| La pura verdad |
13
GIUGNO
2006 |
Se permettete,
preferisco continuare a vivere.
Dopo tutto, e avendolo pensato bene,
non ho
motivi per lagnarmi o protestare:
ho sempre vissuto nella gloria, nulla
d’importante mi è mancato.
E’ vero, non ho mai voluto l’impossibile; innamorato
delle cose di questo mondo con incoscienza e dolore e paura e
angoscia.
Da molto vicino ho conosciuto l’imperdonabile allegria;
ho avuto
sogni spaventosi e buoni amori, leggeri e colpevoli.
Ho vergogna delle mie pretese; una gallina goffa,
malinconica, debole e poco interessante,
un ventaglio di piume che il vento disprezza,
caminito que el tiempo ha borrado.
Gli istinti hanno morso la mia giovinezza e ora, senza rendermene
conto, sto iniziando
una maturità equilibrata, capace di spazientire chiunque
o annoiare di colpo.
Gli errori sono stati definitivamente dimenticati; la memoria è morta
e si lamenta con altri dei inaugurati dal sonno e con i cattivi
sentimenti.
Il deperibile, lo sporco, il futuro, hanno saputo intimidirmi
ma li ho sconfitti per sempre; so che futuro e memoria si vendicheranno
un giorno o l’altro.
Passerò senza essere notato, con falsa modestia, come Cenerentola,
anche se alcuni
mi ricordano con affetto o scoprono la mia scarpina; anche loro
stanno morendo.
Non scarto la possibilità
della fama e del denaro; le basse passioni e l’inclemenza.
La crudeltà non mi spaventa e ho sempre vissuto
abbagliato dall’alcol puro, il libro ben scritto, la carne
perfetta.
Confido nelle mie forze e nella mia salute
e nel destino e nella buona sorte:
so che arriverò a vedere la rivoluzione, il salto temuto
e accarezzato, che busserà alla porta della nostra lotta.
Sono sicuro che potrò vivere nel cuore di una parola;
condividere questo calore, questa fatalità che pacifica,
non serve e si corrompe.
Posso parlare e ascoltare la luce
e il colore della pelle amata e nemica e vicina.
Toccare il sogno e il nitore,
nascere con ogni tremore sprecato, nella fuga.
Inciampi feriti di morte;
speranza e dolore e stanchezza e voglia.
Continuare a parlare, sostenere
questa vittoria, questo pugno; salutare, congedarmi.
Senza superbia posso dire
che la vita è il meglio che conosco.
Francisco Urondo - 1973
traduzione di Jean Fajean
Remota e nobile come quella di Garcilaso
de la Vega (che morì nel
1536 in seguito alle ferite riportate in una missione da ufficiale
dell’esercito di Carlo V) è la figura dell’uomo “d’arme
e lettera”. Due facce della stessa moneta che all’epoca
di Cervantes, l’altro archetipo di questa tradizione eroica,
costituivano le virtù indispensabili di ogni perfetto caballero. “Ho
impugnato le armi perché cercavo la parola giusta” è forse
la frase più famosa di Francisco Paco Urondo, poeta, giornalista,
letterato e combattente che non distingueva bene la parola dall’azione
o che, per meglio dire, considerava l’impegno politico, la
militanza, come arte di vivere, trasformazione di sé, effetto
artistico. L’intreccio inghirlandato di poesia e vita, una
certa sua posa da dandy militante, da bon-vivant rivoluzionario
e, perché nasconderlo, da Don Giovanni guerrigliero, se
da un lato lo aiutarono a mediare tra i rigori della clandestinità e
il “rotolare via come bocce senza maniglie”, dall’altro
non lo protessero dal raffinato leninismo dei suoi compagni Montoneros.
Accusato di infedeltà verso la sua penultima fidanzata Lili
Mazaferro e perciò inviato in missione a Mendoza, città dove
la guerriglia era pressoché decimata, Urondo morì in
uno scontro con un reparto speciale dell’esercito golpista:
con la sua compagna preferì inghiottire un’ironica
e letteraria pastiglia di cianuro piuttosto che cadere vivo nelle
mani
dei torturatori. In Paco Urondo, qualcuno ha scritto, si avvertono
le ultime armonie della dolce bohème porteña mentre
si confondono con il rumore delle armi che si caricano.
In occasione del trentesimo anniversario della sua morte, avvenuta
il 17 giugno 1976, l’editrice Adriana Hidalgo ha pubblicato
in questi giorni la sua “Obra Poetica” che consigliamo
strenuamente a tutti i nostri lettori, anche solo per le magnifiche
glosse ai suoi tanghi più amati. Un esempio su tutti, il “Yuyo
verde” del Cuarteto Cedròn che si apre appunto con
la bellissima introduzione di Paco Urondo, il quale, dai Campi
Elisi
degli uomini d’arme e lettera, saprà certamente perdonare
la rudimentale traduzione de “La pura verdad” che ne
ha fatto Jean Fajean qui sopra.
Francisco Urondo “Obra Poetica”
www.adrianahidalgo.com |
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Verano che verrà |
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Con la Nueva
Compañia
Tangueros a maggese, l’interesse degli appassionati
del Tango di qualità si potrà concentrare sui due
unici concerti che il Trio Esquina di César
Stroscio rilascerà nell’imminente
estate. Ecco le informazioni necessarie per evitare di perderseli:
Giovedì 6
luglio
TRIESTE, piazza Verdi
Festival Voci dal Ghetto
email: voci.dal.ghetto@virgilio.it
Mercoledì 9 agosto, ore
14
MONTE PANEGAL - Regole di Sarnonico Malosco, quota m. 1370
Festival I Suoni delle Dolomiti
tel. 0463 830133
www.isuonidelledolomiti.it |
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11 per il patibolo |
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Va bene, la storia della
partita della morte è già stata raccontata molte volte,
persino da un film di John Houston con Pelé, Ardiles, George
Moore, Michael Caine e Sylvester Stallone in porta. Tuttavia le circostanze
ci sembrano propizie per riproporla ancora in una versione non lontana
dalla verità: quella di Ariel Magnus, scrittore di Buenos
Aires e impenitente tifoso bostero, pubblicata su un Pagina/12 della
settimana scorsa. La traduzione è questa volta del nostro
corrispondente El Moplo, critico di danza e surreale sostenitore
del Ferrocarril Oeste.
Per tutti noi che amiamo il calcio, ogni partita
ha qualcosa di definitivo. Nei giorni precedenti all’incontro,
poco importa se lo aspettiamo come giocatori o spettatori, la realtà comincia
a farsi strada verso il grande evento e quando mancano poche ore
niente di ciò che
succederà più tardi sembra possibile. Il fischio d’inizio
equivale alla fine del mondo: la passione ordina che si giochi a
morte e sul terreno si lascino le gambe, i polmoni, la vita. E’ chiaro
che i novanta minuti poi passano, anche quelli che decidono un mondiale:
immediatamente dopo l’attesa riprende il suo corso normale.
Tuttavia la ricerca della partita assoluta, quella che deciderà tutto,
non è la semplice espressione di un’utopia irraggiungibile,
ma una specie di tributo a una partita autenticamente definitiva,
una partita letteralmente a morte, forse la più drammatica
della storia.
Ha avuto luogo durante la Seconda Guerra Mondiale tra una squadra
dell’esercito nazista e la Dynamo di Kiev. Uno dei principali
promotori fu Iosif Kordik, uomo taciturno e crudele che aveva una
sola passione: il football. Come quasi tutti i tifosi in Ucraina,
Kordik era un fanatico sostenitore della Dynamo di Kiev, una squadra
che in quei tempi era tra le più forti d’Europa. Correva
l’anno 1942. Già da diversi mesi Kiev era occupata dai
nazisti e tutti i giocatori della Dynamo era passati in clandestinità.
Camminando un giorno tra le rovine della sua città, Kordik
sentì che il cuore gli si fermava: dall’altra parte
del marciapiede c’era uno dei suoi idoli, il portiere Trusevich.
Per capire cosa deve essere stato quel momento per Kordik, figuriamocelo
come un catalano di oggi, ovviamente tifoso del Barça; immaginiamoci
una guerra improvvisa, l’esercito nemico che invade Barcellona,
i campioni che entrano in clandestinità e Kordik che per strada
vede Ronaldinho, affamato e coperto di stracci. Un incontro strano,
a dir poco. Ma ancora più strano è che, per colpa della
guerra, i ruoli si sono invertiti e ora Kordik ha addirittura più potere
di Ronaldinho, dato che amministra una fabbrica di pane. L’incontro,
che in altre circostanze sarebbe stato celebrato con un grido di
saluto e una richiesta d’autografo, qui marcò l’inizio
di un sogno: invitato a lavorare per Kordik, Ronaldinho porta anche
i suoi compagni di squadra: Messi, Puyol, Eto’o...
Questo fu più o meno quello che successe nel 1942, ma con
i giocatori della Dynamo e della Locomotiva di Kiev. Kordik, che
lavorava per i nazisti e non era certo uno Schindler, non gli aveva
dato asilo perché si era impietosito, ma perché gli
era piaciuta l’idea di vedersi circondato dalle stelle del
calcio ucraino. In ogni caso, tolse dalla miseria non solo i migliori
calciatori del paese, ma anche molti sportivi di altre discipline.
Così, nel cortile della sua panetteria, presto si formò un
vero e proprio dream-team per tutta la Russia: la Start FC.
Subito dopo aver invaso l’Ucraina, i nazisti avevano cercato
di instaurarvi un qualche tipo di normalità completando lo
stadio e creando un campionato di calcio a sei squadre, quattro formate
da soldati tedeschi o dai loro alleati, una di ucraini collaborazionisti
(la Rukh) e la Start FC. La partita d’inaugurazione si giocò tra
le squadre locali, quella dei panettieri sottoalimentati e privi
di scarpe da calcio e quella dei collaborazionisti dalla pancia più piena
e più puliti. Vinse la squadra di Trusevich per 7 a 2. I compagni
fornai avevano la maglia rossa, erano tutti membri del Partito Comunista
e non nascondevano una certa avversione per il regime che da quasi
un anno stava occupando il loro paese. La vittoria sui collaborazionisti
non era una propaganda buona per la svastica, così l’allenatore
della Rukh, un altro ucraino che lavorava per i nazisti, ottenne
facilmente che la Start non giocasse più nello stadio grande
di Kiev. Nonostante il trasferimento forzato nello stadio piccolo,
non si fermò la furia devastatrice: la Start liquidò per
11 a 0 anche la squadra rumena. Così mentre la Start entusiasmava
sempre più gente nel campo piccolo, in quello grande la Rukh
faceva sbadigliare persino i soldati in licenza dal fronte. La cosa
più onesta che riuscì ai collaborazionisti in tutta
la loro patetica carriera fu quella di lasciarsi sconfiggere dal
Flakelf. Presentata come la squadra dell’aviazione tedesca
che non aveva mai perso una partita, l’invincibile Flakelf
era indubbiamente predestinata a farla finita con il mito della Start,
la quale si stava trasformando nel baluardo della resistenza nel
cuore della popolazione locale. La grande sfida ebbe luogo mercoledì 6
agosto. La Start FC volò più alto delle aquile teutoniche:
5 a 1.
Il campionato si era già concluso da tempo. Imbattuti e con
43 gol in 7 partite, i rossi erano i campioni indiscussi. I tedeschi
però pretendevano una rivincita. Giovedì 7, a un solo
giorno di distanza dall’umiliante sconfitta del Flakelf, la
città si svegliò tappezzata di manifesti, stampati
sulla stessa carta grigia degli editti ufficiali, che annunciavano
per domenica 9 la partita di ritorno. Come sempre dice maliziosamente
Maradona quando parla della famosa partita contro la nazionale inglese,
non bisognerebbe mescolare il football con la politica, ma per mescolarsi
si mescolano lo stesso. Vale a dire: la rivincita contro il Flakelf
non era una semplice partita e i giocatori intorno a Trusevich lo
sapevano. In quel momento rappresentavano l’onore di Kiev,
e non solo quello sportivo. La gente e persino i soldati degli
eserciti alleati di Hitler si avvicinavano alla fabbrica o agli
spogliatoi
per portare cibo e beni di conforto. Grazie a quei doni, riuscirono
a dotarsi di calze e tute. Giocare a perdere sarebbe stato un tradimento
inconcepibile.
Pochi minuti prima dell’inizio, i rossi ricevettero una visita
in spogliatoio. “Salutate gli avversari secondo la nostra formula”,
consigliò loro un uomo in divisa da SS, che risultò poi
essere l’arbitro della partita. Quello che stava gentilmente
suggerendo era che accogliessero la compagine della Luftwaffe con
un sonoro “Heil Hitler!”. In uno stadio stracolmo soprattutto
di soldati nazisti, i rossi non seguirono il consiglio alla lettera:
alzarono il braccio in stile hitleriano, ma poi lo abbassarono colpendosi
il petto secondo il saluto russo: “Fitzcult Hurrà!”,
viva lo sport! Non fu l’unica regola che infransero durante
la partita: di fronte a un avversario ben alimentato e con undici
riserve, di fronte a una squadra che preferiva calciare le gambe
piuttosto che il pallone e a un arbitro che sembrava cieco per tutto
ciò che riguardava i falli tedeschi, gli undici della Start,
denutriti, stanchi, senza giocatori di riserva e costretti a giocare
delicatamente per non fornire pretesti all’espulsione, arrivarono
al riposo in vantaggio di tre gol contro uno.
Nell’intervallo ricevettero una seconda visita di un altro
uomo in uniforme che non era venuto lì per far loro i complimenti.
Ci sono diverse versioni sul tono del visitatore. Per alcuni, si
limitò a un sobrio “Voi non potete vincere. Pensate
alle conseguenze”. Per altri, la minaccia fu diretta e cristallina: “Se
vincete, vi fuciliamo.” Quel che è sicuro è che,
al di là delle sfumature, i giocatori della Start FC sapevano
che si stavano giocando la vita. E non gli importava.
Nel secondo tempo, il terreno di gioco fu circondato dai soldati.
Il clima si fece più teso che mai. Trusevich, il portiere,
che nella prima metà aveva ricevuto un calcio alla testa che
gli aveva fatto perdere conoscenza per alcuni minuti, ora era bersagliato
dal lancio di oggetti di ogni tipo. Ciò nonostante, anche
i tifosi della Start riuscirono a farsi valere, inducendo il Flakelf
ad andarci un pò più piano. La partita finì 5
a 3 per la Start, ma la vera umiliazione fu il gol non segnato, il
sesto gol invisibile: Alexei Klimenko, come Maradona contro gli inglesi,
scartò tutta la difesa, incluso il portiere, e si fermò del
tutto solo sulla linea di porta. Qui non spinse dentro il pallone,
ma si girò e calciò verso il centro del campo. A questo
punto l’arbitro, che aveva paura di sberleffi ancora maggiori,
dichiarò chiuso l’incontro quando mancavano diversi
minuti alla fine regolare.
La temuta rappresaglia non arrivò subito. Anzi: la settimana
dopo i rossi furono invitati a giocare la rivincita con la Rukh e
vinsero in carrozza per 8 a 0. Ancora pochi giorni e la festa finì per
davvero: alcuni ufficiali della Gestapo in abiti civili si presentarono
in fabbrica con una lista dei nove giocatori della vecchia Dynamo
di Kiev. Tutti i giocatori furono arrestati uno per uno e portati
nella caserma centrale della polizia segreta tedesca. Risultavano
ancora iscritti al Partito Comunista (dovevano esserlo per poter
giocare in una squadra sotto il regime comunista), ma Nikolaj Korotkykh
era anche un agente attivo della polizia russa e fu fucilato sul
posto. Gli altri furono torturati sistematicamente per indurli a
denunciarsi l’uno con l’altro e poterli giustiziare in
forma “legale”. Non parlarono, così furono trasferiti
nel campo di concentramento di Siretz, famigerato per le fucilazioni
di massa e il sadismo dei suoi guardiani.
Solo quattro riuscirono a sopravvivere; gli altri morirono fucilati
o senza lasciare traccia. Ma nemmeno la liberazione russa del novembre
1943 fu una vera liberazione per i sopravvissuti. Come tutti coloro
che erano stati sotto l’occupazione tedesca, vennero giudicati
quasi dei collaborazionisti. Per il loro bene, venne fatta circolare
la voce che erano stati tutti fucilati immediatamente dopo quell’ultima
partita, con ancora indosso gli abiti sportivi.
Vivi erano sospetti; morti degli eroi.
Ariel Magnus, Pagina/12 giugno
2006
traduzione di El Moplo |
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