“Non c’è tango
senza mugre”, disse una volta Astor Piazzolla a Kip Hanrahan
che, da bravo produttore musicale dell’era analogica, stava
cercando di nascondere la mugre di The rough dancer and the
cyclical night sotto il tappeto di filtri e riverberi. Mugre è una
voce lunfarda che indica quella particolare sporcizia fatta di polvere,
residui di varia natura e sostanze grasse che si accumula di solito
in cucina, specialmente tra i fornelli, ed è per questo detta
anche grela, da graticola in dialetto veneto, termine poi esteso
elegantemente alle ragazze sfruttate dal ruffiano di turno. Dunque
secondo Astor il tango è “una combinazione di angel e mugre”, di grazia e spazzatura, e la prima difficilmente
si dà senza la seconda. C’è chi dice invece,
il vostro corrispondente per esempio, che a giudicare da quel che
il tango sta mostrando di sé in questi ultimi anni, sembra
che la seconda se la cavi benissimo anche senza la prima. Ma se davvero
si vuol parlare di mugre, allora non si può tacere il nome
di quel che ne è il luogo di culto, il mausoleo, l’esposizione
permanente, ossia il Bar Britànico. Sono pochi i romantici
frequentatori dell’Ateneo notturno della milonga che non hanno
mai “preso d’anticipo il mattino” in questo locale
all’esquina di Brasil e Defensa, significativamente situato
di fronte alla statua di Pedro de Mendoza, fondatore di Buenos Aires
e rinomato sifilitico del Sacco di Roma. Chi tra noi milongueros non ha mai sorseggiato il tipico caffè del Britànico,
nero a forza di ditate, o ammirato la detergenza dello straccio del
cameriere, del tutto simile per aspetto e funzionalità a un
gatto morto? Ebbene, non potrete crederlo, nonostante l’opposizione
dell’intero San Telmo e di tutta la bohème porteña,
nonostante gli innumerevoli film che vi sono stati girati e i grandi
libri che vi sono stati scritti, questo storico esercizio è vicino
alla definitiva chiusura. Dopo parecchi decenni di onorato servizio,
gli stessi del suo unico spazzone e dei suoi minacciosi ventilatori
da soffitto, il Britànico è ora in pericolo. Se volete
contribuire al suo salvataggio, firmate la petizione su http://barbritanico.blogspot.com,
ma intanto leggete quello che ha scritto Cecilia Sosa su Pagina/12
di domenica scorsa.
El Moplo, Buenos Aires aprile 2006
Perché un
bar di sedie traballanti, cani in libertà, mosche habitué e
diretto per 45 anni da un triunvirato di gallegos ha sollevato una
serie di manifestazioni
senza precedenti a Buenos Aires? Esibizioni di brioche mesozoiche,
interruzioni stradali con secchiate di caffè, rivendicazioni
di toilette dissestate, scene di pianto sui marciapiedi, performance
poetiche, vicini che agitano chiavi per aria, mostre artistiche,
e l’elenco non finisce qui. Mai si era visto prima d’ora
un bar che suscitasse così tanta passione. L’ex campione
del mondo, Daniel Scioli (già in campagna per il 2007), ha
colto l’occasione per farsi vedere in una partita di scacchi
e persino Joaquín Sabina è atterrato a San Telmo per
dire un “Cazzo, non chiudetelo!” per poi risalire pochi
secondi dopo sul taxi di fronte al tumulto dei suoi fan. Il tutto
con una sola, unica istanza: che il Bar Británico vada avanti
così, funzionando come sempre, sotto la gestione di José Trillo,
Pepe Miñones e Manolo Pose, i tre gallegos che 45 anni fa
avevano rilevato l’esercizio commerciale e lo avevano battezzato
con un nome gradito agli ex combattenti inglesi che erano soliti
ritrovarsi qui, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Una delle innumerevoli leggende locali dice però che il nome
fu il risultato di una decisione salomonica per dirimere una polemica
interna: uno dei padroni era repubblicano e un altro franchista convinto,
tanto che all’inizio dovevano alternarsi nei turni per non
vedersi in faccia. E’ dunque sotto le insegne di una complicata
questione internazionale, che il Británico è arrivato
fino a questa nostra epoca immemore e sfilacciata, e senza che venisse
data una sola mano di pittura, nel magnetico crocicchio di Defensa
e Brasil. E’ riuscito persino a sopravvivere con dignità alla
guerra delle Malvine cancellando semplicemente le prime tre lettere
del suo nome e camuffandosi dietro un meno infiammabile e più misterioso
Bar Tánico.
Il suo tran tran sembrava essere inviolabile fino al giorno in
cui il cattivo del film, Juan Pablo Benvenuto, padrone dello stabile,
si è presentato sbandierando la “necessità di
migliorie” e non ha voluto rinnovare il contratto. Al premuroso
interesse della proprietà è stata subito data la risposta
adeguata: quando sabato scorso 1° aprile ha provato a rientrare
in possesso del locale, si è trovato di fronte una barriera
umana di vicini che, in una specie di rivolta popolare da telenovela,
gli hanno sventolato sotto il naso le chiavi di casa, dicendosi
disposti a rinunciare al proprio salotto piuttosto che al loro
bar preferito.
La stravagante scenetta non ha tardato ad essere raccolta dai media.
Nonostante il conflitto si riduca, come dicono le carte, a una
questione tra privati, (la stella protettrice di “bar d’interesse
pubblico” non arriva a beneficiare i suoi amministratori),
lo stesso Assessorato Comunale alla Cultura sta facendo da mediatore
e sta cercando di trovare un accordo tra Benvenuto e gli immortali
gallegos. Ma “l’interesse pubblico” c’è,
se si considera che con cinque interrogazioni e un progetto di legge
in corso, il caso è ormai una questione di Stato. Nel bel
mezzo di questo scacco giudiziario, il Británico si è trasformato
nel monumento vivente di sé stesso. La minaccia di sfratto
ha fruttato il raddoppio dei clienti (tra cui brilla un commando
di vicini che studia le leggi e ordisce nuove iniziative di salvataggio),
l’aumento di un peso del prezzo della birra, e un continuo
andirivieni di turisti che vengono qui come mai prima d’ora
a scattarsi fotografie e a firmare la petizione (si sono oltrepassate
le 14.000 firme). Così, mentre l’abituale clientela
anarchica porta avanti l’ennesima rilettura di Bakunin, i curiosi
e i parvenu pullulano, i botoli sono più benvenuti che mai
(il Británico è uno dei pochi bar ad ammettere i cani
senza museruola e guinzaglio), le mosche continuano a ronzare nell’aria
e la protesta popolare ha preso la forma di un enorme e pittoresco
collage.
“No allo sfratto, difendiamo la nostra identità” questo è lo
striscione che copre l’ingresso. E anche “Di bar come
questo in Europa non ce n’è”, “Ho conosciuto
Endorsain nel Bar Británico”, citazione di Roberto
Arlt, “Mio
cugino Omar che vive a Ibiza è innamorato del Británico.
E io anche”, questa è di Silvia, “Grazie a Dalma
e a Giannina”, un anonimo, “In questo bar ho cominciato
a scrivere la mia Ode alla fauna sottomarina”, Alfonsina
Storni. E poi ci sono migliaia di citazioni letterarie, sia attendibili
che
apocrife, che elevano questa esquina esausta alla condizione di
bunker della patria.
Giunti a questo è punto, è chiaro che il Británico
non cambierà direzione senza dolore. Forse l’incanto
della vicenda sta tutto nel fatto che la difesa del “patrimonio
storico” e della fusione culturale tra “materialità e
immaterialità” si è rivelata sufficientemente
ampia da reclutare anche tre modesti spagnoli che, sebbene abbiano
in media 65 anni e dicano di non aver bisogno di lavorare, aspirano
lo stesso a festeggiare le nozze d’oro dietro il loro bancone.
A rigor di logica, è proprio loro, e il loro fattivo anti-modernismo,
che dobbiamo ringraziare se l’ondata globalizzante degli anni ‘90
- che altrove ha trasformato molti bar di Buenos Aires nella copia
pastorizzata di sé stessi - non ha sfiorato il Británico,
dove nemmeno lo schermo gigante che annuncia quanti giorni mancano
all’inverno, riesce a commuovere l’imperturbabile bohème
dell’ambiente.
L’incubo che agita i sonni di tutti è vedere lo storico
locale trasformato in un cybercafé privo di anima. Anche
se la proprietà non sembra voler avallare un piano così mefistofelico,
i bellicosi vicini giurano che nemmeno tollereranno una specie
di “riciclato
protetto”. E hanno ragione: il glamour rinnovato del La Paz
e de Las Violetas è molto più vicino all’imbalsamazione
in vita piuttosto che alla conservazione del patrimonio storico-artistico.
Nonostante la sua pasticceria non sia la più meravigliosa
del mondo, i suoi pavimenti e nemmeno le sue tazzine abbiano mai
brillato come cristalli e le sue sedie giurassiche sembrino sottoposte
a un progressivo processo di squartamento, il Británico, su
questo non c’è dubbio alcuno, è una vera e propria
istituzione. Persino l’irritabile ospitalità dei suoi
gallegos (che in passato non esitarono a scacciare con il flit la
bandiera del Partito Operaio), le sue serate interminabili, le domeniche
in compagnia dei giornali o l’immediata pubblicità delle
conversazioni del suo telefono fisso (che includono la famosa chiamata
del Presidente Kirchner a Horacio Gonzalez, fedele frequentatore
del locale, per offrirgli una carica alla Biblioteca Nazionale),
sono parte degli usi e costumi della zona.
Considerando le cose con distacco, non c’è forse da
prestare molta attenzione a questo inedito fervore tradizionalista,
o a questo giro di vite del conservatorismo. Le bandiere della magia
sono già tutte dispiegate. Sarà che i porteños
sono più archeologi di quel che immaginavamo, sarà che
non vogliono vedere le riverniciature e i loro bar ridotti a souvenir,
a cartoline del bel tempo che fu. Il mito del resto non chiede
che di continuare.
© Cecilia Sosa - Pagina/12 del 9 aprile 2006
trad. Marco Castellani |
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