| Escola do samba |
15
settembre
2010 |
Me aburro dando vueltas;
màs que bailar prefiero quedarme sentado
escuchando la mùsica.
Es dificil perder el tiempo
o ganarlo. Es dificil ser torpe. Tener ocasiones en la vida.
Hay que actuar con naturalidad, ser espontàneo, estar muy loco o muy decidido.
El cuerpo de mi compañera de baile cruje bajo mi brazo. Ese
mismo cuerpo fue apretado por el amor y no importa;
deslumbrado por fantasìas incuestionables;
por esta nueva forma de impaciencia.
Era la voz de Fiorentino, la voz ausente y suntuosa del caìdo
que hubiese necesitado escuchar con toda violencia.
No sabemos escuchar;
nos gusta ir haciendo cualquier cosa para destruirnos,
olvidar un tango cantado de esa manera tan perfecta.
Nadie quiere sentir ningun rojo sonido,
nadie quiere escuchar ese cuerpo encendido que conozco
nadie sabe y todos quieren bailar auque no sepan,
aunque caigan sin destreza, sin tiempo.
Y bailamos toda la noche atrapados por esa mùsica de barrio,
toda la noche bailamos ese tango confuso;
seducidos durante todo el mundo,
dando vueltas como animales perdidos.
Mi annoio a girare/più che ballare preferisco restarmene seduto/e ascoltare la musica.
E’ difficile perdere il tempo/o guadagnarlo. E’ difficile essere goffo. Avere occasioni nella vita/Bisogna agire con naturalezza, essere spontaneo, essere matto o molto deciso.
Il corpo della mia compagna di ballo scricchiola sotto il mio braccio. Quello/stesso corpo fu stretto d’amore e non importa/abbagliato da fantasie indiscutibili/da questa nuova forma d’impazienza.
Era la voce di Fiorentino, la voce assente e sontuosa del caduto/che bisognava fosse ascoltata con tutta la violenza.
Non sappiamo ascoltare/ci piace far qualunque cosa per distruggerci/dimenticare un tango cantato in quella maniera così perfetta.
Nessuno vuole sentir nessun suono rosso/nessuno vuole ascoltare quel corpo incendiato che conosco/nessuno sa niente e tutti vogliono ballare anche se non sanno/anche se cadono senza abilità, senza tempo.
E abbiamo ballato tutta la notte soggiogati da quella musica di barrio/abbiamo ballato tutta la notte quel tango confuso/sedotti durante tutto il mondo/girando come animali sperduti.
© Francisco Urondo, 1960
Obra Poetica - Adriana Hidalgo Editora, Buenos Aires 2006
trad: Marco Castellani
|
|
| Parva licet |
|
Ci è gradita l’occasione, come si dice quando non ce lo è, della svelta trasferta scaligera di MC Ningùn Bobby per pubblicare un suo vecchio scritto a proposito della proliferazione esponenziale degli insegnanti di tango. Tutto, pur di farlo andar via col vento in poppa. D’altronde non ci par vero, come invece si dice quando lo è, che persino la realtà si sia dovuta adeguare alle tiritere quinquennali del nostro disc-jockey manicomiale. Ma cosa volete farci: la filiera del tango è ogni anno più lunga e in pista si vedono ormai più cacicchi che indiani. Ora, come può l'aspirante ballerino, nella Milano capitale del bestiario avanzato, orientarsi in questo guazzabuglio di duplicati? Semplice: viene alla Scuola Tangueros che riapre proprio in questi giorni. Qui troverà del largo per il suo cuore romantico, il suo piede virtuoso, la sua anima benfatta. Non necessariamente in quest’ordine, e neppure sparpagliati in un unico organismo.
Scuola Tangueros, L’Arte dell’Abbraccio, dal 20 settembre di nuovo al vostro servizio!
In un memorabile film di cui al momento mi sfuggono titolo, regista e interpreti, un’accozzaglia di vilains dal cuore d’oro finge, per scopi benefici, di essere l'alta società, la così detta crème de la crème. Sono costoro i cavallereschi, e altrove introvabili, marioli che Damon Runyon ha impiantato nella sua Broadway di zucchero filato, booze e paternalistici sganassoni. Hanno facce patibolari e sbrigano con disinvoltura le piccole e quasi virtuose incombenze della malavita romantica: sono imbroglioni, truffatori, bari, allibratori, biscazzieri. Ladri sì, ma con un codice d’onore, dato che per vivere fuori dalla legge bisogna essere più onesti del normale. Sono tutti rigorosamente analfabeti e ignorano fin nei minimi dettagli le pittoresche buone maniere che vigono nel gran mondo. Dopo un corso accelerato di etichetta, di cui imparano in fretta il birignao, indossano tumultuosi abiti da sera, dissimulano con fili di perle e colletti inamidati i colli taurini, e si conferiscono reciprocamente le più lusinghiere onorificenze. Così trasformati in altrettanti ambasciatori, capitani d’industria, alti prelati, duchesse e governatori dell’Ohio, si dispongono a ricevere gli aristocratici forestieri su cui devono fare colpo. La scena del party è un’esilarante parodia delle alte sfere.
- Come sta, integerrimo Visconte?
- Posso avere l’ardire di presentarle un’Eminenza coi controfiocchi?
- Questo champagne è meglio di quello dell’ospedale, vero emerito Chirurgo?
Sono diversi anni che il film non lo vedo, ma il sequel ce l’ho sotto gli occhi tutti i venerdì sera qui alla Quinta del Ñato. Dalla mia sopraelevata postazione di Camerlengo della Milonga, osservo una pista affollata di celebrità che si fanno strada a mujerazos, cioè a donnate, attraverso i pochissimi sconosciuti.
- Perché non guarda dove va, insigne Docente?
- Ho pestato di meglio, provvidenziale Pedagogo.
- La ronda non le va a genio, deperibile Milonguero?
- Questa veramente sarebbe la cortina, inascoltato Demiurgo.
Eh sì, da quando è montata la valanga turistica, nel tango ci sono più maestri che discepoli, più étoile che ballerini, più primedonne che generici. I nostri magnifici coatti ora fanno per davvero i manager di chioschi didattici, i promotori di feet-clinics, i grossisti di pisadas, volcadas, colgadas e altri pezzi di ricambio, gli specialisti di milonga con traspié, sin traspié e con màs o menos de traspié.
I più abrogati milongueros del genere bostezos a granel riscaldano ancora una volta le loro immangiabili minestrine; perfino i gauchos, ossia i ballerini di folclore, disertano le danze telluriche per dare finalmente al tango il sapore precolombiano dello zapateo con tacco francese.
Sono tutti diventati maestri ex-officio, senza noviziato e senza veglia d’armi, appendendo un diplomino alla parete come i barbieri o piazzandosi tra i primi cinquanta in un qualsiasi campionato di tango, o anche solo dicendolo in giro, come rimedio alla distrazione del pubblico. Ecco dunque l’espediente casalingo, l’emendamento porteño che schiva quella famosa legge non scritta dell’araldica secondo cui un titolo non lo si chiede, non lo si rifiuta e soprattutto non lo si porta. Nel tango, come nelle sceneggiature di Damon Runyon, ma con l'aggravante dei motivi abietti, il titolo ce lo si dà soprattutto da soli.
© MC Ningùn Bobby, Radio Colifata, 2005
trad: Marco Castellani
|
|
| Destino circolare |
|
No, non temete. Il titolo gigione non prelude all’ennesima variante sul tema borgesiano del tempo a manovella. Del resto, chi lo conosce? No, si tratta invece di un articolo di Eduardo Fabregat, scrittore argentino, critico rock, blogger, insegnante di critica rock, nonché vice caporedattore della pagina Cultura e Spettacoli (e Rock) del quotidiano Pagina 12. L’articolo verte sul recente crollo avvenuto in un locale di Palermo Viejo, il Beara, che ha causato la morte di due ragazze. L’antefatto, naturalmente, è la strage del Cromañon, intesa come discoteca, che provocò nel 2005 quasi duecento vittime e diverse centinaia di feriti. In seguito a quella tragedia, a molti locali pubblici, milonghe e tangherie comprese, furono ritirate d’autorità le licenze e dovettero restare chiuse per un lungo periodo. Non solo: quello che allora fu additato quale responsabile politico del disastro, Anibal Ibarra, fu costretto alle dimissioni. Due anni più tardi, una campagna elettorale stranamente incentrata sulla sicurezza, ha portato al governo di Buenos Aires Mauricio Macri, un tipetto che si vanta di essere “il Berlu’còni del Rio de la Plata”. Il crollo del Beara, appena preceduto da un altro crollo con vittime a Villa Urquiza e da altri torrenziali scandali, ha sorpreso l’imitatore argentino nel bel mezzo di una gita europea. Ma niente paura, non è tornato a casa: ha inviato le sue compatte condoglianze via Twitter.
A un certo punto uno comincia ad accusare noia, stanchezza, monotonia. Non si può continuare a perseguitare il lettore sempre con le stesse cose. Però la realtà non ti aiuta: non è passato neanche un mese dalla pubblicazione di “Colonne” che già bisogna ritornare sugli stessi concetti. Che la Buenos Aires di Mauricio Macri fosse tutt’altro che buona lo si sapeva, ma adesso persino l’esasperazione è ripetitiva. L’esasperazione e l’indignazione. Leticia Provedo aveva venti anni, Ariana Lizarraga ventuno. Secondo Horacio Rodriguez Larreta, il tipo a cui tocca mostrare la faccia mentre il suo capo maschera da “attività ufficiale” il viaggetto in Europa con la sua fidanzata, le due ragazze “hanno fatto un cattivo uso del soppalco”. Cosicché le vittime sono diventate responsabili della loro stessa morte. L’Amministrazione, sostiene ancora il funzionario, ha fatto tutto bene: il “Beara” era autorizzato, autorizzatissimo. Nove ispezioni, ha sottolineato, senza rendersi conto che questa affermazione testimonia piuttosto dell’inettitudine del Municipio. Ma allora qualcuno si è girato dall’altra parte, qualcuno non ha capito il pericolo di un soppalco in alluminio e gesso, qualcuno si è intascato un bigliettone, qualcuno non si è accorto che quello che nel sito internet del Comune figurava come “salone per feste private”, era un locale che nella stessa pagina vendeva i biglietti per eventi aperti al pubblico. E così siamo di nuovo qui a contare i morti e i feriti.
“Non si può chiedere al Municipio di controllare ogni ascensore della città per vedere se funziona correttamente”, ha detto Marcos Peña, il segretario generale del governo cittadino, mentre a Roma il suo capo concentrava in 140 caratteri le condoglianze via Twitter ai familiari delle vittime. E’ curioso: quando Anibal Ibarra aveva detto qualcosa di molto simile, i rappresentanti dell’opposizione si erano moltissimo indignati e avevano preteso le dimissioni del Sindaco. Noi non chiediamo tanto, non chiediamo che controllino tutti gli ascensori: ci basterebbe che una volta ogni tanto controllassero BENE i locali e gli edifici (anche se, tornando agli ascensori, non farebbero male ad andare a dare un’occhiata a quelli del Centro Culturale San Martìn, che oltretutto dipende dal Comune). E poi, già che ci siamo con le richieste, dovrebbero cambiare il modus operandi, assumersi le responsabilità, invece di lavarsi il culo in pubblico.
Benvenuti allora nel tunnel del tempo circolare, che gira intorno ritrovandosi sempre allo stesso punto. Come nel gennaio 2005, la luce pubblica torna a illuminare gli intrallazzi nell’abilitazione dei locali da ballo di classe C. Uno degli imperativi scaturiti dalla strage Cromañon era che il sistema corrotto di ispezioni, controlli e autorizzazioni dovesse essere smantellato. Gli attuali amministratori avevano raccolto un’infinità di voti promettendo di farlo, ma dopo sei anni quel sistema sembra ancora intatto. E’ l’unica ipotesi possibile davanti a un locale che è stato ispezionato nove volte e che pure è crollato. I funzionari sostengono che c’è stato un uso scorretto delle installazioni, ma è molto più probabile che ci sia stato un uso scorretto degli ispettori. Questi chiudono locali perché non hanno il distributore di preservativi in bagno e lasciano aperti quelli in cui si piazzano dei tavoli su ballatoi che stan sù col fil di ferro. Un paio di settimane fa il Comune ha comunicato con rulli di tamburo e lodi sperticate di aver concesso l’autorizzazione a venti sale di teatro indipendente. Peccato che ce ne siano almeno altre 130 che continuano ad aspettare considerazione, che gli venga una buona volta tolta di dosso la paralizzante cappa burocratica: sarà che i teatranti non si adattano percorrere le strade facili, e remunerative, della furbizia porteña. Ma agli occhi dell’ispettorato, tutte quelle scuole sull’orlo della rovina, sono o no abilitate al funzionamento?
Con le orecchie che ancora gli bruciavano per la figuraccia allo stadio del River, dove un pogo “di infiltrati comunisti seguaci di Chavez” avevano saltato al grido di “Macri, spazzatura, sei tu la dittatura!”, i funzionari si sono voluti prendere una rivincita: “il soppalco del Beara è crollato per colpa di chi ci saltava sopra”. Se c’è una cosa che il disastro nel quartiere Palermo dimostra è che non solo i problemi di fondo permangono irrisolti, ma che l’arte della scusa ha fatto nuovi progressi. A che cosa è servita l’ondata di chiusure che ha spazzato via un’infinità di luoghi teatrali e musicali se poi, una volta ritiratasi l’acqua, resta la risacca di sempre? Chi può garantirci che oggi la Cromañon non avrebbe tutti i permessi in regola secondo le regole di questa Amministrazione? Se il tunnel del tempo circolare ci riportasse al 30 dicembre 2004, forse non direbbe Rodriguez Larreta che nella discoteca di Once “si è fatto un cattivo uso delle installazioni”? Non direbbe il sito “esci sicuro” del Municipio che “ il locale non risulta non aver rispettato le norme di sicurezza, né di aver realizzato eventi senza autorizzazione nell’ultimo anno”? Modesta consolazione: perlomeno nel 2004 non esisteva Twitter.
Sì, uno si stanca di perseguitare il lettore sempre con le stesse cose. Più difficile è andare dai familiari di Leticia e Ariana, ai quali avevano fatto credere che la città adesso è sicura, che adesso si vigila sui locali dove i giovani vanno a divertirsi, e spiegare loro che la colpa del crollo è tutta delle due ragazze: non dovevano mettersi a saltare dove non si poteva. Soprattutto attraverso condoglianze in 140 caratteri inviate dalla bella Italia. Così, si torna leggere di Agenzia di Controllo, di locali di classe C, di ispezione, permessi, eccetera, e guardare la faccia di pietra dei vari funzionari mentre esercitano l’arte ignobile di passare ad altri la patata bollente.
Destino circolare, appunto.
© Eduardo Fabregat
trad: Jean Fajean
|
|
| Palito, docena, media |
|
Apprendiamo in questo momento della scomparsa ieri a Buenos Aires di Jorge Vidal, uno dei nostri cantanti preferiti. In agosto aveva compiuto 86 anni. Dapprima cantante di boliche, poi di Osvaldo Pugliese, che lo aveva ingaggiato per intercessione di Osvaldo Ruggiero quando ancora dormiva sul bigliardo del Café Argentino, poi solista con chitarre e infine con Francisco Canaro, Orlando Vidal, in arte Jorge, è stato protagonista di una di quelle vitacce da tango, romantiche e avventurose, che noi ce le sogniamo. Grande artista popolare dalla voce virile e di perfetta dizione porteña, cioè difettosa, di saldi principi peronisti e di uppercut tranviario (chiedete ad Astor Piazzolla), specialista di un repertorio underground fatto di vino scabio, scommesse clandestine, ippodromo e milonga, Vidal entra oggi di diritto nell’Olimpo del Tango. Sempre meglio lì che in un insipido paradiso “sin caballos, retruco y flor”. Grazie Jorge, già che ci sei, mandaci qualche dritta.
|
|
|