Da Buenos Aires si rifà vivo
El Moplo con una sorprendente riflessione su un argomento che esula
dalle sue competenze;
competenze dalle quali, lo capirete subito, esula soprattutto il
riflettere. Il nostro critico di danza, disabituato com’è a
misurarsi con la contingenza e le sue indennità, la prende
un po’ alla lontana, ma poi plana come un concentrico falco
su ciò che più gli sta a cuore: il tango e i suoi addentellati
con il resto. Da quando un’importante rivista trimestrale
del settore, la nostra, gli ha affidato la rubrica Turcos en la neblina,
El Moplo non perde occasione per ricavarsi un poncho da ogni buco.
Ecco come risponde ai lettori di Villa Lugano che, a giudicare
da come brancolano, di questa rubrica sembrano essere la réclame.
Qui nel mio barrio ci sono alcuni anziani milongueros a cui piace
ignorare qualcosa di tutte le epoche. Qualche anno fa erano passati,
con evidente scopo palpeggiatorio, al tango milonguero®; poi,
visto che neanche così riuscivano a conseguire obiettivi
importanti, hanno abiurato quell’abbraccio da bavosi per
flettere i ginocchi nello stile Cosmotango®, che per essere
appena più nuovo
non è per questo meno sciocco. Ora frequentano La Viruta,
hanno aggiunto al loro già anchilosato repertorio qualche
passo insolito e, vantando trascorsi rivoluzionari, sperano di
mettere finalmente le mani su qualche giovane importada.
Di questi bacucchi, il tango è sempre stato pieno. Sono
arrivati al punto di affiliarsi alla Dante Alighieri, la benemerita
società che tanto ha fatto
perché tutti in questo paese parlassimo il cocoliche,
per impratichirsi nell’abbagliante lingua del Petrarca e
dei Righeira, nel caso qualcuno dall’Italia reclami un bel
giorno i loro servigi. Quando hanno un pomeriggio libero, cosa
che capita sette
volte alla settimana, si ritrovano al Caffè Letterario Ladislao
Biro (l’inventore della famosa penna viveva proprio lì vicino),
e danno la stura alla fanfaretta dei ricordi: un’attività,
diceva Borges, che “non esclude l’esercizio della memoria
inventiva”. Le riunioni vengono regolarmente interrotte da
quello spilorcio del gestore che non capisce come degli espliciti
milongueros possano arenarsi in rievocazioni della madonna e consumare
una sola Refres-Cola in quattro. L’altro giorno
alla Dante Alighieri si sono perfino annotati allo stage dedicato
al kolossal del loro nuovo beniamino: già si
vedono dall’altra parte
del charco a spiegare, o a ordinare, un sandwich nell’italiano
del Trecento. Lo stage è partito, com’è logico,
dalla meta più facilmente raggiungibile dagli allievi, ed
ecco che immediatamente si presenta una terzina controversa. Questa:
Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
Inferno, I , 28-30
Si tratta senza dubbio, hanno subito glossato
quegli esegeti, di un gancho ante litteram! Mi rincresce
per gli amici dantisti, ma
il pathos dell’approssimazione ha dato loro le traveggole.
Anche un principiante vedrebbe che il Poeta ha voluto descrivere
una sacada che, come tutti sanno fin dall’antichità,
si esegue senza passare il peso. Mentre i contemporanei del titolare
della Dante Alighieri potevano agevolmente cogliere il significato
allegorico di questi versi, lampante all’epoca ma misterioso
oggi, noi non più. Se procediamo alla lettera, la “piaggia
diserta” potrebbe effettivamente essere la pista di una milonga
- la piaggia è un luogo non coltivato - dopo che è stata
sparecchiata dalla cortina, e il “corpo lasso” la
pausa rilassata dell’uomo all’incrocio della donna.
Resta però da
stabilire la faccenda dei piedi. Secondo la nota metafora di Agostino,
un santo che mi è affezionato dalla nascita, il piede ha
a che vedere con l’anima: come il corpo ha due piedi (ma
chi va a ballare a La Ideal sa che c’è un’eccezione),
così anche l’anima: con uno va verso il bene, con
l’altro
verso il male. Il piede più basso, e più saldo, rappresenterebbe
l’affetto alle cose terrene; quello che avanza, l’intelletto,
tenderebbe esitando a cose superiori (idest amor qui tendebat
ad superna). Il “piè fermo” (pes firmior)
era per gli scolastici, Alberto Magno e altri, il sinistro. In
definitiva,
questa è una sacada all’entrata del giro in senso
orario. Ringrazio la professoressa Anna Maria Chiavacci Leonardi
per la sua
inconsapevole consulenza.
Naturalmente, queste sono le conclusioni
di un filologo amateur: a ben guardare, un tettino di pochi coppi,
che non offre un gran
riparo. Se è vero che la storia ha bruciato molto di quel
che doveva essere salvato e troppo ha preservato della vecchia
infamia, allora la tradizione deve essere CERCATA. Purtroppo, nel
tango, ermeneutica
e filologia sono discipline poco praticate. Nelle nostre spensierate
province non abbondano gli studiosi, né sono più numerosi
i semplicemente informati. Il tanguero professionista, ammesso
che questo ossimoro ne colga in flagrante qualcuno, ha in genere
di meglio
da fare che risalire alle brumose scaturigini di un passo o approfondirne
le modificazioni storicamente sedimentate; e trova perfino superfluo
chiedersi quale sia l’interpretazione autorizzata di una
sequenza perché questo lo sa già: la sua. Indifferente
agli etimi, freddino alle dispute teoriche, tutte le prassi cognitive
di norma lo lasciano apatico. A che gli servirà mai sapere
che la colgada è un effetto nato sugli infimi palcoscenici
dei cena-show per turisti, che il tanto magnificato traspié è l’involontaria
specialità di un ballerino con una gamba di plastica o che è puro
sarcasmo chiamare milonguero lo stile di un locale dove di milongueros
non ce n’è mai stato mezzo? A parziale discolpa dei
nostri fiacchi eruditi, devo concedere che qui a Buenos Aires è obiettivamente
difficile seguire le impronte della Musa d’Asfalto dacché quest’ultimo,
almeno fino al 1983, è stato dilavato dai sanguinosi acquazzoni
militari. A complicare l’indagine c’è anche
il fatto che ora le piste sono pressoché ostruite dagli
acclamati e torrenziali errori della produzione recente. Molti
di coloro che
solo per antifrasi possiamo definire maestri, preferiscono infatti
falsificare o addirittura cancellare quelle scarse tracce, pur
di non perderci la clientela. Certo non considerano l’istruzione
degli apprendisti ballerini il loro tornaconto. Fortunatamente
i mistificatori, come quei maldestri uxoricidi che vengono subito
pizzicati
al Bar Ristoro della stazione ferroviaria, o il truculento Alberto
Arena del tango A la luz de un candìl, “le prove dell’infamia” ce
le hanno scritte in faccia o al massimo nel bagaglio personale.
Aveva ragione mio nonno: mai comprare niente da uno con una valigia
in
mano, nemmeno uno stage.
Ma, tornando alle nostre trascurate discipline, Fortini ci ha insegnato
che il tango, come del resto la poesia, lo si fa o lo si manca
con i “mezzi di bordo”. Ermeneutica e filologia possono dunque
contribuire alla riconoscibilità delle forme, a far sì che
queste risuonino correttamente “a bordo” dei ballerini.
Fuori dal loro bios, non c’è nulla di scritto. Al contrario
della parola, che non ha alcun rapporto ontologico con la cosa, il
movimento ha un fondamento nel corpo: in esso trova, o manca, la
sua verità. Ogni passo, nel tango, è stato sottoposto
a prove di resistenza del materiale: raddoppiando, o dimezzando,
il tempo d’esecuzione, deformandolo arbitrariamente, pronunciandolo
secondo varie cadenze dialettali, traducendolo in finlandese e in
romagnolo. Quello che arriva fino a noi non è di fatto un
semplice passo, ma la convergenza di più esistenze; nostro
compito è semmai quello di illuminarlo e incarnarlo. La fiducia
nella costanza del suo senso lo carica di una qualità tanto
maggiore quanto più la coerenza coreografica parrebbe voler
smentire l’autosufficienza interpretativa del ballerino. “Le
vere creazioni - dice ancora Fortini - non chiedono di venire altro
che applicate, come si applica uno smalto o un regolamento; ma ciò deve
avvenire al di là di esse, nel rovesciamento del quel che è a
quel che dovrà essere, novità necessaria e insostenibile”.
Insomma, senza sapere da dove veniamo, e questa è una banalità millenaria
che nemmeno il grande Lukàcs si è stancato di ripetere,
difficilmente sapremo dove stiamo andando: saremo davvero in tanti
a brancolare come turchi nella nebbiolina. |
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La domanda corretta, rispetto agli orrori
commessi nei campi, non è pertanto
quella che chiede ipocritamente come sia stato possibile commettere
delitti tanto atroci contro degli esseri umani; più onesto,
e soprattutto più utile, sarebbe indagare attentamente attraverso
quali procedure giuridiche e quali dispositivi politici degli esseri
umani abbiano potuto essere privati dei loro diritti e delle loro
prerogative, fino a che commettere nei loro confronti qualsiasi atto
non apparisse più come un delitto.
Giorgio Agamben
Nel Giorno della Memoria riteniamo più onesto,
e soprattutto più utile, riportare tre voci di dizionario
tratte dagli studi di Giorgio Agamben sull’Homo Sacer, la
Nuda Vita, la Biopolitica:
Habeas Corpus Ad Subjiciendum (1679):
dovrai avere un corpo da mostrare. Fondamento della democrazia
moderna, non l’uomo libero, o il
semplice homo, ma il corpus come nuovo soggetto della politica.
Se nel 1215, Giovanni Senza Terra promulgava la “Grande Carta
delle libertà” rivolgendosi agli “uomini liberi”,
la nascente democrazia moderna pone al centro della sua lotta con
l’assolutismo non Bios, la vita qualificata del cittadino,
ma Zoe, la nuda vita del suo anonimato.
Schutzhaft: custodia protettrice.
Istituto giuridico di derivazione prussiana, base giuridica dell’internamento
dei campi, misura di “polizia preventiva” che permetteva
di “prendere
in custodia” degli individui, indipendentemente da un qualsiasi
contegno penalmente rilevante, al fine di evitare un pericolo per
la sicurezza dello Stato. La sua origine è del 1851, Legge
sullo Stato d’Assedio, poi esteso nel 1871 all’intera
Germania, con esclusione della Baviera. Ironicamente è protezione
contro la sospensione della legge che caratterizza lo stato d’emergenza.
Campo: spazio che si apre quando lo stato d’eccezione comincia
a diventare la regola. |
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