E per finire, il tema palpitante!... L’attualità!... Un articolo sul dialetto!... Assuefatti, anche se non del tutto, come siamo ai molti vernacoli del tango, dalla gnàggnera dei musicisti classici all’accento discotecaro di quelli elettronici; e non rassegnandoci a vederne tradotti i passi in romagnolo o in ambrosiano dai ballerini “made in liscio” che riempiono le milonghe di saltini, queste osservazioni sui dialetti dei fringuelli argentini ci hanno dato lo stesso da pensare. Persino presso i pennuti è importante la pronuncia. L’intervista all’illustre Paul Harnford l’ha realizzata Leonardo Moledo, ma l’ha tradotta Marco Castellani. Per cui...
Questo è un congresso di mammiferi... lei invece studia gli uccelli... che ci fa qua?
Beh, in realtà sto dando una mano all’organizzazione del simposio su Darwin. Sono qui per tenere una conferenza su Darwin in Argentina.
Un congresso di mammiferi sui mammiferi. In pratica, un mucchio di mammiferi. E’ un congresso che contiene sé stesso, come il paradosso dei cataloghi di Bertrand Russell.
Sì, certo, ci sono congressi che contengono sé stessi e altri che no. Ad ogni modo io lavoro in Canada.
Non lo metto in dubbio. Perché dovrebbe dirmi una balla? Così lei lavora in Canada?
Precisamente, in Ontario.
Sarebbe a dire?
Che ho uno stretto vincolo con l’Argentina fin dagli anni 70.
Con questi strani mammiferi chiamati argentini.
Ah, però io sono inglese e vivo in Canada dal 1974. Sono venuto in Argentina nel 72 per delle investigazioni sul campo.
Sul campo... lei saprà che qui abbiamo un problema con il campo...
Sì, ho sentito qualcosa in giro.
E il suo che campo sarebbe?
In termini generali: variazione morfologica, variazione genetica e loro distribuzione nello spazio geografico. Il processo evolutivo all’interno delle popolazioni.
Genetica delle popolazioni...
Esatto. Qui ho lavorato soltanto con gli uccelli, precisamente con il fringuello, un passeriforme molto comune che si trova dappertutto e che ha un tipo di canto molto particolare. Nel 72 c’era l’idea che i dialetti di questi uccellini funzionassero come il linguaggio umano: per prendere decisioni, per chi mette su nido con chi...
Non è così?
Beh, sono venuto qui proprio per verificare con le tecniche dell’analisi genetica se ci fossero prove a sostegno di questa ipotesi. Se guardiamo un uccello di Tucuman, vediamo che ha lo stesso aspetto di un individuo di Buenos Aires. Però potrebbero esserci delle varianti genetiche. La tecnica è molto importante. Ho girato per tutto il nord-est argentino. Sulle montagne intorno a Tucuman si sente chiaramente tutta una serie di dialetti diversi. Più uno sale di quota e più gli uccelli cantano in maniera differente. Ho catturato alcuni individui con le “reti di nebbia”, quelle che nemmeno si vedono, ma che permettono di catturare gli animali vivi e far loro le debite analisi genetiche. L’idea era quella di vedere se ai diversi canti corrispondessero delle mutazioni genetiche.
E corrispondevano?
No. C’era un numero notevole di dialetti diversi dai piedi della montagna alla cima, ma nessuna diversità genetica. In seguito abbiamo ampliato la ricerca. Un mio studente è venuto qua negli anni 90 e ha analizzato con gli stessi parametri un territorio compreso tra la Bolivia e la Catamarca. Il mio studio era ristretto a una sola montagna. Ad ogni modo, lui ha avuto risultati identici. Le varianti genetiche erano molto numerose, ma non avevano nulla a che fare con la diversità dei dialetti.
E allora da dove saltano fuori i dialetti? Sono acquisiti?
Dipende dalla specie: fino a questo momento sono poche le specie che si sono analizzate tanto da stabilire in che modo avviene l’apprendimento. Stiamo parlando sempre di uccelli. Uno dei più studiati è un cugino del fringuello. Da questa specie abbiamo capito che il canto è acquisito e non impresso geneticamente. Non si sviluppa da zero, ma dall’ascolto che i neonati applicano fin dai primi giorni di vita. Imitano il canto degli adulti vicini per poi sviluppare un canto proprio.
Perché ci sono dialetti diversi?
Questo ancora non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che sono in relazione alla vegetazione circostante. Il sistema dei dialetti, di cui io stesso ho fatto la mappa, dalla Bolivia fino alla penisola di Valdez, rivela che c’è un vincolo molto sofisticato tra il fattore vegetale e il dialetto. C’è un canto proprio del Chaco, ce ne è uno del deserto, uno della Puna, uno della foresta, uno della Patagonia. Se confronti un uccello del Chaco con uno di montagna, senti molto chiaramente la differenza.
E se invece prendi un pulcino?
So quello che sta per dirmi. Questo sarebbe un esperimento molto molto bello, se solo qui potessimo avere un ricercatore permanente. Da lassù non posso fare nulla. In tutti questi anni ho cercato qualcuno che facesse queste cose, prendesse le uova, scambiasse piccioni, questo genere di esperimenti. Però sembra che qui nessuno sia interessato a lavorare sugli animali comuni.
Ritorniamo ai dialetti. Sono molto differenti? Quante note hanno?
Il canto del fringuello comune, quello che si sente a Buenos Aires per esempio, ha due o tre note, dei fischi. Il primo è ascendente, i due successivi discendenti. Poi viene un trillo. Quest’ultima parte è quella che è più soggetta alle modificazioni. Lei, che immagino di uccelli non sappia nulla...
Non mi sottovaluti, dottore. So che volano...
Le chiedo scusa.
E so che non è bello tenerli in gabbia.
Sì, è crudele. Stavo dicendo: anche lei, che di uccelli sa pochino, tranne il fatto che volano, potrebbe riconoscere facilmente la differenza tra i canti. Non è una cosa sottile, ma evidente.
Ha mai trovato un passero che parli due dialetti?
A volte sì. In certi luoghi di frontiera, sul confine tra un dialetto e un altro, ci trovi individui che cantano in tutte e due le maniere. Perlomeno a inizio primavera. Dopo, stando alle mie rilevazioni, man mano che la stagione avanza, abbandonano un canto in favore dell’altro.
Non è poi tanto strano che uccelli di regioni diverse cantino in forme diverse...
No, quel che è strano è che i canti cambino a seconda della vegetazione.
Perché lei crede che succeda questo?
La cosa ha a che vedere con le differenti condizioni di trasmissione del suono nei vari ambiti. Un esempio semplice: in montagna, con la vegetazione bassa, non c’è niente che produca un’eco; in un bosco, al contrario, le piante alte conducono a una proliferazione di echi. Ciò può rendere difficile capire il sentimento del suono. L’eco confonde l’orecchio. Questo è un fattore accertato per una grandissima quantità di specie. In campo aperto utilizzano trilli veloci, mentre nel bosco eseguono dei fischi lenti, ben separati tra loro nel tempo in modo da evitare i fraintendimenti dovuti all’eco. La teoria fisica della trasmissione sonora ci conferma l’idea che i passeri adottino differenti dialetti proprio per chiarezza acustica.
Questa sarebbe un adattamento darwiniano semplice?
No, le modificazioni genetiche non c’entrano. Anzi, è una sorta di adattamento culturale. Ancora più strano è che gli uccellini siano così tradizionalisti.
Cioè?
A Tucuman...
Non vale... Tucuman è una provincia di conservatori incalliti...
... a Tucuman, dicevo, hanno tagliato tutti i boschi. Tuttavia, si ascoltano ancora i trilli tipici del bosco dove adesso si coltiva la canna da zucchero. Continuano a cantare nella stessa maniera. Non è strano questo? Ancora dobbiamo capire perché. Le faccio io una domanda: perché questo articolo si intitola “Ornitologia folk”?
Perché anch’io conosco i miei polli... e i loro dialetti.
© Leonardo Moledo, Pagina/12
trad. Marco Castellani
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