Esperanza de pobre
05
MAGGIO
2006

Se proprio volete sapere quanto interminabile e triste possa essere l’attesa fino al prossimo tango, vi basterà guardare le facce lunghe come le speranze dei poveri di noi Pugliesisti, Troileani e al limite Tuertisti, mentre aspettiamo con le calze smagliate l’esaurimento delle inesauribili marcette degli spin-doctor della milonga. Ce ne stiamo lì accanto alla scacchiera come alfieri mangiati, senza nemmeno potere, per mancanza di appropriata attrezzatura, davvero planchar. Il tempo fino al prossimo tango è dunque un’attesa metafisica in cui semplicemente non siamo: fermi come intercapedini, condannati all’inesistenza dal monotono ciuf-ciuf che in egual misura e simultaneamente fa contenti tanto i pensosi stivatori dell’apilado che gli informi elettricisti del neo-tango, ovvero dal poco più che inanimato al manesco. Già da un pezzo però il vostro corrispondente ha preso le opportune contromisure, inviando un incaricato a non ballare in sua vece. Ha trovato cioè un sostituito che lo rappresenta in quell’inesistenza coreografica, anche se temiamo che presto sarà costretto, dovesse continuare l’inettitudine alla mancanza del suo delegato, a mancare di persona. Ma parlando di metafisica porteña, non possiamo non tirare il ballo colui che ne è stato il fondatore segreto, l’enorme e invisibile Macedonio Fernandez. Ecco dunque a beneficio esclusivo dei nostri lettori un’inchiesta di Macedonio dal significativo titolo “Il mal del secolo” nella pittoresca traduzione di Jean Fajean. Tanto per ammazzare il tempo fino al prossimo tango.

Andare in cerca del mal del secolo sarebbe poco serio per un umorista, ma basta che qualcuno me lo chieda che io non me lo faccio ripetere due volte! Sono ottimista: se c’è un mal del secolo, lo troverò, ovunque questa prestigiosa disperazione dal nome tanto elegante e comune a tutto il mondo si nasconda. Non vorrete mica che ci si intristisca perché manca il mal del secolo. Il problema é: esiste davvero? Chi lo autorizza? In che tango lo si nomina? Perché se non lo nomina un tango, unica nostra fonte fededegna, unica nostra certezza dato che è la sola cosa su cui non chiediamo consiglio in Europa - in passato abbiamo avuto dei Presidenti che chiedevano consiglio persino a Parigi e Londra - allora potremmo, tanto per ingannare l’attesa fino al prossimo tango, domandare un’opinione a quegli intervistati a vita che un’opinione ce l’hanno su tutto e che sempre sfoggiano un’imperterrita saggezza universale, anche se dal tono trafelato di quest’ultima si direbbe che se ne siano appena dotati: non sia mai che l’attribuzione della nostra fiducia li trovi sguarniti di risposte. Da Herbert Spencer, suprema figura del pensiero europeo, non sarebbe così facile avere un parere; in compenso, nessun suo parere sarebbe mai disdegnato. Quelli invece deliberano tutti i santi giorni su tutti gli argomenti, e poi finiscono con l’accusarci di avere troppi tanghi. Così dicono anche di Gòmez de la Serna, autore di cose molto più che eterne: secondo loro scriverebbe troppo, e solo perché non ingarbuglia l’Arte con delle profondità filosofiche e sociologiche, che del resto sono più facili e superficiali di quelle genuinamente artistiche. Intanto è il caso di dire che proprio grazie a Bernard Shaw, a Chaplin, e a Gòmez de la Serna, il secolo non mi fa più paura. Venga pure un secondo Wagner, nordamericano probabilmente, che tanto Debussy, Strawinsky e Ravel gli stanno già preparando l’orchestra (anche se avrebbero preferito preparargli il coro) di cui avrà bisogno; Goya, Beethoven, Poe, di tutto avrà il secolo e forse anche di più. Nessun tango sostiene il contrario. E io che speravo di arrivare a sentire il nuovo Wagner. Non vorrei andarmene prima che nasca perché si morirà meglio con un altro Parsifal. Insomma: che profondo è l’umano se riesce a esprimere se stesso per due volte in ogni secolo: in due Quinte Sinfonie, in due Parsifal; e allo stesso tempo, che fragile che è se nemmeno la nazione più potente può risolvere la questione dei cinquanta milioni di disoccupati che non trovano con chi scambiare i loro servizi con cose o altri servizi. L’uomo ha bisogno dell’uomo per cooperare. E nonostante questo, è così attivo, così efficace, così ingegnoso nei suoi piaceri che un mal del secolo non si è mai distinto nella baraonda dei beni e dei mali che ne occupano la coscienza. Anche a me capita spesso di essere fermato da un tango, per esempio davanti alla porta di ferramente, latterie e altre case della musica, e facilmente mi si compra con il contentino dell’intervista, procedura a cui mi sottopongo volentieri perché so che in ogni caso mi si distinguerà dagli intervistati di prima: loro hanno trovato il mal del secolo e io no. Ho questa disgrazia; preferirei mille volte mostrarmi sorridente come quelli che di quei mali ne hanno trovati a dozzine. Da che ho finito di pubblicare La Vigilia, eccetera, mi sento ancora più sparpagliato dei ballerini alla fine di un tango. Oltre a non sapere cosa fare, il sindacato degli addormentati in tram mi ha inviato un suo delegato sveglio per comunicarmi la scomoda notizia che non appena un membro di questa comunità opportunista prende sonno su un sedile, gli altri passeggeri cominciano a mormorare e a indicarlo come l’autore de La Vigilia, eccetera, cosa del tutto fuori luogo; nessuno degli “Additatori Associati” lo ha mai letto, nemmeno per sbaglio. Anzi, il mio libro ha avuto su di loro l’effetto contrario: prima dormivano meglio. Il sindacato ora pretende che io dichiari pubblicamente di esserne l’autore per la seconda volta, una contrarietà questa che mi toglie l’unica allegria procuratami dall’opera: sapere che i suoi compratori erano andati esauriti. E ora, signor Direttore, come finisco? Dovevi finire prima fa, dice lei? Se così pensa, lei è in ritardo. E in ritardo con l’epoca, per giunta. Al giorno d’oggi anche i pantaloni finiscono dopo, in più stoffa, in stoffa ulteriore: hanno un finale grandioso, una campana, una nube di stoffa*. Se tra pantalone e scarpa galleggiasse una cesta o una valigia piena di stoffa, non ce ne meraviglieremmo. Al giorno d’oggi anche i discorsi finiscono dopo, va l’eloquenza Oxford. Prima non è più possibile. Mi conceda almeno lo spazio per la conclusione e il congedo: l’attesa fino al prossimo tango.
- Concesso?
No, ma finisco lo stesso.

* I pantaloni “Oxford” (Nota dell’Editore)

Macedonio Fernandez, 1930
Obras Completas Ed. Corregidor

 

 
Mariachiara nel Nord Est  

Continuano anche in maggio i corsi mensili di Mariachiara Michieli a Venezia e Pordenone. I prossimi appuntamenti sono il 6 e 7 (Venezia) e 27 e 28 (Pordenone). Previste lezioni di tecnica individuale e di coppia. Questi i numeri per le informazioni:

Venezia - Carlo Galiazzo tel. 393 1742891 oppure 347 6074676
email: carlogaliazzo1@virgilio.it

Pordenone - Massimo Marchetto tel. 335 5411880
email: maximotango@yahoo.it

 

 
Anticipazioni editoriali  

Annunciamo con un certo anticipo la pubblicazione del nuovo numero della Tangueros Quarterly Review, l’undicesimo!, che avverrà non appena avremmo finito di scopiazzarlo dai nostri inconsapevoli contributors. Nel fornirvi un primo elenco dei contenuti, vi consigliamo intanto di dare un’occhiata alla rinnovata grafica del sito.

TQR n.11

Hoy bandoneòn hoy di César Stroscio
Gli squilibrati di Juan Sasturain
La poesia di Pasolini di Franco Fortini
Pampa e Circostanza di Marco Castellani
Gardel di Julio Cortazar
Note sul gesto di Giorgio Agamben

 

 
   

 

©opyleft thetqr.org