Salvate il Bar Britànico
12
APRILE
2006

“Non c’è tango senza mugre”, disse una volta Astor Piazzolla a Kip Hanrahan che, da bravo produttore musicale dell’era analogica, stava cercando di nascondere la mugre di The rough dancer and the cyclical night sotto il tappeto di filtri e riverberi. Mugre è una voce lunfarda che indica quella particolare sporcizia fatta di polvere, residui di varia natura e sostanze grasse che si accumula di solito in cucina, specialmente tra i fornelli, ed è per questo detta anche grela, da graticola in dialetto veneto, termine poi esteso elegantemente alle ragazze sfruttate dal ruffiano di turno. Dunque secondo Astor il tango è “una combinazione di angel e mugre”, di grazia e spazzatura, e la prima difficilmente si dà senza la seconda. C’è chi dice invece, il vostro corrispondente per esempio, che a giudicare da quel che il tango sta mostrando di sé in questi ultimi anni, sembra che la seconda se la cavi benissimo anche senza la prima. Ma se davvero si vuol parlare di mugre, allora non si può tacere il nome di quel che ne è il luogo di culto, il mausoleo, l’esposizione permanente, ossia il Bar Britànico. Sono pochi i romantici frequentatori dell’Ateneo notturno della milonga che non hanno mai “preso d’anticipo il mattino” in questo locale all’esquina di Brasil e Defensa, significativamente situato di fronte alla statua di Pedro de Mendoza, fondatore di Buenos Aires e rinomato sifilitico del Sacco di Roma. Chi tra noi milongueros non ha mai sorseggiato il tipico caffè del Britànico, nero a forza di ditate, o ammirato la detergenza dello straccio del cameriere, del tutto simile per aspetto e funzionalità a un gatto morto? Ebbene, non potrete crederlo, nonostante l’opposizione dell’intero San Telmo e di tutta la bohème porteña, nonostante gli innumerevoli film che vi sono stati girati e i grandi libri che vi sono stati scritti, questo storico esercizio è vicino alla definitiva chiusura. Dopo parecchi decenni di onorato servizio, gli stessi del suo unico spazzone e dei suoi minacciosi ventilatori da soffitto, il Britànico è ora in pericolo. Se volete contribuire al suo salvataggio, firmate la petizione su http://barbritanico.blogspot.com, ma intanto leggete quello che ha scritto Cecilia Sosa su Pagina/12 di domenica scorsa.

El Moplo, Buenos Aires aprile 2006

 

Perché un bar di sedie traballanti, cani in libertà, mosche habitué e diretto per 45 anni da un triunvirato di gallegos ha sollevato una serie di manifestazioni senza precedenti a Buenos Aires? Esibizioni di brioche mesozoiche, interruzioni stradali con secchiate di caffè, rivendicazioni di toilette dissestate, scene di pianto sui marciapiedi, performance poetiche, vicini che agitano chiavi per aria, mostre artistiche, e l’elenco non finisce qui. Mai si era visto prima d’ora un bar che suscitasse così tanta passione. L’ex campione del mondo, Daniel Scioli (già in campagna per il 2007), ha colto l’occasione per farsi vedere in una partita di scacchi e persino Joaquín Sabina è atterrato a San Telmo per dire un “Cazzo, non chiudetelo!” per poi risalire pochi secondi dopo sul taxi di fronte al tumulto dei suoi fan. Il tutto con una sola, unica istanza: che il Bar Británico vada avanti così, funzionando come sempre, sotto la gestione di José Trillo, Pepe Miñones e Manolo Pose, i tre gallegos che 45 anni fa avevano rilevato l’esercizio commerciale e lo avevano battezzato con un nome gradito agli ex combattenti inglesi che erano soliti ritrovarsi qui, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una delle innumerevoli leggende locali dice però che il nome fu il risultato di una decisione salomonica per dirimere una polemica interna: uno dei padroni era repubblicano e un altro franchista convinto, tanto che all’inizio dovevano alternarsi nei turni per non vedersi in faccia. E’ dunque sotto le insegne di una complicata questione internazionale, che il Británico è arrivato fino a questa nostra epoca immemore e sfilacciata, e senza che venisse data una sola mano di pittura, nel magnetico crocicchio di Defensa e Brasil. E’ riuscito persino a sopravvivere con dignità alla guerra delle Malvine cancellando semplicemente le prime tre lettere del suo nome e camuffandosi dietro un meno infiammabile e più misterioso Bar Tánico.
Il suo tran tran sembrava essere inviolabile fino al giorno in cui il cattivo del film, Juan Pablo Benvenuto, padrone dello stabile, si è presentato sbandierando la “necessità di migliorie” e non ha voluto rinnovare il contratto. Al premuroso interesse della proprietà è stata subito data la risposta adeguata: quando sabato scorso 1° aprile ha provato a rientrare in possesso del locale, si è trovato di fronte una barriera umana di vicini che, in una specie di rivolta popolare da telenovela, gli hanno sventolato sotto il naso le chiavi di casa, dicendosi disposti a rinunciare al proprio salotto piuttosto che al loro bar preferito. La stravagante scenetta non ha tardato ad essere raccolta dai media.
Nonostante il conflitto si riduca, come dicono le carte, a una questione tra privati, (la stella protettrice di “bar d’interesse pubblico” non arriva a beneficiare i suoi amministratori), lo stesso Assessorato Comunale alla Cultura sta facendo da mediatore e sta cercando di trovare un accordo tra Benvenuto e gli immortali gallegos. Ma “l’interesse pubblico” c’è, se si considera che con cinque interrogazioni e un progetto di legge in corso, il caso è ormai una questione di Stato. Nel bel mezzo di questo scacco giudiziario, il Británico si è trasformato nel monumento vivente di sé stesso. La minaccia di sfratto ha fruttato il raddoppio dei clienti (tra cui brilla un commando di vicini che studia le leggi e ordisce nuove iniziative di salvataggio), l’aumento di un peso del prezzo della birra, e un continuo andirivieni di turisti che vengono qui come mai prima d’ora a scattarsi fotografie e a firmare la petizione (si sono oltrepassate le 14.000 firme). Così, mentre l’abituale clientela anarchica porta avanti l’ennesima rilettura di Bakunin, i curiosi e i parvenu pullulano, i botoli sono più benvenuti che mai (il Británico è uno dei pochi bar ad ammettere i cani senza museruola e guinzaglio), le mosche continuano a ronzare nell’aria e la protesta popolare ha preso la forma di un enorme e pittoresco collage.
“No allo sfratto, difendiamo la nostra identità” questo è lo striscione che copre l’ingresso. E anche “Di bar come questo in Europa non ce n’è”, “Ho conosciuto Endorsain nel Bar Británico”, citazione di Roberto Arlt, “Mio cugino Omar che vive a Ibiza è innamorato del Británico. E io anche”, questa è di Silvia, “Grazie a Dalma e a Giannina”, un anonimo, “In questo bar ho cominciato a scrivere la mia Ode alla fauna sottomarina”, Alfonsina Storni. E poi ci sono migliaia di citazioni letterarie, sia attendibili che apocrife, che elevano questa esquina esausta alla condizione di bunker della patria.
Giunti a questo è punto, è chiaro che il Británico non cambierà direzione senza dolore. Forse l’incanto della vicenda sta tutto nel fatto che la difesa del “patrimonio storico” e della fusione culturale tra “materialità e immaterialità” si è rivelata sufficientemente ampia da reclutare anche tre modesti spagnoli che, sebbene abbiano in media 65 anni e dicano di non aver bisogno di lavorare, aspirano lo stesso a festeggiare le nozze d’oro dietro il loro bancone. A rigor di logica, è proprio loro, e il loro fattivo anti-modernismo, che dobbiamo ringraziare se l’ondata globalizzante degli anni ‘90 - che altrove ha trasformato molti bar di Buenos Aires nella copia pastorizzata di sé stessi - non ha sfiorato il Británico, dove nemmeno lo schermo gigante che annuncia quanti giorni mancano all’inverno, riesce a commuovere l’imperturbabile bohème dell’ambiente.
L’incubo che agita i sonni di tutti è vedere lo storico locale trasformato in un cybercafé privo di anima. Anche se la proprietà non sembra voler avallare un piano così mefistofelico, i bellicosi vicini giurano che nemmeno tollereranno una specie di “riciclato protetto”. E hanno ragione: il glamour rinnovato del La Paz e de Las Violetas è molto più vicino all’imbalsamazione in vita piuttosto che alla conservazione del patrimonio storico-artistico.
Nonostante la sua pasticceria non sia la più meravigliosa del mondo, i suoi pavimenti e nemmeno le sue tazzine abbiano mai brillato come cristalli e le sue sedie giurassiche sembrino sottoposte a un progressivo processo di squartamento, il Británico, su questo non c’è dubbio alcuno, è una vera e propria istituzione. Persino l’irritabile ospitalità dei suoi gallegos (che in passato non esitarono a scacciare con il flit la bandiera del Partito Operaio), le sue serate interminabili, le domeniche in compagnia dei giornali o l’immediata pubblicità delle conversazioni del suo telefono fisso (che includono la famosa chiamata del Presidente Kirchner a Horacio Gonzalez, fedele frequentatore del locale, per offrirgli una carica alla Biblioteca Nazionale), sono parte degli usi e costumi della zona.
Considerando le cose con distacco, non c’è forse da prestare molta attenzione a questo inedito fervore tradizionalista, o a questo giro di vite del conservatorismo. Le bandiere della magia sono già tutte dispiegate. Sarà che i porteños sono più archeologi di quel che immaginavamo, sarà che non vogliono vedere le riverniciature e i loro bar ridotti a souvenir, a cartoline del bel tempo che fu. Il mito del resto non chiede che di continuare.

© Cecilia Sosa - Pagina/12 del 9 aprile 2006
trad. Marco Castellani

 

Phileas Fogg a Buenos Aires
 

Questo libro non vuol essere un’opera, non ha la volontà totalizzante propria di un’opera. E’ un insieme di testi indipendenti. Nasce un pò dalla nostalgia per quegli almanacchi della mia infanzia che leggevano i contadini e in cui c’è di tutto, dalla medicina popolare alla puericultura, dai consigli per piantare le carote alle poesie. L’unica unità possibile risiede nella scrittura, proviene dal fatto che tutti i testi sono stati scritti da me. Mi piacciono particolarmente perché vanno contro la nozione di genere, ormai piuttosto indebolita, ma ancora in grado di fare disastri. Critici e lettori si sentono tuttora a disagio quando non riescono a classificare un’opera.

A quaranta anni di distanza dalla sua uscita, è stato finalmente tradotto e pubblicato anche in Italia il libro-almanacco di Julio Cortazar da noi preferito: “Il giro del giorno in ottanta mondi”. Ottimamente tradotto da Eleonora Mogavero “incarnazione di quel sofisticato Giuda che tradisce per innocenza e amore, che abbraccia la sua vittima fra fiaccole e ulivi”, questo vertiginoso viaggio nell’acquario di Cortazar, dal quale non esiteremo a pescare a mani basse per la TQR, è disponibile da una decina di giorni nelle librerie.

Julio Cortazar “Il giro del mondo in ottanta giorni”
Alet Edizioni, 2006
www.aletedizioni.it

 

Passepartout a Parigi
 

Il sommo bandoneonista poeta César Stroscio al centro di una settimana di grande tango a Parigi. Alla testa del suo Trio Esquina, che recupera per l’occasione il chitarrista fondatore Claudio Pino Enriquez, César ha predisposto una serie di concerti con complici a sorpresa, di cui vi forniamo l’elenco qui di seguito, insieme a tutte le informazioni del caso. I concerti si terranno all’Atelier du Plateau, unica Scène Nationale du Quartier in tutta la Francia.

TRIO ESQUINA in concerto
César Stroscio bandoneòn
Claudio Pino Enriquez chitarra
Hubert Tissier contrabbasso

25 aprile: Jean-Baptiste Henry bandoneòn
26 aprile: Angélique Ionatos canto, Mickael Nick violino, Cécil Mont-Reynaud acrobazia
27 aprile: Mickael Nick violino, Cécil Mont-Reynaud acrobazia
28 aprile: Cécil Mont-Reynaud acrobazia, Jean Portante poesia
29 aprile: Quartetto d’archi Ciudad

dal 25 al 29 aprile, ore 20.30
Atelier du Plateau - 5, rue du Plateau 75019 Paris
Métro Buttes Chaumont oppure Jourdain
prenotazioni: tel. 01 42 41 28 22 email: atelierduplateau@free.fr
www.atelierduplateau.free.fr

 
   

 

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