Eccoci qua, più vegeti che vivi, a ripararci con un verso di Vladimir Majakovskij mentre varchiamo la soglia dell’undicesimo anno di pubblicazione. Come è consuetudine del nostro giornalino, eviteremo al 2010 gli altisonanti buoni propositi che lasciano così poco spazio alla ritrattazione, per puntare dritto su un obiettivo più alla nostra portata: arrivare con l’organismo incolume al dodicesimo. E, credetemi, sarebbe già una bella impresa.
Anche quest’anno apriamo il numero di Gennaio con una strenna per i nostri lettori, e cioè un articolo scritto da qualcun altro. Per la seconda volta consecutiva l’onore di essere scaricato da Internet tocca a Juan Sasturain, giornalista, scrittore, critico sportivo, esperto di fumetti, di tango, di arte popolare in genere, e, come vedrete, di poesia. E’ anche l’autore di uno delle nostre bibbie, il Manual De Perdedores, che prima o poi verrà tradotto anche in italiano per i potenziali seguaci che brancolano dalle nostre parti. Restiamo però in tema: l’articolo in questione rimugina su temi eterni quali il tempo, la speranza, la gnosi, l’abisso, le carote. Il suo titolo originale e significativo è “Futuro: carico e scarico”. Buon Anno a tutti, allora, e portateci i vostri bottoni.
Sebbene sia arbitrario - perché lo siamo arbitrari, occasionali, immotivati: ci hanno scaraventato quaggiù e vorrei anche vedere che non lo fossimo - tendiamo sempre a frazionare. Abbiamo bisogno di farlo, di situarci nel tempo e nello spazio, fare a pezzettini ciò che infinito, senza riferimenti esterni, almeno in apparenza. Per questo abbiamo inventato il nord e il sud, il sotto e il sopra, il prima e il poi, il passato e il futuro. Il punto di riferimento siamo noi, chiaro.
Questi primi arbitrari giorni del cosiddetto Gennaio, per esempio, sono quelli dedicati alla cura e alla consapevolezza del cosiddetto futuro in forma di “anno nuovo”. Abbiamo deciso o convenuto che qualcosa cominci; supponiamo o ci immaginiamo un segmento di tempo ancora non usato, riempito, sopportato, inventato, giocato; un segmento che deve per forza essere meglio del precedente; un’opportunità e una sfida. Di questo viviamo, questo si aspettano da noi. Alla ricerca di senso e di ragione situati più avanti, inventiamo forme che giustifichino le semplici voglie, il fatto stesso di vivere, le mezze carote dei nostri desideri o di ciò che siamo capaci di augurare a noi e agli altri: soldi, pace, salute, amore, giustizia, in questo o in qualsiasi altro ordine. I biglietti d’auguri parlano genericamente di felicità. Nientemeno e perché no. Dopotutto, è quanto abbiamo a nostra ipotetica disposizione. Il futuro, voglio dire, nella sua forma di presente che continua, chiaro.
Noi che leggiamo e che scriviamo sappiamo bene quanto, in termini letterari, la rappresentazione sia per definizione ciò che succede, illusione di un presente assoluto; la prosa per convenzione presuppone ciò che è o è stato vero; la poesia invece, come luogo del desiderio e della soggettività, si immischia sempre col futuro. Anche quando piange per ciò che è perduto o soffre per l’adesso, la poesia dispone sempre le sue pedine furiose in una scacchiera di là da venire. Dà sempre una sua versione di ciò che ci aspetta oppure no, di ciò che vuole strappare o bruciare o seminare a partire da domani. Perciò, in queste circostanze che si vogliono di rinnovamento, è forse inutile ricordare, controbattere o ratificare quel tal verso eloquente che una volta ci fece trepidare di speranza o indignare per l’aridità dei tempi. Alcune decadi fa, che sono o sembrano millenni, la poesia era - in bocca e nelle bacchette antifranchiste di Gabriel Celaya, con Lorca appena fucilato ed Hernandez morto e sepolto lontano dal suo orto e dal suo letto - un’arma caricata di futuro. La definizione implicava tacitamente un’idea strumentale di poesia e un ottimismo politico e militante per l’inevitabile giustizia del corso della storia. La poesia e la sua definizione suonavano speranzose e minacciose come un disco di Viglietti, come un pugno alzato di un pietroso disoccupato di Carpani. Erano versi per quella chitarra, parole per quel gesto. Lasciamola là a vibrare, quella poesia, con l’atmosfera dei suoi giorni.
Molti anni dopo, i punk dalla pistola sessuale - che vennero da, e che portarono con sé, un freddo maligno come la fatidica lametta usata per tagliare tanto gli ormeggi quanto l’erbetta che non sarebbe cresciuta - promulgarono il “no future” e scaricarono le armi della poesia, sprecandone tutte le cartucce (la felicità è un revolver bollente) dal tanto sparare. Proprio questo: spararono, corsero in avanti. I punk ritenevano che la pallottola arrivasse dal futuro e perciò le corsero incontro. La luce alla fine del tunnel era quella del treno che ci avrebbe travolto tutti.
La carota e l’abisso. Dall’ottimismo rivoluzionario al nichilismo apocalittico; caricare il futuro come quelli che comprano la rivoluzione a credito, oppure caricarselo letteralmente sulle spalle per seppellirlo a rate nel Giardino della Pace. In ogni caso ci costa molto caro. Soprattutto perché non esiste. Voglio dire: il futuro non ci aspetta e non se ne va. Non è un’arma caricata di sogni o di bugie, non è una discarica per la spazzatura del presente. Se qualcuno ha detto con semplice e meravigliosa saggezza che l’Universo è la risposta ha una domanda che non conosciamo, il futuro è il nome che diamo all’infinita possibilità o impossibilità di formularla.
Intanto, occupiamoci umilmente del presente. C’è così tanto da fare.
© Juan Sasturain
trad. Marco Castellani
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Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della tournée polacca del Luis Rizzo Trio. Eh sì, sono già passati venti anni da quando la locale Ambasciata Argentina propiziò quei due audaci concerti ai bordi della Vistola. Ricordo ancora un gennaio inaccettabile, l’altrettanto gelido Hotel Topaz, gli equivoci della lingua, gli affaroni al cambio nero. Grazie a questi ultimi il chitarrista Victorio Pujia ci invitò tutti a cena da Ferdy, il miglior ristorante argentino di Varsavia. Victorio ostentò per tutta la sera un portafogli grosso come una balla di fieno, risultato di un’abile transazione nel vicolo dietro l’albergo. Quei babbei si erano però dimenticati di informarlo che la virgola decimale dello zloty era nel frattempo slittata di quattro posti. Così ci toccò fare colletta per pagare il conto, tra le lacrime nazionaliste di Victorio: “Me cagaron!... a mì! a un Argentino!...” Tornati al Topaz, scoprii che busta si dice koperta: potete immaginare come passai il resto della notte sotto quelle coltri imbottite e di grande formato che mi avevano correttamente mandato su dal room service. Ad ogni modo, per celebrare in un colpo solo l’anno nuovo e le vecchie avventure, ecco qua una bella poesia di Winslawa Szymborska:
Darwin.
Si dice che per rilassarsi leggesse romanzi.
Ma aveva le sue esigenze:
dovevano essere a lieto fine.
Se gliene capitava uno differente, lo gettava con furia nel fuoco.
Vero o no che sia -
sono propensa a crederci.
Percorrendo con la mente tanti spazi e tempi
aveva visto così tante specie estinte, tali trionfi dei forti sui più deboli,
così grandi sforzi di sopravvivenza,
prima o poi inani,
che almeno nella finzione
e dalla sua microscala
aveva diritto di aspettarsi l’happy end.
E quindi per forza: un raggio che sbuca dalle nuvole,
gli amanti di nuovo insieme, i casati riconciliati,
i dubbi dissipati, la fedeltà premiata,
i beni recuperati, i tesori dissotterrati,
i vicini pentiti del loro accanimento,
la reputazione resa, la cupidigia smascherata,
le vecchie zitelle maritate con pastori dabbene,
gli intriganti deportati nell’altro emisfero,
i falsari di documenti scaraventati dalle scale,
i seduttori di vergini di gran corsa all’altare,
gli orfani accolti in casa, le vedove consolate,
la boria umiliata, le ferite sanate,
il figliol prodigo invitato alla mensa,
il calice dell’amarezza vuotato in mare,
i fazzoletti intrisi di lacrime pacificate,
canto e musica per tutti,
e il cagnolino Fido,
smarrito già nel primo capitolo,
corra pure di nuovo per la casa
abbaiando gioioso.
© Wislawa Szymborska
trad. Pietro Marchesani
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