Esta noche para siempre
07
DICEMBRE
2010

Ricordate “La vita è meravigliosa” di Frank Capra? George Bailey, impersonato da James Stewart, è un giovanotto pieno di sogni e di lunghe speranze. I fatti della vita gli hanno imposto di rinunciare alle grandi avventure per dedicarsi a una piccola e integerrima cooperativa immobiliare. Tutta la comunità gli vuole bene, eccezion fatta per il cinico affarista Henry Potter. A un certo punto gli eventi precipitano, sospinti dalla sfortuna, dall’ottusità di amici e parenti e dalle losche manovre di Potter. Annientato e un po’ incarognito, il galantuomo decide di togliersi la vita buttandosi tradizionalmente nel fiume. Ah, siamo quasi a Natale, fa freddo e nevica. Ecco che ha già scavalcato il parapetto quando interviene Clarence, un angelo di seconda classe a cui manca una sola buona azione per conquistare le ali regolamentari. Clarence convince George a fare un ultimo giretto per la cittadina, mostrandogliela quale sarebbe se lui non fosse mai nato. Tanto per cominciare, non si chiamerebbe Bedford ma Pottersville. Vi regnerebbero egoismo e avidità, unica legge sarebbe quella del denaro, ovunque strariperebbero fiele, miseria e ignoranza scheletrica. Naturalmente va a finire bene, come esige una delle convenzioni del realismo.
Grosso modo identico è il meccanismo de “Il Canto di Natale” di Charles Dickens; solo che qui, a vedere come sarebbero i natali futuri senza di lui, è Ebenezer Scrooge, il taccagno che poi si riscatta a suon di tacchini e opere di bene. A volte anche il perfido Dickens acconsente al lieto fine.
Temo invece che ben diverso sia l’epilogo di quanto sto per raccontarvi. Ieri, per una di quelle sincronie che imbaldanziscono i dietrologi, ho ricevuto due messaggi simultanei. Uno mi invitava a un ultimo bicchiere per la festa di cessazione del Barrio Tanguero di Torino; l’altro faceva il punto sul tango mercificato di oggi. Sarà che Natale è alle porte e ci sentiamo tutti più celestiali, ma questa, ho pensato, è una mossa alla Clarence. Proprio quando la migliore associazione italiana sta per saltare, ecco che un angelo appiedato di nome Giulia Rossi ci porta a fare un ultimo giretto a Buenos Aires. Forse non ci crederete, ma miracoli come questi possono ancora accadere, nella meravigliosa repubblichetta del tango!

Il boom turistico nelle milonghe di Buenos Aires ha modificato l'ambiente rendendo difficilissimo ballare con bravi argentini. Gli italiani che hanno scelto lo stile moderno ballano per lo più con europei o con principianti argentini. Chi ha scelto lo stile tradizionale troverà le stesse difficoltà, in misura maggiore a Maipù 444 e Canning, minore a El Beso. L'aspetto fisico e il vestito che si indossa (per le donne) hanno assunto più importanza, essendoci ampia scelta e livelli di tango anche europei e orientali molto più alti rispetto al passato. 
I prezzi delle milonghe sono in costante aumento, tenendo conto dell'inflazione del 20% di quest'anno e della scelta dei singoli organizzatori. Attualmente El Beso e Maipù costano 20 pesos, il Canning 23 (il martedì 25), la Viruta 25. Le milonghe di barrio e giovanili come Practica X, Milonga 10 e 8 e Villa Malcom mantengono i 10 pesos d'entrata. Resta alla "gorra" Cochabamba 444. Per entrare gratis bisogna aspettare le 3 e mezza a Canning, l'1 alla Viruta (eccetto i fine settimana). 
I maestri di tango sono un numero imprecisato e di difficile valutazione, che resta soggettiva.
I taxi hanno ottenuto due aumenti in 15 giorni, uno diurno e l'altro, in aggiunta al diurno, per le ore notturne dalle 22 in avanti. Dal barrio di Palermo a San Telmo (e viceversa), una corsa costa mediamente un peso a cuadra, vale a dire circa 40 pesos. E' facile incontrare tassisti che non conoscono la città e chiedono al cliente di indicargli il percorso. Per chiamare il radio taxi bisogna lasciare il proprio numero di telefono (se si possiede).
La violenza è aumentata. Benché sia di difficile percezione, non risparmia nessun barrio soprattutto dopo le 2 di notte. A Caminito non è più sicuro neppure il perimetro ristretto delle tre strade turistiche, non essendoci polizia fissa ed essendo aumentati i turisti con macchine fotografiche costose. 
La città in generale è molto cara, per alcuni aspetti anche più dell'Italia, Milano compresa. Un pranzo in un ristorante medio costa tra i 60 e i 100 pesos, ma per pranzo si intende una sola portata.
Gli alloggi turistici sono meno affidabili del passato e conoscere non è una garanzia. La polizia del turista o quella federale non daranno aiuto se non viene rubato il passaporto, i soldi o si è in concreto pericolo di aggressioni. 
La Casa di Gerard, per esempio, in 33 Orientales 249, ad Almagro, può buttare fuori senza preavviso e senza farsene un problema, solo per aver preso troppe prenotazioni. I pagamenti sono in nero e in contanti, quindi tutto è praticamente indimostrabile. 
Le strade della città sono un colabrodo se possibile peggiorato nel microcentro, a San Telmo, Almagro, alcune aree di Palermo e Boedo. Bisogna camminare guardando sempre per terra. 
La spazzatura sui marciapiedi di San Telmo dalle 18 fino alle 22 costringe a camminare in mezzo alla strada con costante pericolo perché gli argentini non si fermano sulle strisce pedonali, non danno mai la precedenza a un passante e i collettivi sfrecciano al bordo dei marciapiedi. 
La povertà, i mendicanti, i disabili, i bambini che lavorano di notte come cartoneros sono un fenomeno che non si è affatto affievolito dal 2001, a differenza dell'aumento del tenore di vita di cui sta godendo buona parte dei cittadini rispetto alla stessa crisi economica del 2001 e la sensibilità personale può rendere una vacanza emotivamente difficile. 
A seconda degli eventi si può restare vittime di black-out improvvisi, di acqua alta o di blocchi totali della circolazione per diverse ore o 4 giorni senza milonghe né lezioni di tango per il Censimento e l'improvvisa morte dell'ex presidente Kirchner. Eventi rari e già avvenuti ma che danno il polso di una città con regole, leggi e sentimenti popolari ben diversi dai nostri. 
Ovviamente Buenos Aires è (ancora per un po') una città di grande fascino e l'onda del tango non ha eguali al mondo. Le esibizioni sono di altissimo livello tecnico, le orchestre di tango anche e gli argentini non risparmiano baci, abbracci e (ancora per un po') senso della cavalleria. 

Eccoci serviti. Una regia maggiormente caprina contrapporrebbe ora queste disgrazie sinfoniche alle virtù del Barrio, che sono innumerevoli e, credo, indiscutibili. Ma per noi che gli abbiamo sempre voluto bene, tale controcampo non è necessario, così come non lo è ricordare i tempi condivisi in cui il tango non era una cosa da dritti. Per venti anni quella che tra le associazioni italiane è stata la più solidale alle vere ragioni di un’arte gloriosa, ha promosso concerti, tournée, stage, corsi, esibizioni, mostre, conferenze; ha organizzato spettacoli, feste e veglioni, mantenuto milonghe, pubblicato libri e cd; ha istituito borse di studio e persino finanziato un importante centro culturale a Villa Urquiza. Il tutto con una passione, una sincerità e, soprattutto, un altruismo che nemmeno George Bailey prima del fattaccio, ed Ebenezer dopo, si sarebbero mai sognati. Eppure, malgrado il molto prodigarsi, una gran parte del tango è caduta in mano a cinici affaristi e Buenos Aires è diventata uguale sputata a Pottersville. A lungo hanno resistito, contro fiele, miseria e ignoranza scheletrica, le gentili dighe di confetti che i soci del Barrio hanno eretto attorno al loro “quartiere dell’anima”. Tutto inutile? No, il film deve ancora finire e ci sono fortificazioni che difficilmente saranno travolte. Ma se rinforzi arriveranno, sarà anche per merito del Barrio. Intanto, è l’ora del brindisi. Prepariamoci dunque a mettere ancora una volta sul piatto il tango preferito da Che Guevara e a innalzare la coppa - la penultima, mai l’ultima! - in onore dei nostri amici dal cuore sconfinato: grazie per aver camminato al nostro fianco, grazie per aver portato un po’ del nostro peso!

“Esta noche para siempre terminaron mis hazañas
un chamuyo misterioso me acorrala el corazòn...”

 

 
L'arte di ultimare  

Un buon finale è tutto. Ne sono ben consapevoli i jazzisti, che spesso si piccano di finire insieme per far credere al pubblico di aver suonato lo stesso pezzo. E anche noi nel tango abbiamo parecchi ballerini che si dice “ballino con l’evidenziatore”, cioè sottolineando le pose, per dare suppergiù un’impressione di coesistenza. Di questo e di altri principi è fatto lo show business. Ma ecco che in questi giorni così irresistibilmente finalistici un articolo di Juan Forn mi ha fatto conoscere un uomo che dell’epilogo giusto ha fatto tutt’un arte. Ve lo propongo volentieri nella libera, e come al solito irresponsabile, traduzione di Marco Castellani.

No, non è certo colpa di Vladislav Leschenco se suo fratello Piotr, da vivo e da morto, lo ha sempre lasciato nell’ombra. Del resto cosa puoi fare, a parte rimanere nell’ombra, quando tuo fratello passa alla storia come il Re del Tango russo? Vediamo un po’ com’è andata. Nei primi anni ‘20, Piotr gira l’Europa in lungo e in largo con il tangazo “Serdtse” (vuol dire cuore, in russo), pettinato alla schiaffa e tenendo la chitarra come Gardel. Finisce poi a Bucarest dove apre un locale notturno che porta il suo nome, ma che tutti chiamano il Maxim’s Orientale. Lì ogni notte Piotr emoziona una clientela scelta con la struggente interpretazione del suo hit. La prima parte dello show prevede un canzoniere gitano in costume appropriato, e la seconda uno smoking, un secchio di brillantina e il tango. L’intero repertorio è in russo. A quei tempi in Russia il tango è considerato un genere controrivoluzionario (e non osiamo pensare come si considerasse la sua danza); ciò nonostante, innumerevoli ammiratori si sintonizzano di nascosto su Radio Teheran per captare le trasmissioni che si irradiano dal famoso Maxim’s Orientale. Così popolare è Piotr che quando i carri armati russi entrano a Bucarest alla fine della seconda guerra mondiale, riesce a salvare la pellaccia solo perché il maresciallo Zhucov è uno dei suoi tanti seguaci. Ma prima, lo stesso trattamento da vip lo aveva ricevuto anche dalle autorità fasciste e naziste, le quali non si erano mai rese conto che “Serdtse” era in realtà una canzone di musical sovietico - ammesso che qualcuno riesca ad immaginare una simile entelechia. Quella canzone era stata brillantemente riconvertita da Piotr in un tango, con cambio di titolo (l’originale era qualcosa come “Lavoro e Amore fanno la felicità” - dove l’amore era quello patrio, beninteso) e di ritmo. Era un grande, Piotr. Era capace di far piangere tanto gli ebrei della diaspora quanto i nobili europei, i russi bianchi e i cittadini dei soviet. Anche suo fratello Vladislav ci riusciva, ma in silenzio e nell’ombra, come abbiamo già detto.
C’è un momento della loro adolescenza in cui entrambi i fratelli partono verso l’Europa, non si sa se insieme o separati. L’ultimo tetto che condividono è in Moldavia, a casa del loro patrigno. Piotr si stabilisce a Parigi, Vladislav nella Berlino dei folli anni ’20. Qui prende in affitto alcuni appartamenti a basso costo nel vecchio quartiere ebraico della città, butta giù le pareti divisorie delle rispettive cantine e organizza una sala di montaggio destinata a un’impresa delirante: quella di adattare i melodrammi russi agli Stati Uniti e viceversa. Trucco semplice, successo assicurato: basta cambiare i truculenti finali russi in altrettanti lieti fini e sostituire gli inaccettabili epiloghi americani con conclusioni torve e quindi più consone ai gusti sovietici. Vladislav è un mago: a un film russo in cui tutti i protagonisti vengono ammazzati, aggiunge una scena di vendetta con il conseguente riscatto dei defunti. Un classico happy-end yankee lo trasforma in un finale aperto, con presagi di tragedia imminente. Vladislav non paga tasse e nemmeno figura nei crediti dei film che ritocca e vende al minuto in quel mercato tribale all’ennesima potenza che è la borsa nera berlinese. Ma in quelle cantine, come dice Alexander Kluge, molti “emarginati della drammaturgia”, tra cui alcune stelle future dell’Ufa e addirittura la stessa Zarah Leander, imparano un mestiere importantissimo. Oggi, i montaggi di Leschenko sono considerati della rarità, gli esperti di cinema ci scrivono sopra saggi acuti o soporiferi, ma la verità è che non esiste nessuna pellicola che mostri una sola prova sicura dell’intervento di Vladislav. Questo fa di lui il perfetto artista delle ombre: le sue opere resistono, ma sono indistinguibili dalle nebbie dell’anonimato. Ogni film russo o americano di quegli anni, nelle cui scene salienti il protagonista appare all’improvviso di spalle, o con la faccia coperta da un cappello, o avvolto in un lenzuolo, o nascosto dal fumo, potrebbe essere un’opera di Vladislav. La sua misteriosa attività sotterranea gli fa involontariamente guadagnare fama di spia (sovietica per alcuni, yankee per altri). Così quando i nazisti prendono il potere, sbaracca tutto e si dirige velocemente a nord. Nel 1941, mentre suo fratello Piotr canta per la prima volta nella sua vita per il pubblico russo in una Odessa occupata da tedeschi e rumeni, Vladislav se ne sta in Svezia con un passaporto finlandese a lavorare in una sala di montaggio altrettanto clandestina di quella berlinese. Adesso riadatta melodrammi kitsch italiani e rumeni per le disinibite platee scandinave. Praticamente si tratta di inserire qualche scena pornografica di sapore artistico. Anche qui la tecnica è semplice: primo piano di una scollatura, una mano fruga tra pelle e tessuto, voci roche e sussurranti nella traccia audio, ripetere con variazioni per quattro o cinque volte nel corso del film ed è fatta.
Quando i russi entrano a Bucarest e, invece di impiccare Piotr, corrono in massa ad ascoltarlo al Maxim’s Orientale, il Re del Tango chiede l’autorizzazione per tornare a vivere nella sua patria. Non si rende conto di come faccia infuriare le autorità sovietiche sentirlo parlare di patria. Il villaggio ucraino nel quale tanto lui quanto Vladislav sono nati fa parte della Russia zarista, ma nella Russia sovietica gli ucraini sono considerati cittadini di serie B, ossia quasi degli stranieri. In quegli anni Piotr ha sposato la sua terza moglie, un’ammiratrice che si è portato da Odessa. Così lei la deportano in Siberia, dato che ha sposato uno straniero, e lui lo lasciano morire di pena in un ospedale municipale rumeno. Il decesso avviene pochi mesi dopo la morte di Stalin. Oggi ci sono locali che portano il suo nome in tutte le repubbliche socialiste: per alcuni è il Re del Tango, per altri un patriarca del canzoniere folk gitano. Di Vladislav invece non si sa nulla, tranne che è morto nella stessa ombra nella quale aveva deciso di abitare in vita. Soltanto il grande Alexander Kluge, che nel suo libro “Il buco del diavolo” riesce a far parlare i morti, compreso quelli che non sono mai esistiti, ha potuto salvare per la posterità la definizione che Vladislav ha dato del suo mestiere, o del suo genio: “Agli spettatori ciò che interessa è che il finale del film sia quello giusto. Come lo si ottenga, a loro non importa. Sono pigri, o forse sono semplicemente tolleranti. Ma non ti perdonano se il finale è difettoso”.

© Juan Forn

 

 

 

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