Come schedarla, la piccola rosa?
21
settembre
2009

Con la riapertura della Scuola Tangueros, è arrivato il momento di comprarmi un nuovo paio di scarpe da ballo. Il quarto, da quando sono fisso a Milano, essendo ormai il terzo un cartoccio di licheni. Questo dovrebbe essere il negozio “specializzato in tango argentino”... mamma mia.
- Buongiorno. Cercavo delle scarpe di vernice, 44 e mezzo.
Eh, sì...
- Per che cosa?
Forse c’è chi ci va a cocomeri.
- Per ballarci dentro.
- Sì, ma che cosa balla?
- Il tango.
- Ah beh, allora... ecco qua.
- Però le vorrei con il tacco normale, non con il tacco francese.
- Guardi che queste qui sono argentine, che si usano per il tango propriamente argentino.
- Il tacco francese lo usano solo i folkloristi e i premier...
- Il maestro Tony Minareto usa queste.
- Ragione di più. Non ricorda quell’elegia di Borges?
- ...?
- Ma sì... Bjorn Borges... il tennista cieco:

Oh, compadritos della calle Ombù e della calle Europa!
Che perdita di prestigio,
che vacillamento per la vertiginosa dignità dei vostri tacchi alti.
Saranno state le punte aguzze del selciato,
così andine, così incivili,
così estranee alla terra battuta dello stradone criollo...


- Risale alla pavimentazione di Buenos Aires... all’empedrao... Da allora, niente più tacchi alla francese nel tango... Ma non lo dica a Minareto, che ci rimane male...
- Col tacco normale ho solo il 44.
- Vanno bene.
Pur di uscire di qui...
- Ma lei dove va a scuola?
- Scuola Tangueros, da Mariachiara.
- E’ da molto che insegna il tango?
- In ottobre fanno 19 anni. Da professionista. A Milano, dal 2003. Prima era a Buenos Aires.
- Perché bisogna stare attenti, sa... I maestri spuntano come funghi... Oramai il tango lo insegnano cani e porci...
- Non lasci fuori i vermi...

Come schedarla, la piccola rosa.
Rosso viva improvvisa e giovane e vicina?
Non eravamo venuti a cercarla.
Siamo venuti e c’era.

Nessuno l’aspettava prima che fosse qui.
Quando ci fu la credettero appena.
Viene alla meta chi non è partito...
Quasi sempre è così.

- Questo invece era Brecht... sa, quello della Brecht Dance...

SCUOLA TANGUEROS
L’arte dell’abbraccio
insegnante Mariachiara Michieli

Riapertura il 28 settembre 2009

Informazioni & Iscrizioni:
tel. 02 4989919 349 7310438
escuela@nctangueros.com

 

 
Primavera a rovescio  

Il primo giorno d’autunno boreale corrisponde al primo giorno di primavera australe. Un bel casino sarebbe per i Dik-Dik, se dovessero suonare la loro torch song al Colòn! Ma anche per tutte le poesie, le canzoni, i tanghi, le lettere d’amore a soggetto stagionale. Come celebrare, infatti, l’arrivo delle rondini a settembre, le caldarroste d’aprile o gli inebrianti innamoramenti del 2 novembre?
Juan Sasturain ci pensa lui e così si risponde.

Sarà per le sfasature atmosferiche, l’ambiguità dei poeti e i tanti luoghi comuni della lingua parlata, ma la primavera - che di per sé non sbaglia - suscita regolarmente equivoci tali che nemmeno i quasi sempre affidabili uccelli migratori riescono più a risolverli. E’ così e basta. Il fatto che la primavera e l’autunno comincino simultaneamente e si scambino i mesi attraverso i due emisferi, ha permesso che la svitata lepre marzolina di Alice nel Paese delle Meraviglie e l’additato aprile - il più crudele dei mesi - nella Terra Desolata, motivassero delle associazioni tanto frettolose quanto imprevedibili. Autunno un cazzo, amici miei! Questa non è altro che la primavera boreale!
Lewis Carroll e T.S. Eliot parlano degli effetti perturbativi della primavera sugli strampalati leporidi, e di quelli scoraggianti sul contemplatore dei gigli che sbocciano dalla terra morta. Entrambi mescolano “ricordo e desiderio”. Vale a dire che la stagione verde - nella sua versione boreale - non è necessaria, collegata meccanicamente come è al reingresso trionfale della vita dopo la pausa. Quella primavera lì avrà certamente le sue bellezze. Come pure l’autunno, sia chiaro, sebbene la sua letterarietà mal compresa cominci tra le mura domestiche, e la meravigliosa September Song - fraseggiata da Sinatra con voce e brizzolatura che rimandano ad amori maturi e ai bei giorni corti dell’autunno - abbia meritato più di una volta una copertina con gli stessi fiorellini di Febbre di Primavera (una cagata di e con Pat Boone - mi si perdoni qui la citazione ermetica). Voglio dire: aprile e settembre, lassù, non sono gli stessi che da noi, né si connotano come succede da queste parti.
Ad ogni modo, curiosamente o meno, l’equivoco persiste. Per esempio, l’idea comune della gioventù associata alla stagione delle fioriture e degli accoppiamenti induce le ragazze fino a una certa età - in ogni caso non superiore ai venti - a totalizzare ondate di ormoni, sommando unità annuali misurate in primavere. Lo dice, senza falsi pudori, il tango, deposito inesauribile tanto di pietre preziose quanto di patacche nel campo della metafora.
E lo dice molto bene, tra l’altro, nella perfida storia de Los Cosos de al Lao, parole di Marcos Larrosa e musica di José Canet: “E’ tornata la ragazza / che un giorno era partita / quando non aveva / quindici primavere...” Tuttavia, per una qualche contaminazione che varrebbe la pena di approfondire, quando Homero Exposito deve datare un evento simile - la partenza irresponsabile della ragazza sedotta - e trasfigurarlo nell’abbandono di un vestitino di percalle, lo fa misurandolo con una diversa unità temporale: “Percalle... / ti ricordi del percalle? / Avevi quindici aprili...” Ossia, al momento di entrare in azione, il tango equipara le primavere agli aprili (o agli autunni).
E’ coerente tutto ciò? Sembrerebbe di sì, perlomeno in certi casi. Per esempio nella consumatissima nostalgia di Tiempos Viejos di Manuel Romero: “i venticinque aprili / che mai più ritorneranno...” Agli uomini, non appena gli si ingrigiscono le tempie, gli crescono gli aprili, cioè, gli anni, le esperienze, i trascorsi. Insomma, tutto quello che hanno buttato via. Per le giovani donne, sempre secondo lo sguardo maschile, non contano le esperienze passate, ma il numero di fioriture irrecuperabili. L’uomo, compreso quello che soffre, sempre aggiunge, chiede carta; la donna, invece, passa e immancabilmente perde.
E nel caso di Homero Exposito, allora? In generale mi piace pensare a una contaminazione emisferica, a un equivoco poetico in cui sempre gli aprili corrispondano alle primavere, in qualunque parte del mappamondo ci troviamo. E poi, volete mettere il suono melodioso del leggerissimo quarto mese dell’anno con le stanche e interminabili sillabe dei mesi della primavera australe? Il verso - la musica e la metrica - comanda. E se no, andate a chiamare Floreal Ruiz e che li canti lui!
Del resto, a questo crocevia di significati stagionali hanno contribuito i poeti più frequentati e citati della recente modernità della nostra lingua, quelli che hanno cantato la primavera non tanto nella sua pienezza sensuale quanto piuttosto dai loro personali autunni. Il gloriosamente volgare Rubén Darìo, l’ha raffigurata a lettere arabescate nella Lettera d’Autunno in Primavera con “divino tesoro” e “te ne sei andata per non tornare mai più”. Ancor meglio e in modo più convincente, il vecchio e saggio Machado nella sua A un Olmo Secco - che poi è stata ripresa da Serrat - ha dato speranza all’attesa che condivideva con il tronco “demolito da un fulmine” per “un altro miracolo di primavera”.
E per finire - grattando ancora il fondo del barile - chi ha fatto della primavera un’occasione di amarezza e di frustrazione è l’imperdonabile Becquer, ottimo poeta ma difficile da citare senza imbarazzi. Le rondini oscure che torneranno a fare il nido al tuo balcone, allo stesso modo del caprifoglio che tornerà a sbocciare e delle parole che torneranno a dirti, non compenseranno mai l’amore perduto. Niente sarà più come prima, nonostante il ciclico ritorno della primavera. Ma guarda un po’...
Il peggio è che nemmeno le rondini, associate all’incostanza emotiva - “con la febbre alle ali “, scriveva Lepera per Don Carlos Gardel - o alla sete d’infinito come per Davalos e Falù, sembrano oggi convinte della loro funzione e immagine. Mi è proprio successo ieri a Iguazù: le rondini, pur con tutto lo spazio disponibile, saturavano il cielo dell’aeroporto, col pericolo di finire risucchiate dalle minacciose turbine degli aerei. Non solo: ogni anno fanno coscienziosamente il nido sotto tutti i cornicioni della stazione aeroportuale. Per questo c’è chi sostiene - degli scettici coi quali mi ripugna trovarmi d’accordo - che contrariamente all’esperienza ancestrale e alla memoria poetica, non è un caso che si trovino lì: anche le rondini migrano in aereo. Spero solo di non esserci quando dovranno ripartire per il nord.

© Juan Sasturain, Pagina/12
trad. Jean Fajean

 

 
Ornitologia folk  

E per finire, il tema palpitante!... L’attualità!... Un articolo sul dialetto!... Assuefatti, anche se non del tutto, come siamo ai molti vernacoli del tango, dalla gnàggnera dei musicisti classici all’accento discotecaro di quelli elettronici; e non rassegnandoci a vederne tradotti i passi in romagnolo o in ambrosiano dai ballerini “made in liscio” che riempiono le milonghe di saltini, queste osservazioni sui dialetti dei fringuelli argentini ci hanno dato lo stesso da pensare. Persino presso i pennuti è importante la pronuncia. L’intervista all’illustre Paul Harnford l’ha realizzata Leonardo Moledo, ma l’ha tradotta Marco Castellani. Per cui...

Questo è un congresso di mammiferi... lei invece studia gli uccelli... che ci fa qua?
Beh, in realtà sto dando una mano all’organizzazione del simposio su Darwin. Sono qui per tenere una conferenza su Darwin in Argentina.

Un congresso di mammiferi sui mammiferi. In pratica, un mucchio di mammiferi. E’ un congresso che contiene sé stesso, come il paradosso dei cataloghi di Bertrand Russell.
Sì, certo, ci sono congressi che contengono sé stessi e altri che no. Ad ogni modo io lavoro in Canada.

Non lo metto in dubbio. Perché dovrebbe dirmi una balla? Così lei lavora in Canada?
Precisamente, in Ontario.

Sarebbe a dire?
Che ho uno stretto vincolo con l’Argentina fin dagli anni 70.

Con questi strani mammiferi chiamati argentini.
Ah, però io sono inglese e vivo in Canada dal 1974. Sono venuto in Argentina nel 72 per delle investigazioni sul campo.

Sul campo... lei saprà che qui abbiamo un problema con il campo...
Sì, ho sentito qualcosa in giro.

E il suo che campo sarebbe?
In termini generali: variazione morfologica, variazione genetica e loro distribuzione nello spazio geografico. Il processo evolutivo all’interno delle popolazioni.

Genetica delle popolazioni...
Esatto. Qui ho lavorato soltanto con gli uccelli, precisamente con il fringuello, un passeriforme molto comune che si trova dappertutto e che ha un tipo di canto molto particolare. Nel 72 c’era l’idea che i dialetti di questi uccellini funzionassero come il linguaggio umano: per prendere decisioni, per chi mette su nido con chi...

Non è così?
Beh, sono venuto qui proprio per verificare con le tecniche dell’analisi genetica se ci fossero prove a sostegno di questa ipotesi. Se guardiamo un uccello di Tucuman, vediamo che ha lo stesso aspetto di un individuo di Buenos Aires. Però potrebbero esserci delle varianti genetiche. La tecnica è molto importante. Ho girato per tutto il nord-est argentino. Sulle montagne intorno a Tucuman si sente chiaramente tutta una serie di dialetti diversi. Più uno sale di quota e più gli uccelli cantano in maniera differente. Ho catturato alcuni individui con le “reti di nebbia”, quelle che nemmeno si vedono, ma che permettono di catturare gli animali vivi e far loro le debite analisi genetiche. L’idea era quella di vedere se ai diversi canti corrispondessero delle mutazioni genetiche.

E corrispondevano?
No. C’era un numero notevole di dialetti diversi dai piedi della montagna alla cima, ma nessuna diversità genetica. In seguito abbiamo ampliato la ricerca. Un mio studente è venuto qua negli anni 90 e ha analizzato con gli stessi parametri un territorio compreso tra la Bolivia e la Catamarca. Il mio studio era ristretto a una sola montagna. Ad ogni modo, lui ha avuto risultati identici. Le varianti genetiche erano molto numerose, ma non avevano nulla a che fare con la diversità dei dialetti.

E allora da dove saltano fuori i dialetti? Sono acquisiti?
Dipende dalla specie: fino a questo momento sono poche le specie che si sono analizzate tanto da stabilire in che modo avviene l’apprendimento. Stiamo parlando sempre di uccelli. Uno dei più studiati è un cugino del fringuello. Da questa specie abbiamo capito che il canto è acquisito e non impresso geneticamente. Non si sviluppa da zero, ma dall’ascolto che i neonati applicano fin dai primi giorni di vita. Imitano il canto degli adulti vicini per poi sviluppare un canto proprio.

Perché ci sono dialetti diversi?
Questo ancora non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che sono in relazione alla vegetazione circostante. Il sistema dei dialetti, di cui io stesso ho fatto la mappa, dalla Bolivia fino alla penisola di Valdez, rivela che c’è un vincolo molto sofisticato tra il fattore vegetale e il dialetto. C’è un canto proprio del Chaco, ce ne è uno del deserto, uno della Puna, uno della foresta, uno della Patagonia. Se confronti un uccello del Chaco con uno di montagna, senti molto chiaramente la differenza.

E se invece prendi un pulcino?
So quello che sta per dirmi. Questo sarebbe un esperimento molto molto bello, se solo qui potessimo avere un ricercatore permanente. Da lassù non posso fare nulla. In tutti questi anni ho cercato qualcuno che facesse queste cose, prendesse le uova, scambiasse piccioni, questo genere di esperimenti. Però sembra che qui nessuno sia interessato a lavorare sugli animali comuni.

Ritorniamo ai dialetti. Sono molto differenti? Quante note hanno?
Il canto del fringuello comune, quello che si sente a Buenos Aires per esempio, ha due o tre note, dei fischi. Il primo è ascendente, i due successivi discendenti. Poi viene un trillo. Quest’ultima parte è quella che è più soggetta alle modificazioni. Lei, che immagino di uccelli non sappia nulla...

Non mi sottovaluti, dottore. So che volano...
Le chiedo scusa.

E so che non è bello tenerli in gabbia.
Sì, è crudele. Stavo dicendo: anche lei, che di uccelli sa pochino, tranne il fatto che volano, potrebbe riconoscere facilmente la differenza tra i canti. Non è una cosa sottile, ma evidente.

Ha mai trovato un passero che parli due dialetti?
A volte sì. In certi luoghi di frontiera, sul confine tra un dialetto e un altro, ci trovi individui che cantano in tutte e due le maniere. Perlomeno a inizio primavera. Dopo, stando alle mie rilevazioni, man mano che la stagione avanza, abbandonano un canto in favore dell’altro.

Non è poi tanto strano che uccelli di regioni diverse cantino in forme diverse...
No, quel che è strano è che i canti cambino a seconda della vegetazione.

Perché lei crede che succeda questo?
La cosa ha a che vedere con le differenti condizioni di trasmissione del suono nei vari ambiti. Un esempio semplice: in montagna, con la vegetazione bassa, non c’è niente che produca un’eco; in un bosco, al contrario, le piante alte conducono a una proliferazione di echi. Ciò può rendere difficile capire il sentimento del suono. L’eco confonde l’orecchio. Questo è un fattore accertato per una grandissima quantità di specie. In campo aperto utilizzano trilli veloci, mentre nel bosco eseguono dei fischi lenti, ben separati tra loro nel tempo in modo da evitare i fraintendimenti dovuti all’eco. La teoria fisica della trasmissione sonora ci conferma l’idea che i passeri adottino differenti dialetti proprio per chiarezza acustica.

Questa sarebbe un adattamento darwiniano semplice?
No, le modificazioni genetiche non c’entrano. Anzi, è una sorta di adattamento culturale. Ancora più strano è che gli uccellini siano così tradizionalisti.

Cioè?
A Tucuman...

Non vale... Tucuman è una provincia di conservatori incalliti...
... a Tucuman, dicevo, hanno tagliato tutti i boschi. Tuttavia, si ascoltano ancora i trilli tipici del bosco dove adesso si coltiva la canna da zucchero. Continuano a cantare nella stessa maniera. Non è strano questo? Ancora dobbiamo capire perché. Le faccio io una domanda: perché questo articolo si intitola “Ornitologia folk”?

Perché anch’io conosco i miei polli... e i loro dialetti.

© Leonardo Moledo, Pagina/12
trad. Marco Castellani

 

 

 

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