| Il catenaccio Mederos |
01
dicembre
2009 |
Preparatevi, perché quello che state per cestinare è un grosso polpettone made in Castellani. Prima però è meglio premettere che il nostro ciarlone verso Rodolfo Mederos ci ha una vera e propria fissa. Come può essere, si chiede giorno e notte, che un musicista tanto perbene, arrangiatore del geniale Zorro Gris per Pugliese e autore dei magnifici pezzi didattici per solo bandoneón su cui tutti ci siamo ingarbugliati le dita, quando arriva il momento della verità “arruga más que frenada de guzano”? Perché prima tituba a centrocampo, poi arretra, poi si rinserra in difesa e finisce sempre per tirare la palla in platea o per alzarla in un meno pregiato campanile? Perché i suoi gruppi suonano tutti come terzini che passano la metà campo malvolentieri e con evidente senso di colpa? Per rispondere a tutti questi quesiti, Marco Castellani non ha lesinato l’impegno: ha ascoltato dischi, assistito a concerti, scrutinato interviste. Il risultato? Eccolo qua: un malloppo di quasi sette pagine. Clic!
Ci sono opere chiuse, definitive, tipo La Yumba o Negracha, che vanno suonate aderendo alla partitura nota per nota, come se fossero state scritte da Bach - Rodolfo Mederos
Ma poi lo avete sentito Mederos suonare Pugliese? Un uccellino che fa la cacca in una burrasca. E il suo sodalizio termale con Daniel Barenboim? Un tango sdolcinato da far sembrare Julio Iglesias un punk. Chi di noi l’avrebbe notato nel mucchio gassoso dei dieci bandoneonisti di Tango, Vals y Tango della Stekelman, prima che ci svegliasse con la più pomposa e dettagliata cadenza di Adiós Nonino dai tempi di Barletta? (Alejandro, non la disfida). E che mi dite del suo Quinteto di suorine, della sua Orchestra Tipica (detta La Loffia), del suo mellifluo Duo con Brizuela, del suo Trio da cortile, del suo Generación Cero (a Cero) con cui a fine anni ‘70 si era riproposto di ibridare i generi, gli Yes con Coltrane e Piazzolla, e di puntare al pareggio a reti inviolate tanto con l’avanguardia che con la tradizione? Insomma, è un tattico nato, Mederos, uno spericolato entertainer coi giornalisti che poi sul campo applica solo il catenaccio. Certo non si può dire che non ci abbia provato; e in ogni direzione, sempre a favore di vento e senza avventurarsi mai fuori dal porto. Ma dico, ci avete fatto caso ai suoi tic? A come approfitta delle chiusure di mantice per asciugarsi i capelli con l’aerofono? O a come recita il ruolo ieratico del Bandoneonista con un Inconscio? Potrei continuare per un pezzo, perché il caso Mederos, lo avrete capito, mi sta qui, diciamo pure sul gozzo. Devo però ammettere che quando parla è un fenomeno di falsa immodestia: “Piazzolla è una luce che non illumina, ma acceca. Il tango è in stato catalettico. I ballerini hanno brutte ghigne e occhi vuoti. Il tango elettronico è una forma d’ignoranza. Fusione vuol dire addomesticamento. Il tango non è fatto per essere suonato al Colón. L’insegnamento è militanza, perciò sono rimasto qui durante la dittatura. Il tango è una cultura comunitaria, regionale. Ci ucciderà la globalizzazione.” E via di questo passo. Anche nelle citazioni potrei andare avanti a lungo, dato che di sue frasi gagliarde ne ho una grancassa piena, come potete leggere qui sotto. Ma la mia non è solo insofferenza per un personaggio tutto chiacchiera e distintivo. E’ semmai il dispiacere di vedere un così grande musicista perdersi per le strade dell’insulsaggine, della prudenza a costo della vita. Una vita che sarà anche stata, come dice lui, “impeccabile”, ma che pure, catenaccio o no, da un paio di peccati avrebbe avuto molto da guadagnare. E anche noi, perché “la biografia del giardiniere la scrivono le rose” e Rodolfo di rose ce ne ha lasciate pochine, in proporzione al suo talento. Forse è rimasto troppo solo, in balia del suo fattivo Super Io. Forse il mondo del tango non è stato abbastanza esigente con lui, come lo fu Piazzolla quando gli suggerì di andare a scrivere una milonghina. O piuttosto, come diceva Adorno della psicanalisi, peraltro comprensibilmente frequentata da Mederos, persino nel tango dei falsi immodesti soltanto le esagerazioni sono vere.
© Marco Castellani, novembre 2009
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| Estratti da un'intervista con Buenos Aires Tango (y lo demàs) - 1971 |
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Piazzolla suona da in piedi. Non so se lo faccia per comodità o per dar qualcosa da scrivere ai suoi biografi. Io personalmente suono “quasi” da in piedi, con una gamba flessa per lo strumento. Questa postura configura un’attitudine plastica. Inoltre rompe gli schemi tradizionali e mi dà una sensazione di responsabilità, da direttore. Come solista, non mi concepisco schiacciato su una sedia, mentre da in piedi posso stabilire delle dinamiche diverse ed evadere dai canoni imposti. Suonare da in piedi è vitale! Sono quello che guida, che indica la via.
Per le grandi case discografiche, non voglio dire estere ma internazionali, visto che ci sono dentro anche capitali argentini, l’Arte è una merce che trova posto nel mercato a seconda di una domanda e un’offerta appositamente prefabbricate. Nessuna di queste farà mai incidere un’opera per la sua qualità. Per loro, qualità e arte non sono importanti, quel che conta è il profitto. Com’è noto, la gioventù non balla più il tango, e non solamente per mancanza di diffusione - cosa, tra l’altro, imputabile alle case stesse - ma perché non va d’accordo con il carattere formale e prestabilito dei passi di tango. Per i giovani andare a ballare equivale ad andare al cinema o a una partita di calcio. Hanno bisogno di scaricare in qualche maniera, anche nella danza, l’oppressione di cui sono vittime. Il tango invece è serio, concentrato. I giovani non accettano la serietà, vogliono distrarsi. Il loro ballo confuso e disordinato è un modo di esteriorizzare anticonformismo, ribellione. Il tango li obbliga invece a retrocedere. Perciò insistere con il ballo alla lunga può rivelarsi controproducente per il tango stesso.
Se mi piace qualcosa, voglio che non cambi e si mantenga tale e quale per poterne godere. Ciononostante, il cambio è inesorabile e irreversibile. Non ci si può opporre a una legge naturale. Coloro che pensano che il tango debba conservare le sue antiche formule non sono coscienti di quale profondo egoismo animi la loro pretesa. I musicisti d’avanguardia dovrebbero invece tener presente che il passato del tango non può essere cancellato con un gesto di disprezzo. No, l’elaborazione di nuove formule deve riconoscere il prezioso contributo del passato. Ma è indubbio che il tango vada rinnovato: staticità uguale morte. Dirò di più: il tango è arrivato fino a noi perché ha saputo adattarsi ai successivi cambiamenti della società.
Non possiamo rinchiuderci in una torre d’avorio e disinteressarci del mondo. Il ritmo della nostra epoca impone un problema di comunicazione, esige un certo livello culturale e una capacità d’informarci che vada al di là del nostro mestiere. Il compositore isolato, lontano dal palpitare del popolo, non conta niente, quel che fa manca fondamentalmente di autenticità. Se vogliamo riflettere la società in cui viviamo, dobbiamo viverla: è questa l’unica condizione per fare qualcosa d’autentico, di genuino, con la massima responsabilità e correndo tutti i rischi dell’imprevisto. Oggi non possiamo essere solo dei musicisti. I creatori devono coltivare tutte le correnti culturali possibili. E questo vuol dire molto perché realizzarsi implica sempre un impegno totale, definitivo e senza concessioni.
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| Estratti da un'intervista con il Clarìn - 2002 |
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Abbiamo due possibilità: ripetere formule gradevoli o assumerci dei rischi. Io ho scelto la seconda. Per questo sto organizzando un’Orchestra Tipica. La nostra storia, che ci piaccia o no, coincide col tango e con l’orchestra tipica. Io voglio preservare la nostra cultura più genuina. Sarà come un picchetto artistico: taglieremo la strada alla globalizzazione. In repertorio ci saranno i classici da Filiberto a Pugliese a Piazzolla e pezzi miei. Se Pugliese ammetteva la danza come fatto sociale, Astor la detestava. La sua era insicurezza. Ma oggi la danza è una delle chiavi del rinascimento del tango. Il mio progetto si dirige perciò ai ballerini di strada. Il tango non è fatto per il Colón. Non gli si può impedire di essere musica ballabile e popolare. E io sto con Troilo e Pugliese, la loro musica è la migliore. Nemmeno Piazzolla è riuscito a superarla. Ed era musica per ballare.
Per me la docenza è una forma di militanza, esattamente come cercare di suonare meglio e non essermene andato durante la dittatura. Il tango non solo lo si insegna nelle aule, ma anche dal palcoscenico. Oggi c’è una certa rinascita, anche se i giovani non sono pronti per farne parte. Invece quelli della mia generazione che potrebbero esserlo, visto che hanno avuto a che fare con le fonti del tango, si accontentano dello stipendio e non si prendono dei rischi.
Il tango elettronico è una forma d’ignoranza. Mi va bene che i giovani cerchino nuove strade, ma lo fanno in direzione sbagliata. L’elettronica non è che un meccanismo per addomesticare e uniformare le culture. Questo non è tango moderno. Che cos’è poi moderno? Troilo diceva che il tango non è musica da giovani, e che il tango sa aspettarti. E’ verissimo, ma quel che manca non è solo il tempo, è anche una certa sensibilità, degli affetti, una cultura e soprattutto una storia. C’è gente senza storia. Per il rock, va bene l’Inghilterra, per il jazz gli Stati Uniti, ma per il tango c’è Buenos Aires. Questo non vuole essere un messaggio maccartista, però le cose appartengono al luogo di provenienza e basta.
Questa “piazzolizzazione” è asfissiante. La musica di Piazzolla vive esclusivamente nei dischi perché è stata creata a misura d’autore e d’interprete, il che non è un difetto, ma neppure una virtù. Tutti i tentativi di arrangiarla sono falliti come tante chirurgie facciali mal riuscite. Va suonata così come è stata scritta. In quanto ai giovani, non hanno ancora le capacità di recuperare le fonti culturali e di conseguenza in Piazzolla vedono solo un avanguardismo che li acceca. Sotto un grande albero non cresce niente. Questo lo sanno tutti.
Oggi finalmente so cosa voglio: recuperare la nostra cultura, senza eluderla né imbarcandomi nei facili avanguardismi che ci hanno imposto negli anni ’60. Io non faccio mai le cose a metà.
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| Estratti da un'intervista con Pagina/12 - 2003 |
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Ho appena ricreato il suono dell’orchestra tipica e già sto pensando a questo nuovo trio da patio e ad altre cose ancora. Non c’è ragione per non avere uno stile personale e nemmeno per aggiungere più note e più accordi, come se solo in questo si fondasse l’evoluzione. Tutto ciò è frivolo e non mi interessa. E’ un errore che ho già fatto quando volevo rifare i Pink Floyd al profumo di tango, una specie di rock che assomigliasse ai miei gruppi preferiti di allora - gli Yes, Emerson Lake and Palmer - ma con un suono mio proprio. Poi ho scoperto che mi sbagliavo, che non dovevo copiare il rock o il jazz dato che avevo dei modelli più vicini e più ricchi. Nel tango le variazioni fanno sempre parte del tema e ne permettono il riconoscimento. Nel jazz, invece, molti assolo sono narcisisti e non hanno nulla a che vedere con il tema.
Non credo che ci sia in atto una resurrezione del tango, non trovo alcun interesse nelle ricerche dei giovani musicisti e sono scettico sulla loro sincerità. Non credo che si tratti di qualcosa che vada oltre la mera speculazione commerciale. Poi non sopporto le smorfie vacue dei ballerini di tango che appaiono ad ogni angolo di strada. E ancora meno gli imitatori di Piazzolla. La sua era una luce, non c’è dubbio, ma non di quelle che illuminano: di quelle che accecano.
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| Estratti da un'altra intervista con Pagina/12 - 2004 |
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Il tango sta attraversando un periodo di catalessi. E’ stato sepolto vivo, oggi lo ascoltiamo bussare da dentro la bara, ma sulla tomba ci sono tante macerie che non sappiamo più come fare a dissotterrarlo. In giro ci sono gli eterni opportunisti. Alcuni dicono “si fa così”, intendendo il tango elettronico, altri dicono “imitiamo Pugliese”, altri ancora si vestono da gaucho da esportazione. Nessuno di questi strumenti è quello adatto. L’unico strumento è l’onestà e il continuo contatto con la storia. I miei allievi mi chiedono come faranno quelli che non ce l’hanno. Io rispondo: sfortuna. Vorrà dire che quello che non si può fare sul corpo vivo la faremo in provetta.
Il successo europeo di Piazzolla e soprattutto dello spettacolo Tango Argentino hanno resuscitato l’interesse straniero verso il tango, prima per la sua danza, poi anche per la sua musica. Ma paradossalmente il tango è diventato una lingua morta, come il latino: una lingua da specialisti. Per farlo rivivere dovremmo parlarlo. Quello che invece sta succedendo è solo una moda. Sembra che di colpo tutti parlino il tango. Alcuni giovani sono sinceri e vanno incoraggiati, tutti gli altri invece sono dei vanesi. Stanno proliferando i duo, i trii, i quartetti, le orchestre, anche se non sono vere orchestre. Vengono chiamate “bande”. Bande? Quando mai si sono chiamate bande? Una banda è tutta un’altra cosa! Questo porta alla degradazione della cultura. Non solo non sanno suonare bene il loro strumento, ma non conoscono nemmeno il genere che dicono di suonare!
Su Piazzolla si era depositata tutta la nostra speranza, era come il canto di una sirena. Si doveva essere moderni, fare gli strani. Lui era l’unico che dovevamo seguire. Piazzolla stesso ci diceva che dovevamo scartare la tradizione e avanzare quasi come suicidi verso un orizzonte indefinito e del tutto imprevedibile. La sua comparsa fu qualcosa di esplosivo, di terroristico, uno che si immola per una causa, distruggendo le torri erette dal sistema. Amo la sua musica, mi incanta, ma in quel contesto la sua attitudine risultò distruttiva. Ciò che Astor invece mi ha trasmesso è la furia, la potenza, l’anticonformismo, il bisogno irrinunciabile di esplorazione e rottura, di lavoro intenso e ben fatto. E’ logico che nella sua produzione ci siano zone meno valide, cosa comune a tutti i musicisti molto prolifici. Ma non mi sento il suo erede, perché non cerco di continuare la sua opera. Io cerco la continuità con il tango. E poi erede di che cosa? Del buono o del cattivo? Un’eredità è entrambe le cose. Quando uno pensa a un’eredità si immagina uno scrigno pieno di gioielli. Ma un’eredità può essere anche fatta di meschinità, di inettitudine.
A volte mi sento solo, non voglio dire abbandonato, ma solo sì, e in mezzo a una strada, col mio pugno di sensazioni e qualche compagno occasionale. Come ad esempio Colacho Brizuela, col quale nel 2000 ho registrato Tangos. E’ un disco a duo, chitarra e bandoneón, in cui ripassiamo i tanghi più tradizionali, oggi considerati intoccabili. Abbiamo persino riscoperto in tutta la sua potenzialità il mellifluo valzerino Desde El Alma di Rosita Melo.
Rodin, nel suo manifesto, scriveva che all’uomo del ventesimo secolo interessava più l’utile del bello. Anche noi viviamo in un mondo utilitaristico in cui solo pochi possono accedere al bello. L’arte torna ad esser quel che era nel medioevo, una specie di attività per cenacoli. Paradossalmente questo è un mondo di suoni senza musica. Se accendo il televisore, ecco subito la pubblicità di un deodorante o di qualunque altra cosa che vogliano vendermi. State sicuri che sotto c’è sempre una musica, una musica che mi disturba, che copre le parole, con cui non vado d’accordo e che mi è imposta. E’ una coercizione al sonoro, ma non all’artistico, non al musicale, non c’è musica in questo mondo. Chiaro, ci sono i dischi e i concerti, c’è la produzione. E la gente è abituata a pensare che sui dischi ci sia la musica e sul palco ci siano gli artisti. Ma non è così. Nell’arte appare sempre un’individualità. Nel caso della musica popolare, l’individualità è la comunità che la pratica, ossia la sua identità. Io credo che questa identità vada mantenuta per poi operare di conseguenza. Non voglio dire isoliamoci, e nemmeno duplichiamo il passato. Non si può più suonare come una volta, è impossibile, ne verrebbe fuori una parodia, una farsa. Dobbiamo però alimentarci del passato e costruire il futuro.
L’identità è l’unico antidoto contro la marcia del mondo verso l’uniformità. Fra poco, chiunque potrà essere di qualunque luogo, tutte le musiche apparterranno a tutti. Presto saremo soli e instabili: non ho più una casa che sia mia, un mio odore, una voce, un suono... stiamo andando verso la sparizione dell’individuo in mezzo a una grande massa umana informe e protoplasmatica - sembra Bradbury, lo so - una gelatina, un’ameboide. Tutto questo non è casuale, ma un’intenzione chiara e definitiva: quando un popolo si spersonalizza, non sa più chi è, né quello che vuole, non ha più autonomia, non pensa, non decide, vota per chi gli si dice di votare, compra quel che gli si dice di comprare, fino alla completa schiavitù, all’alienazione.
Quando insegno, penso sempre al tango del futuro. Per questo non insegno solo a come mettere le dita, ma anche a come mettere il cuore. Essere musicista non vuol dire solamente salire sul palco e suonare. Vuol dire generare opinioni, produrre stimoli, procurare delle sommosse negli animi degli ascoltatori. Musica non è solo divertimento. Magari ci fossero tante orchestre di giovani che suonano il tango come se fosse latino. Perlomeno ciò indicherebbe che il tango è in convalescenza. Purtroppo, invece, è in stato vegetativo e questo mi abbatte, mi intristisce, mi fa diventare discepoliano. Allora non ho più fiducia nella razza umana e mi scappa persino il lacrimone. Vedi che tanguero che sono?
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| Estratti da un'intervista con Los Andes - 2005 |
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Quello lì è il bandoneón che le ha dato Piazzolla?
Sì, però adesso è il mio.
Quale è oggi la culla del bandoneón?
Non c’è culla né fabbrica. Non ci sono bandoneón nuovi. E’ uno strumento in via di sparizione. Come pure il bandoneonista.
Guardi però che ci sono molte orchestre di giovani.
Orchestre non ce ne sono.
Gliene dico una io: la Fernandez Fierro.
Pensavo che si parlasse di orchestre sul serio.
Diciamo allora che ci sono gruppi di tango.
Ce n’è qualcuno, ma noi bandoneonisti, ripeto, siamo in via di sparizione. Come il tango.
Le sembra davvero?
Certo. E’ una lingua morta. Io continuo a parlarla perché l’ho imparata, ma non è una lingua d’uso quotidiano.
Mi preoccupa che Rodolfo Mederos sia sicuro che il tango stia per sparire.
Magari qualcuno ci prova a rallentarne la fine, ma la fine comunque verrà.
La sua è una previsione commerciale?
No, dal punto di vista commerciale gli affari vanno bene, si cerca di far diventare di moda delle cose che non lo sono. Il tango non risuona più nel cuore della gente, e nemmeno nelle case. Sta tutto in un recinto.
Nonostante la sua egemonia?
Non è egemonia: è moda, esacerbata dal commercio. Il tango non ha riguadagnato l’attenzione di tutti i componenti della famiglia. Si sono imposte altre estetiche ed è stato messo da una parte. Quello che dico sarà anche scoraggiante, ma è vero. Sarebbe come discutere del greco antico. Chi è che lo parla? Ci sono le accademie, ma non è una lingua di tutti i giorni. Se il tango esistesse per davvero, poeti, scrittori, interpreti spunterebbero dappertutto.
La colpa è anche dei mezzi di comunicazione?
Difficile dirlo. La società ha preso delle altre strade e il tango è rimasto fuori. Dirò di più: anche le culture locali sono in via d’estinzione. E’ semplicemente il risultato della globalizzazione, di un processo che disarticola le nostre culture. Queste sono finite in una vetrina per i turisti. Per il tango è uguale, ormai è come l’artigianato, come le pentole di terracotta...
E che mi dice del successo del tango all’estero?
Fa parte del commercio. Quello che esportiamo non è nemmeno espressione artistica. E’ solo spazzatura. Mi chiedo: c’è attualmente un Troilo, un Gobbi, un Salgan, un Lepera? Invece ci sono dei prodotti bastardi, contaminati, messi in moto dalla disperazione economica e da impresari privi di scrupoli.
Ma in mezzo a tutto questo, ecco Rodolfo Mederos...
Io non so quale è il mio ruolo. Spero di riuscire, insieme a qualcun altro, a ritardarne il declino. Se solo fossi più ottimista ti direi che magari ci riuscirò a dare il mio contributo al recupero del tango. In ogni caso sarebbe il risultato del lavoro di una comunità, non di un solo individuo.
Allora il suo impegno è...
Donchisciottesco. La società ha già optato per altri modi d’espressione. Il tango è un emarginato. Quello che si pretende di salvaguardare è la sua smorfia distorta. I giovani non hanno potuto formarsi perché il processo storico si è interrotto - e la dittatura ha molto a che vedere con questo. Non vorrei essere solo negativo, ma credo che questa situazione non potrà cambiare. Noi che siamo sopravvissuti a quell’epoca, e già non siamo molti, e che ancora abbiamo voglia di combattere, siamo stati lasciati troppo soli. Ci rimangono appena le energie per noi stessi. Forse utilizzando queste possiamo occupare un ruolo storico nel recupero del tango.
Ma cosa è andato perso in definitiva?
Un anello della catena. Ci sono cose che non si imparano nei libri ma nella realtà. Il tango non esiste e i giovani non sanno dove andare a imparare. E per soprammercato dobbiamo caricarci in spalla un fardello pesante che si chiama Piazzolla. Lui ha condotto i giovani verso un destino che rimane un mistero. Piazzolla ha chiuso quel capitolo sbattendo la porta e dopo di lui non c’è rimasto niente.
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