Se proprio volete sapere quanto interminabile
e triste possa essere l’attesa fino al prossimo tango, vi basterà guardare
le facce lunghe come le speranze dei poveri di noi Pugliesisti, Troileani
e al limite Tuertisti, mentre aspettiamo con le calze smagliate l’esaurimento
delle inesauribili marcette degli spin-doctor della milonga. Ce ne
stiamo lì accanto alla scacchiera come alfieri mangiati, senza
nemmeno potere, per mancanza di appropriata attrezzatura, davvero
planchar. Il tempo fino al prossimo tango è dunque un’attesa
metafisica in cui semplicemente non siamo: fermi come intercapedini,
condannati all’inesistenza dal monotono ciuf-ciuf che in egual
misura e simultaneamente fa contenti tanto i pensosi stivatori dell’apilado
che gli informi elettricisti del neo-tango, ovvero dal poco più che
inanimato al manesco. Già da un pezzo però il vostro
corrispondente ha preso le opportune contromisure, inviando un incaricato
a non ballare in sua vece. Ha trovato cioè un sostituito che
lo rappresenta in quell’inesistenza coreografica, anche se
temiamo che presto sarà costretto, dovesse continuare l’inettitudine
alla mancanza del suo delegato, a mancare di persona. Ma parlando
di metafisica porteña, non possiamo non tirare il ballo colui
che ne è stato il fondatore segreto, l’enorme e invisibile
Macedonio Fernandez. Ecco dunque a beneficio esclusivo dei nostri
lettori un’inchiesta di Macedonio dal significativo titolo “Il
mal del secolo” nella pittoresca traduzione di Jean Fajean.
Tanto per ammazzare il tempo fino al prossimo tango.
Andare in cerca del mal del secolo sarebbe poco serio per un umorista,
ma basta che qualcuno me lo chieda che io non me lo faccio ripetere
due volte! Sono ottimista: se c’è un mal del secolo,
lo troverò, ovunque questa prestigiosa disperazione dal nome
tanto elegante e comune a tutto il mondo si nasconda. Non vorrete
mica che ci si intristisca perché manca il mal del secolo.
Il problema é: esiste davvero? Chi lo autorizza? In che tango
lo si nomina? Perché se non lo nomina un tango, unica nostra
fonte fededegna, unica nostra certezza dato che è la sola
cosa su cui non chiediamo consiglio in Europa - in passato abbiamo
avuto dei Presidenti che chiedevano consiglio persino a Parigi e
Londra - allora potremmo, tanto per ingannare l’attesa fino
al prossimo tango, domandare un’opinione a quegli intervistati
a vita che un’opinione ce l’hanno su tutto e che sempre
sfoggiano un’imperterrita saggezza universale, anche se dal
tono trafelato di quest’ultima si direbbe che se ne siano appena
dotati: non sia mai che l’attribuzione della nostra fiducia
li trovi sguarniti di risposte. Da Herbert Spencer, suprema figura
del pensiero europeo, non sarebbe così facile avere un parere;
in compenso, nessun suo parere sarebbe mai disdegnato. Quelli invece
deliberano tutti i santi giorni su tutti gli argomenti, e poi finiscono
con l’accusarci di avere troppi tanghi. Così dicono
anche di Gòmez de la Serna, autore di cose molto più che
eterne: secondo loro scriverebbe troppo, e solo perché non
ingarbuglia l’Arte con delle profondità filosofiche
e sociologiche, che del resto sono più facili e superficiali
di quelle genuinamente artistiche. Intanto è il caso di dire
che proprio grazie a Bernard Shaw, a Chaplin, e a Gòmez de
la Serna, il secolo non mi fa più paura. Venga pure un secondo
Wagner, nordamericano probabilmente, che tanto Debussy, Strawinsky
e Ravel gli stanno già preparando l’orchestra (anche
se avrebbero preferito preparargli il coro) di cui avrà bisogno;
Goya, Beethoven, Poe, di tutto avrà il secolo e forse anche
di più. Nessun tango sostiene il contrario. E io che speravo
di arrivare a sentire il nuovo Wagner. Non vorrei andarmene prima
che nasca perché si morirà meglio con un altro Parsifal.
Insomma: che profondo è l’umano se riesce a esprimere
se stesso per due volte in ogni secolo: in due Quinte Sinfonie, in
due Parsifal; e allo stesso tempo, che fragile che è se nemmeno
la nazione più potente può risolvere la questione dei
cinquanta milioni di disoccupati che non trovano con chi scambiare
i loro servizi con cose o altri servizi. L’uomo ha bisogno
dell’uomo per cooperare. E nonostante questo, è così attivo,
così efficace, così ingegnoso nei suoi piaceri che
un mal del secolo non si è mai distinto nella baraonda dei
beni e dei mali che ne occupano la coscienza. Anche a me capita spesso
di essere fermato da un tango, per esempio davanti alla porta di
ferramente, latterie e altre case della musica, e facilmente mi si
compra con il contentino dell’intervista, procedura a cui mi
sottopongo volentieri perché so che in ogni caso mi si distinguerà dagli
intervistati di prima: loro hanno trovato il mal del secolo e io
no. Ho questa disgrazia; preferirei mille volte mostrarmi sorridente
come quelli che di quei mali ne hanno trovati a dozzine. Da che ho
finito di pubblicare La Vigilia, eccetera, mi sento ancora più sparpagliato
dei ballerini alla fine di un tango. Oltre a non sapere cosa fare,
il sindacato degli addormentati in tram mi ha inviato un suo delegato
sveglio per comunicarmi la scomoda notizia che non appena un membro
di questa comunità opportunista prende sonno su un sedile,
gli altri passeggeri cominciano a mormorare e a indicarlo come l’autore
de La Vigilia, eccetera, cosa del tutto fuori luogo; nessuno degli “Additatori
Associati” lo ha mai letto, nemmeno per sbaglio. Anzi, il mio
libro ha avuto su di loro l’effetto contrario: prima dormivano
meglio. Il sindacato ora pretende che io dichiari pubblicamente di
esserne l’autore per la seconda volta, una contrarietà questa
che mi toglie l’unica allegria procuratami dall’opera:
sapere che i suoi compratori erano andati esauriti. E ora, signor
Direttore, come finisco? Dovevi finire prima fa, dice lei? Se così pensa,
lei è in ritardo. E in ritardo con l’epoca, per giunta.
Al giorno d’oggi anche i pantaloni finiscono dopo, in più stoffa,
in stoffa ulteriore: hanno un finale grandioso, una campana, una
nube di stoffa*. Se tra pantalone e scarpa galleggiasse una cesta
o una valigia piena di stoffa, non ce ne meraviglieremmo. Al giorno
d’oggi anche i discorsi finiscono dopo, va l’eloquenza
Oxford. Prima non è più possibile. Mi conceda almeno
lo spazio per la conclusione e il congedo: l’attesa fino al
prossimo tango.
- Concesso?
No, ma finisco lo stesso.
* I pantaloni “Oxford” (Nota
dell’Editore)
Macedonio Fernandez, 1930
Obras Completas Ed. Corregidor
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