possono dunque contribuire alla riconoscibilità delle forme, a far sì che queste risuonino correttamente “a bordo” dei ballerini. Fuori dal loro bios, non c’è nulla di scritto. Al contrario della parola, che non ha alcun rapporto ontologico con la cosa, il movimento ha un fondamento nel corpo: in esso trova, o manca, la sua verità. Ogni passo, nel tango, è stato sottoposto a prove di resistenza del materiale: raddoppiando, o dimezzando, il tempo d’esecuzione, deformandolo arbitrariamente, pronunciandolo secondo varie cadenze dialettali, traducendolo in finlandese e in romagnolo. Quello che arriva fino a noi non è di fatto un semplice passo, ma la convergenza di più esistenze; nostro compito è semmai quello di illuminarlo e incarnarlo. La fiducia nella costanza del suo senso lo carica di una qualità tanto maggiore quanto più la coerenza coreografica parrebbe voler smentire l’autosufficienza interpretativa del ballerino. “Le vere creazioni - dice ancora Fortini - non chiedono di venire altro che applicate, come si applica uno smalto o un regolamento; ma ciò deve avvenire al di là di esse, nel rovesciamento del quel che è a quel che dovrà essere, novità necessaria e insostenibile”. Insomma, senza sapere da dove veniamo, e questa è una banalità millenaria che nemmeno il grande Lukàcs si è stancato di ripetere, difficilmente sapremo dove stiamo andando: saremo davvero in tanti a brancolare come turchi nella nebbiolina.

 

Larga trayectoria
 
Lo scorso 19 gennaio, dopo aver condotto in testa tutte le gare, la coppia formata da Anna Cappellini e Luca La Notte si è laureata campione mondiale di Danza sul Ghiaccio alle Universiadi di Torino. Non riporteremmo la notizia se non fosse per due buoni motivi: per la prima volta, la competizione prevedeva tra le danze obbligatorie il Tango Argentino (Anna e Luca hanno presentato una coreografia di Oblivion di Astor Piazzolla) e in secondo luogo i vincitori sono stati preparati per la parte specificamente tanguera da Mariachiara Michieli. Le nostre congratulazioni, dunque, a Mariachiara e soprattutto alla giovane e già strabiliante coppia, con gli auguri per una larga trayectoria, ossia per una lunga e luminosa carriera.  

Parole chiave
 

La domanda corretta, rispetto agli orrori commessi nei campi, non è pertanto quella che chiede ipocritamente come sia stato possibile commettere delitti tanto atroci contro degli esseri umani; più onesto, e soprattutto più utile, sarebbe indagare attentamente attraverso quali procedure giuridiche e quali dispositivi politici degli esseri umani abbiano potuto essere privati dei loro diritti e delle loro prerogative, fino a che commettere nei loro confronti qualsiasi atto non apparisse più come un delitto.
Giorgio Agamben

Nel Giorno della Memoria riteniamo più onesto, e soprattutto più utile, riportare tre voci di dizionario tratte dagli studi di Giorgio Agamben sull’Homo Sacer, la Nuda Vita, la Biopolitica:

Habeas Corpus Ad Subjiciendum (1679): dovrai avere un corpo da mostrare. Fondamento della democrazia moderna, non l’uomo libero, o il semplice homo, ma il corpus come nuovo soggetto della politica. Se nel 1215, Giovanni Senza Terra promulgava la “Grande Carta delle libertà” rivolgendosi agli “uomini liberi”, la nascente democrazia moderna pone al centro della sua lotta con l’assolutismo non Bios, la vita qualificata del cittadino, ma Zoe, la nuda vita del suo anonimato.

Schutzhaft: custodia protettrice. Istituto giuridico di derivazione prussiana, base giuridica dell’internamento dei campi, misura di “polizia preventiva” che permetteva di “prendere in custodia” degli individui, indipendentemente da un qualsiasi contegno penalmente rilevante, al fine di evitare un pericolo per la sicurezza dello Stato. La sua origine è del 1851, Legge sullo Stato d’Assedio, poi esteso nel 1871 all’intera Germania, con esclusione della Baviera. Ironicamente è protezione contro la sospensione della legge che caratterizza lo stato d’emergenza.

Campo: spazio che si apre quando lo stato d’eccezione comincia a diventare la regola.

 

Larga trayectoria 2
 

Primo appuntamento del 2007 con i corsi mensili di Mariachiara a Venezia e Pordenone, rispettivamente sabato 3 febbraio e domenica 4. Sono previste lezioni di coppia e di tecnica individuale maschile e femminile. Questi i numeri per le informazioni e le iscrizioni:

Venezia - Carlo Galiazzo tel. 393 1742891 oppure 347 6074676
email: carlogaliazzo1@virgilio.it

Pordenone - Massimo Marchetto tel. 335 5411880
email: maximotango@yahoo.it

 

 

 

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