Fenomenologia delle risacche
08
Gennaio
2007

No, non rimpiango Buenos Aires. Preferisco rimanere dall’altra parte della risacca. Perché c’è sempre una risacca nel mezzo. Come il mare non nasce lì dove arriva, ce n’è per ogni costa.
Vinicio Capossela - Tango Malìa di Lucia Baldini e Michela Fregona

La vita è passata, come le isole Azzorre
Vladimir Majakowskij

Ora che il mondo dell’anno scorso se n’è andato all’altro mondo, mi dispongo ad affrontare alla bell’e meglio quello di quest’anno, avvalendomi degli strumenti zodiacali propri di ogni inizio gennaio. Temo infatti che già dal prossimo mese lo schiamazzo positivista interverrà a suffragare le precognizioni splatter dello staff di Nature, con detrimento di quelle, forse meno autorevoli, di Frate Indovino. Intanto però un loro collega, il Mago Otelma, dirama una dritta che conviene annotare prima che venga ridimensionata dagli increduloni professionali del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, gentaglia che per sbugiardare un assetato rabdomante è arrivata a nascondergli le bottiglie d’acqua sotto il letto), e cioè che questo sarà l’anno, importantissimo, del tamarindo. Il vaticinio mi sarà utile per quando dovrò decidere dove collocare i miei risparmi, se in una bibita o in un gelato. Meno male che l’oroscopo della radio prevede per i Leoni ascendente Acquario, un Amore a tutta randa: “Nonostante il vostro brutto aspetto, le orecchie dissonanti, il cranio asimmetrico e il sorriso da cruciverba, una bellissima ragazza dalle stelle a rovescio continuerà a volervi bene, seppur da lontano”. Salute: “Fatevi vedere da uno bravo”. Lavoro: “E’ il momento di passare dalla parte onesta della barricata”. Soldi: “In banca, nemmeno i vostri contanti risulteranno coperti”. Tango: “I piedi piatti non contribuiranno a fare di voi un ghepardo”. Dunque, nel 2007 si gioca a carte scoperte! Tanto vale, allora, che i presagi li smentisca da me, senza sguinzagliare gli investigatori dell’occulto. Per cominciare, a Natale non mi hanno regalato una carrucola, come si era augurato Barbanera; in secondo luogo, ho capitalizzato il molare sul cui tentennante patriottismo erano stati emessi pronostici tali da indurmi all’immediata diserzione della seduta estrattiva. Il mio scarso sorriso terrà duro ancora per un po’, alla facciaccia delle lugubri centurie di Nostradamus e del dentista.
Quest’anno insomma non formulerò i tradizionali buoni propositi, prede fin troppo facili per i furbissimi chiaroveggenti del poi. In compenso, le gomitate della realtà cominciano già in gennaio a farsi largo, come imparabili risacche, tra le illusioni di noi tangueros con un perché. Non occorre essere, come il mio amico Vinicio, un così detto utente specializzato per vedere che le risacche si stanno facendo in quattro nel recapitare sulle coste del 2007 i detriti delle maree precedenti. Alcuni ex-ballerini della Nueva Compañia Tangueros, ad esempio, già si aggirano come tarlati zombi per scuole e festival di tango. Altri, circolano per l’Italia con il bric-à-brac di un famoso tango-show che vanta innumerevoli tentativi d’imitazione, tutti peraltro perfettamente riusciti. Altri ancora, gli stanziali, hanno messo su una specie di outlet del tango, in cui smerciano passi e sequenze non meno fallati di quelli argentini. Come dare loro torto? In effetti, se c’è richiesta di prodotti spicci, non serve aspettare che ce li risputi addosso una provvidenziale risacca.
Perché di risacche, è vero, ce ne sono molte; e sono tutte tra loro diverse. Nella Londra di Engels, un altro esempio, si chiamavano così le risalite quotidiane, sul ritmo delle maree del Tamigi, delle fogne a cielo aperto fin dentro i quartieri popolari dell’East End. Ma ce ne sono anche di buone, come quella che ha arriso agli appartati cittadini di Faial, nell’arcipelago delle Azzorre, con il bel naufragio dell’Arlecchino del Piccolo. Rimando i lettori che volessero approfondire la storia al racconto romanzato di Perfida De Perfidis, e al reportage fotografico in portoghese, entrambi raggiungibili dai link sottostanti. A quelli che invece si fidano ancora dello stile giornalistico del nostro rotocalco, darò l’abituale versione depurata da fatti e circostanze.
Il Piccolo Teatro di Milano, stanco dei sessanta anni di applausi e trionfi mondiali del suo Arlecchino, ha pensato bene di regalargli, in difetto di quelle di gioventù, una bella avventura d’anzianità; il tutto all’insaputa dei sospettosi segugi del Corriere della Sera. Nell’autunno del 2005, al termine di una tournée negli Stati Uniti premiata dal monotono successo di sempre, il production-manager del teatro imbarca tutto l’allestimento sulla CP Valour; il cast invece lo rispedisce a casa in aereo: se no, chi glielo spiega poi all’Enpals? Sotto la bandiera delle Bermuda, stivata insieme ad altri container di rifiuti chimici, la pietra miliare della Commedia dell’Arte prende finalmente il largo con destinazione Valencia. Quand’ecco la catastrofe, il colpo di teatro orchestrato dal Nettuno dello Scandalo negli abissi di Céline. Una mareggiata fa incagliare la nave sugli scogli della Praia do Norte. Per liberarla, i marinai buttano tutto a mare, a cominciare dalla cultura. Qualche giorno dopo, una risacca filodrammatica fornisce all’unica compagnia di teatro delle Azzorre, una compagnia inevitabilmente off, tutto l’occorrente per una recita fuori programma. Colmo della coincidenza, al Mornicipal di Faial è in cartellone L’Isola degli Schiavi di Marivaux (ultima creazione di Giorgio Strehler per il Piccolo), una pièce che guarda caso comincia con il naufragio di Arlecchino su un’isola misteriosa. Aveva ragione Franco Fortini: a che serve sbattersi per “fare del surrealismo”, dal momento che è venuto a mancare il suo contrario?
Di ben altro inchiostro è il disastro marittimo della quasi omonima London Valour avvenuto nel 1970 davanti alla diga foranea di Genova, sotto gli occhi esterrefatti di migliaia di spettatori ammassati sui moli. Anche qui, rimando i lettori a un link della Wikipedia con il resoconto della catastrofe. Come già sapeva Pindaro, le vicende degli uomini vengono presto dimenticate se non giungono al fiore della poesia. Nel caso della London Valour, ci ha pensato Fabrizio De Andrè a collegare il naufragio di cui era stato testimone diretto con quello della generazione “più incarcerata della storia italiana”: il naufragio di una rivoluzione a pochi passi dal porto, che probabilmente non era mai partita, o che forse stava per arrivare. L’anno di questa bellissima canzone, che trascriviamo per intero, è il 1978. Di lì a poco, avrebbe avuto inizio il decennio del riflusso, che di tutte le risacche è la più apparentemente innocua, e perciò la più perniciosa.
N.B. - Il mio sorriso da cruciverba non ha nulla di simile a quelli descritti nella canzone.

Jean Fajean, gennaio 2007

Parlando nel naufragio della London Valour

I marinai foglie di coca digeriscono in coperta
il capitano ha un amore al collo venuto apposta dall'Inghilterra
il pasticciere di via Roma sta scendendo le scale
ogni dozzina di gradini trova una mano da pestare
ha una frusta giocattolo sotto l'abito da tè.
E la radio di bordo è una sfera di cristallo
dice che il vento si farà lupo il mare si farà sciacallo
il paralitico tiene in tasca un uccellino blu cobalto
ride con gli occhi al circo Togni quando l'acrobata sbaglia il salto.
E le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli
i marinai uova di gabbiano piovono sugli scogli
il poeta metodista ha spine di rosa nelle zampe
per far pace con gli applausi per sentirsi più distante
la sua stella sì e oscurata da quando ha vinto la gara del sollevamento pesi.
E con uno schiocco di lingua parte il cavo dalla riva
ruba l'amore del capitano attorcigliandole la vita
il macellaio mani di seta si è dato un nome da battaglia
tiene fasciate dentro il frigo nove mascelle antiguerriglia
ha un grembiule antiproiettile tra il giornale e il gilè.
E il pasticciere e il poeta e il paralitico e la sua coperta
si ritrovarono sul molo con sorrisi da cruciverba
a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi
e il pomeriggio a dimenticarlo con le sue pipe e i suoi scacchi
e si fiutarono compatti nei sottintesi e nelle azioni
contro ogni sorta di naufragi o di altre rivoluzioni
e il macellaio mani di seta distribuì le munizioni.

Arlecchino
Foto portoghesi
London Valour

 

 

Tango for import
 

Ognuno di noi ha un suo personale dimenticatoio in cui getta tutto ciò che più ama non ricordare. Nel mio c’è una sezione, i cui ampliamenti mi è toccato spesso condonare, dove faccio languire i così detti turisti domenicali del tango. Non importa da quale disciplina costoro provengano, o in quale campo eccellano, musica classica, canzonetta, danza contemporanea, pattinaggio, belle lettere, pubblicistica o psicologia: potete star certi che prima o poi faranno una capatina dalle nostre parti. Scopo principale della visita, lo spasso o, nel più onesto dei casi, il lucro. Non di rado, una combinazione dei due. Le loro imprese sono naturalmente appoggiate dai muscoli della grande distribuzione culturale, inneggiate dai media e, quel che è grave, tollerate dai tangueros. Pochi di noi, infatti, si azzardano a criticare le banalità, gli strafalcioni, le piattezze e le miserie linguistiche, di questi scortesi gitanti. Schiaffeggiatori di usignoli, li avrebbe chiamati Céline; sputatori nelle rose altrui, Bukowsky. Ebbene, dalla mia dimenticanza è riuscito ad evadere Daniel Barenboim, il grande pianista e direttore d’orchestra argentino, ma residente in Germania, che qualche anno fa aveva debuttato nel tango con il cd Tangos entre amigos. Questo lavoro, registrato in poche ore con la correità di Rodolfo Mederos e Hector Console e il favoreggiamento di José Carli, tutti e quattro condannati nei 50 minuti d’istruttoria che ho loro dedicato, non è riuscito a essere il peggior disco di tango di tutti i tempi solo perché, nel frattempo, altri musicisti si sono dati molto da fare per superarlo. Barenboim salvato in extremis da Richard Clayderman: ecco qualcosa su cui riflettere. Tangos entre amigos, equivalente programmatico di Quattro risate con Chopin e di Una birretta con Beethoven, si proponeva di ricondurre Salgàn, Piazzolla e Gardel a una più appropriata atmosfera termale. E infatti ha venduto un sacco di copie. Questo ha fatto sì che l’Amministrazione Pubblica di Buenos Aires, al momento di organizzare il concerto-evento televisivo di fine anno, si ricordasse della “statura estetica” di Barenboim (leggi: la sua predisposizione al marchettone tanguero) e lo scritturasse per dirigere la Filarmonica del Teatro Colòn sotto l’Obelisco. Poteva essere, lo scrive anche Diego Fisherman nell’articolo di Pagina/12 che traduciamo qui sotto, un orrendo polpettone. Invece no. I due pericoli segnalati dal reporter hanno finito per annullarsi a vicenda: il tango si è astenuto da “il tipo di complessità di cui necessita la musica classica” e Barenboim da “il gesto linguistico specifico del tango”. Zero a zero. Nel mezzo, c’è stato anche un’omelia agli europei in ascolto in cui Barenboim ha evidentemente alluso, senza però nominarla, alla filantropica impresa di Noé Trauman, la Warsavia, attiva a Buenos Aires fino al 1936.

In quel vecchio film con Cornell Wilde e Merle Oberon, le gocce che cadevano sulla tastiera del pianoforte erano quelle del sangue di Chopin. A Buenos Aires, l’ultimo giorno del 2006, durante l’interpretazione magistrale di quella specie di Rapsodia in Nonino che Piazzolla aveva scritto per Dante Amicarelli nella versione del 1969, le gocce che scivolavano dal volto di Daniel Barenboim e che cadevano una dopo l’altra sul pianoforte, erano invece di sudore. C’erano 34 gradi, ma né lui, né i musicisti della Filarmonica, né le oltre 10.000 persone che sgomitavano sotto l’Obelisco, sembravano soffrirne. Quando poi, verso la fine, il pianista e direttore d’orchestra ha ringraziato “il calore argentino”, nessuno si è messo a ridere. Tutti, anche quelli che in Francia e Germania stavano guardando il concerto in diretta alla televisione, sapevano a che cosa si riferiva. L’amministrazione comunale ha voluto una grande festa per la fine dell’anno, con uno dei maggiori artisti nati a Buenos Aires che dirige l’orchestra della città, in un programma a base di tango, proprio sotto il nostro monumento per antonomasia. Avrebbe potuto essere spaventoso. Il tango “sinfonico”, enfatico, artificiale, sovraccarico, e al tempo stesso carente sia del gesto linguistico specifico del genere che del tipo di complessità di cui necessita la così detta musica classica, avrebbe potuto trasformarsi in un’insopportabile sfilata di scimmie vestite di seta. Ma così non è stato. E più ancora del mestiere di Carli, arrangiatore del repertorio e preparatore dell’orchestra, è stata la statura estetica di Barenboim a evitare che l’inevitabile ampollosità che sempre accompagna questi progetti non abbia prevalso. Si è trattato naturalmente di qualcosa di più di un semplice concerto. Un rituale collettivo, piuttosto, fondato sulla capacità di officiante del musicista. “Noi argentini abbiamo vinto molti campionati di autocritica”, ha detto a un certo punto, alludendo alle qualità che di solito lasciano il posto all’immagine lacerante che noi argentini ci facciamo di noi stessi. Anche qui, poteva essere solo demagogia. Ciò nonostante, il messaggio inviato all’Europa per l’anno nuovo è risultato molto chiaro: “Qui ci sono italiani e spagnoli, e i loro discendenti. Ci sono importanti colonie di ebrei, sirio-libanesi, tedeschi, inglesi. L’Argentina ha accolto generosamente migliaia di persone in condizioni economiche e morali miserevoli. L’Argentina è stata costruita con l’aiuto di quelle persone. Questo è il nostro messaggio a un’Europa che non sa cosa fare dell’immigrazione”. E intanto, naturalmente, risuonava il tango, da un medley di canzoni di Gardel, a Libertango, Decarisimo, Tanti anni prima - che Barenboim ha suonato insieme a Leopoldo Federico - e Adiòs Nonino di Piazzolla, o A Don Agustìn Bardi e A Fuego lento di Salgàn. Sugli schermi giganti scorrevano le immagini dell’Obelisco e delle luci di Buenos Aires. Sebbene il vestito sinfonico non sia quello che più si addice al tango, si celebrava ciò che Whitman avrebbe chiamato “il canto a me stesso” di una città emozionata. L’ovazione che è stata tributata all’entrata di Barenboim non è stata che la prima della serie. Un secondo applauso è sgorgato quando il musicista ha ricordato che “sono nato a poche cuadras di qui, nella calle Arenales, forse perché i miei genitori volevano che potessi andare al Teatro Colòn tutte le volte che volevo”. I numerosi cartelli che dicevano “Grazie, Maestro” testimoniavano della particolare relazione instauratasi tra lui e il pubblico. Alla fine, è spuntato un secondo protagonista. “Abbiamo ascoltato Gardel e Piazzolla. Ma c’è un altro nome fondamentale nella storia del tango. Quelli che suoneremo adesso sono alcuni pezzi di un ragazzino di novanta anni che si chiama Horacio Salgàn, un pianista e un compositore che ammiro moltissimo. Sono orgoglioso che sia qui con noi questa notte”. Salgàn è salito in palcoscenico, si è abbracciato con Barenboim, ha risposto all’acclamazione del pubblico, e poi è arrivata anche la sua musica. L’orchestrazione ha messo in risalto il clarinetto basso, in omaggio a uno degli specifici caratteri Salganiani. La prestazione della Filarmonica è stata di alto livello, con notevoli stacchi solistici, come quello del corno in Decarisimo. El dìa que me quieras, con il piano insieme agli archi, e El Firulete, solo con i fiati, hanno permesso alle diverse sezioni di mettersi in luce. Barenboim ha un po’ suonato il piano e un po’ diretto l’orchestra, controllandone sempre le dinamiche e la precisione. L’imponente sobrietà dell’orchestra di Leopoldo Federico si è rivelata con il notevole Sueño de tango. Invece, la coppia di ballerini formata da Mora Godoy e Junior Cervila, probabilmente necessaria per il pubblico europeo, non era né sufficientemente milonguera per dare intensità alla danza, né sufficientemente acrobatica per destare sensazione. Niente di dannoso, comunque, per una festa in cui anche la buona qualità del suono e l’eccellente regia televisiva meritano di essere ricordati. Chiusura con A fuego lento, mentre Buenos Aires letteralmente ardeva. La città salutava l’anno nuovo, ma il fuoco, come ha detto Barenboim, era altrove.

Diego Fisherman - Pagina/12

 

 

 

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