The Tangueros Monthly Newsletter
edizione italiana - marzo 2005

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Perle nazionali

Dopo una finta uscita, una classica "padovanella" teatrale, ecco qua il colpo di scena dell'inverno! Approfitto dunque di questa nevicata non dilettantesca che ammanta Milano di struggenti atmosfere alla Dottor Zivago per starmene in casa a guardare languidamente dal quarto piano le robinie cariche di neve. Laggiù in strada, i pochi diseredati che sfidano il vento bianco sembrano disdegnare tanta bellezza: camminano curvi alzando i piedi, come ballerini principianti o rappers con la gobba. Soglie e marciapiedi sono al solito imbandierati di intransigenti fumatori. Anche loro approfittano del divieto totale di fumo interno per godersi una pipatina d'azoto, tra le stalagmiti. La giornata non è sfavorevole per attendere alla cerimonia idraulica del mate, rispolverare Il Tema di Lara (ne ho una versione per cornamusa) e passare in rassegna gli elaborati giornalistici dei miei colleghi argentini. Come saprete, a Buenos Aires è in atto il settimo Festival di Tango finanziato dal governo cui seguirà fra poco quello coevo a capitale privato. Scampare a questa duplice morsa turistico-commerciale che trasforma puntualmente la città in un enorme parco tematico, una Disneyland del Tango, è forse il solo vantaggio che ho ricavato dal non risiedere più a San Telmo. Da allora, e sono ormai quattro anni, non vedo l'ora che arrivi marzo per non esserci. Leggo però sempre volentieri le dichiarazioni dei molti protagonisti della kermesse che, in ottemperanza alle note opinioni di Frank Zappa sul giornalismo musicale, commettono la prudenza di lasciarsi intervistare dagli inviati sul posto dei vari quotidiani argentini. Scopro così che l'altrimenti irreperibile africanità del tango, la sua primigenia negritudine, viene sostenuta come un parente povero da Juan Carlos Caceres, pittore e musicista argentino che dirige il gruppo franco-tedesco Tango Negro. E che Rodolfo Mederos, dopo anni di sperimentazione musicale, è riuscito finalmente a formare un'orchestra tipica, a dimostrazione che le avanguardie sono quasi sempre sorpassate dal grosso dell'esercito. Da parte sua, il cantante Walter Laborde dell'Orchestra Fernandez Fierro ha intrapreso la carriera solistica: "E' giunto per me il momento di volare da solo" - ha annunciato a Karina Micheletto di Pagina 12 - "Del resto, io sono un cantante di barrio, so quello che succede a livello di strada. Chi è nato all'ottavo piano - o chi sta al quarto, aggiungo io - non ha mai vissuto un perdono, un'esquina, la sporcizia dello stadio. Ora voglio cantare tangos dimenticati, come Tù, Galleguita e Antiguo reloj de piedra. E voglio farlo con la mia propria personalità e la mia voce da venditore ambulante". Al simpatico Chino, ex stopper de El Porvenir e ostinato abitatore di pianterreni, vanno tutti gli auguri della redazione: si può far uscire un tanguero dal barrio, ma non si può far uscire il barrio da un tanguero. Questa nostra stessa nevicata ha purtroppo trattenuto all'aeroporto di Rotterdam il pianista e compositore Gustavo Beytelman per sole ventiquattro ore. Quantunque utile, non è poi stata una nevicata così professionale. Nel frattempo ha avuto luogo una serata di Electro Tango, un genere musicale, che come dice Tj Locatelli, più che delle strade di Buenos Aires è il ritratto sonoro dell'industria musicale e dei suoi adulatori. "L'Electro Tango ha dato al Tango quello che in cento anni non ha mai avuto, nemmeno con le orchestre più ritmiche: la mediocrità di una pulsazione fissa. Questi loop domestici e monotoni risultano efficienti solo alla radiofonia, alla discoteca e alla sordità di certi ballerini". Parole sante, Locatelli. Apprendo poi che Mariano Mores ha concluso il suo show - definito da Julio Nudler "un bochorno insoportable" - avvolto nella bandiera patria. Stando alle memorie di Groucho Marx, si tratta di una risorsa molto usata nel vaudeville dei primi anni del 900, specialmente nelle tournée in far-west: un modo pratico per garantirsi l'incolumità, evitando sparatorie e mozioni di linciaggio. Il Festival è stato chiuso dall'Orchestra di Leopoldo Federico che nella personale classifica di Oscar Zucchi, eminente studioso e autore di una monumentale Storia del Bandoneòn in cinque volumi, è uno degli otto bandoneonisti appartenenti all'Olimpo del Tango, insieme a Arolas, Scorticatti, Maffia, Laurenz, Troilo, Di Filippo e Piazzolla. Ossia un grande e prezioso maestro, e soprattutto l'unico che ci rimane. Non così la pensano alcuni suoi musicisti, per giunta titolari dell'orchestra, che non si sono presentati per suonare con lui al Teatro Colòn. Potete crederlo? Si sono fatti rimpiazzare perché avevano un lavoro meglio pagato da qualche altra parte, probabilmente alla rosticceria El Olimpo del Chancho. Federico non si è fatto tirare per la lingua e ha detto tutto quello che pensava di costoro, e della deontologia dei giovani musicisti in generale, a un esterrefatto giornalista de La Naciòn. Caro Leopoldo, dai retta a chi ti vuole bene: vieni qua che ci sono le robinie. E le stalagmiti.

© Jean Fajean, 3 marzo 2005

 

Sorpresa pasquale

 

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