Un'amicizia in 15 round
04
LUGLIO
2009

Di Vinicio Capossela parliamo spesso e volentieri, non solo perché è nostro amico, e la sua amicizia è già di per sé un giudizio e un vanto, ma perché Vinicio, quando vuole o quando si ricorda, è anche un grande tanguero. Tanto per cominciare è un magnifico traduttore e interprete in proprio dei tanghi di Roberto Goyeneche; poi è glossatore e continuatore di “Nocturno a mi barrio” di Anibal Troilo; poi del tango conosce tutti i sentimenti, le strade, il caprifoglio dei balconi, il cielo a rovescio, l’assenza, e persino il muraglione in fondo al quartiere, ovviamente laggiù, nel più richiesto dei punti cardinali, il sud. Il tutto senza mai essere stato a Buenos Aires e senza conoscere una parola dello spagnolo indipendentista che vi si parla. Da qualche settimana è uscito un suo libro scritto a quattro guantoni insieme a Vincenzo Costantino Chinasky. “In clandestinità” ne è il titolo, Feltrinelli l’editore. E’ la storia di una grande amicizia - la loro - e ci sono anche delle foto per quelli che vogliono avere delle prove. Il nostro collaboratore Marco Castellani ha scritto una recensione che apparirà per intero nel prossimo numero della Tangueros Quarterly Review, e cioè entro la fine del mese. Lo giuriamo anche noi sugli immortali figli del Presidente del Consiglio. Qui di seguito, la prima parte.

Il pugile, specie se voluminoso, tecnicamente la mano non te la stringe. Si dice che tema implicazioni e per questo, negli incontri con i civili, atteggi a restie le sue mani indelebili. E’ cautela da schedato, da fuori sulla parola, e ora, se volete, da clandestino, quella di esprimere cordialità soprattutto astenendosene. Nulla a che vedere con la doppiezza della seppia vaticana, viscida sugli uomini ma prensile, a scanso di sorprese, sulla “robba”; né con la computisteria della stretta di stima che l’editore antepone alla firma di clausole percentuali. No, quella del pugile è semmai una finta di corpo che prepara il cartone al bersaglio grosso, sia esso fegato o cuore. Basta infatti che le sue dita affievolite trapelino nelle tue, per farti prendere comunque una bella strizza. Intanto, c’è la sproporzione delle mani. Persino un mediomassimo come Bukowsky ha dovuto imparare a sue spese quanto decisive siano, nelle risse dei vicoli e a parità di tigna, le loro dimensioni. Figuratevi un welter, un gallo, un piuma! Ma ciò che letteralmente ti strappa il fiato è sentirvi il prestigio di ferite vere, quelle che non fai rimarginare in camerino. L’irreparabile surclassa la tua piccola manutenzione, l’agucchiare, i mezzi termini. Per cui, anche se oggi sei stato risparmiato dalle sue falangi, non illuderti di lunghe incolumità, non sperare, come Hansel e Gretel, che ghiaie bianche o pezzi di pagnotta ti riconducano a casa. Qui di fronte a te c’è vita abnorme, pericolo, peripezia, spasimo, cicatrici, ecchimosi, croste; qui ci sono i guai superiori che hai sempre sognato, la tebaide dove finalmente si fa sul serio. Qui c’è qualcuno che, grazie al cielo, ti vuole seriamente ammazzare.
(continua)

 

 
Libreta brava  

Non credo ve ne siate accorti, ma domenica scorsa in Argentina ci sono state le elezioni legislative. Ottimo il piazzamento nella Capitale di Pino Solanas e del suo Proyecto Sur (visto quant’è richiesto?). A parte questo, il risultato è stato efficacemente commentato da una scritta su un muro a Puerto Madero: “La vida es una barca - Calderòn de la Mierda”. Ecco invece quanto ne pensa il grande Juan Sasturain.

Ieri pomeriggio alle tre ho infilato una mano nel cassetto del comodino e ho estratto dalla custodia plastica il mio documento d’identità. E’ la tessera elettorale che mi hanno dato a 18 anni, nel 1963. A dir il vero mi hanno quasi subito rubato l’originale, ma ugualmente, nel duplicato, ho appena venti anni, capelli neri ben pettinati e baffi. Quaranta anni dopo - “più non sono / quel ragazzo oscuro” - non ho più nulla in comune con il tizio della foto, tranne il nome, il cognome e l’impronta digitale che suppongo - San Vucetich mi protegga - mi sia rimasta fedele. Del resto, meglio non parlare. Nonostante tutto, non cambierei mai la mia tessera slabbrata e marronastra per una di quelle moderne color verde fiammante. Preferisco sopportare ogni tanto una presa per il culo, uno sguardo di compatimento e una battuta facile piuttosto che abbandonarla per il nuovo modello. Non sapevo spiegarmi la ragione della mia testardaggine, ma ieri, andando a votare al Collegio Nazionale di Buenos Aires dove mi tocca farlo da ormai molti anni, ho capito perché mi sono affezionato a questa carcassa: è che lì c’è registrata - e in nessuna altra carta meglio che lì - l’elenco di tutte le elezioni alle quali ho partecipato in quaranta anni e più in Argentina. Ho riempito ventisei caselle con data, firma e timbro... Molto poche, ad essere sinceri, una vera vergogna nazionale: ma purtroppo questa è la mia biografia di elettore, se così possiamo chiamarla. E anche peggio sarebbe fare la media tra anni ed elezioni con la tessera originale del 63. In quel documento perduto è rimasto marchiato il mio unico voto in tutta la decade del 60: quella del 14 marzo 1965, elezioni legislative durante il governo di Ilia. Stavo per compiere 20 anni e votavo per la prima volta. Non sapevo che sarei tornato a farlo - con Ongania, Lanusse & C. nel mezzo - ben sette anni dopo... Cosicché il primo voto registrato e sopravvissuto è quello dell’11 marzo del 73: il trionfo di Frejuli, “con Campora e Solano vinciamo in una mano”. Avevo 27 anni e un solo voto all’attivo.
In realtà, l’idea che la tessera sia un testo in cui decifrare, come in un papiro o in una radiografia, i capisaldi della vita personale di ognuno e/o di un paese in termini politici, me l’ha data alle tre e mezzo l’incontro, nello stesso luogo del voto, con qualcuno che amo e che ammiro come pochi altri: Rogelio “El Pajaro” Garcia Lupo. Più coperto del solito e perspicace come sempre, Pajarito stava aspettando che sua moglie finisse di votare. Lui l’aveva già fatto da un’altra parte - “non ho mai cambiato di domicilio”, mi ha detto con orgoglio - e ci siamo subito trovati d’accordo nel rilevare lo strano fenomeno della lentezza elettorale femminile: le code al tavolo delle donne sono sempre più lente di quelle degli uomini... Una volta ho anche scritto qualcosa sull’argomento, facendoci su un parallelo non necessariamente escatologico con le code al bagno. L’articolo si intitolava “Si vota da in piedi”. Niente di maschilista, per carità: terminavo dicendo che non sarebbe poi male prendersi il tempo, sedersi (come fanno o devono fare le donne) per pensare e decidere senza fretta.
Ma volevo parlare di un’altra cosa: della tessera del Pajaro per l’esattezza. Come me e meglio di me, Garcia Lupo conserva la sua tessera elettorale originale e con questa vota. “Non mi rimane più spazio per i timbri”, mi ha assicurato con ancora più orgoglio. Gli ho domandato della sua prima volta e mi ha confermato - come m’aspettavo - le presidenziali del 1951: Peròn e Quijano contro Balbìn e Frondizi. “Dovrò farti un’intervista, una volta o l’altra”, gli ho detto. “Con la tua tessera sotto gli occhi, passeremmo tutte le elezioni e mi diresti caso per caso com’è andata...” Siamo rimasti d’accordo. Un giorno lo farò. El Pajaro è uno dei testimoni più intelligenti e sensibili dell’ultimo mezzo secolo nel campo della politica argentina e latinoamericana. E non solo per via della sua tessera strausata, ovviamente.
Alle nove e mezzo della sera, seduto di fronte alla tele con il cuore in gola, ho verificato il quarto posto abbondante del mio candidato e, sommandolo alla percentuale di Pino, sono rimasto abbastanza soddisfatto. Sarebbe potuta andare peggio. Riguardo alla provincia di Buenos Aires, mi hanno fatto schifo i colpi giubilanti di clacson dati da un tipo qui vicino. E’ lo stesso figlio di puttana che aveva brindato all’annullamento della candidatura del torturatore Patti non perché si faceva giustizia, ma perché sapeva - lo sentiva, lo desiderava - che quei voti sarebbero andati alla sua parte. Proprio uno stronzo. Ancora una volta, chiedo il permesso per vomitare.
Alle dieci, mentre mangiavo empanadas guardando la tele, mi sono ricordato della tessera che ancora tenevo in tasca del giubbotto. Mi sono pulito le dita dal grasso e ho controllato quante caselle avevo ancora a disposizione per i voti futuri. Sei, né più né meno di sei. Allora me ne sono venuto qui a scrivere, senza sapere bene di che cosa, sulle sensazioni del giorno. Se sfoglio all’indietro le pagine del libretto, a contropelo della storia, come se fosse una specie di gioco dell’oca, il risultato è un po’ triste: ci sono molte retrocessioni, salti nel vuoto, penitenze, perdite di turno, scarsi punteggi. Devo fare quell’intervista al Pajaro, mi vien di pensare. Anzi, potrei anche farla a me stesso, con questa tessera. So già che stanotte non dormirò un cazzo.

© Juan Sasturain, Pagina/12
trad. Jean Fajean

 

 
Di incontri che non lo sono  

Ormai non lo si può più nascondere: nel tango non c’è nulla di nuovo, tranne quei fresconi del tango novellino che vorrebbero superare ciò che nemmeno riescono a raggiungere. Nel flagrante vuoto di idee, il tango si accontenta di ripetere incessantemente il già detto e di replicare il quasi riuscito. Ma questo non basta: agli ultimi arrivati va rievocato anche il fallimentare. E’ questo il caso del connubio tra Astor Piazzolla e Gary Burton, due grandi musicisti che, a giudicare dal disco, si erano incontrati solamente per dimostrare la loro reciproca incompatibilità. Eppure, anche questo pacco è stato ritenuto degno - da manager, impresari e vedove - di una nuova confezione dal vivo. Leggete cosa ne pensa un critico misurato e perbene come Diego Fischerman.

Dire che alla ricostruzione del Quintetto di Astor Piazzolla e del suo incontro con il vibrafonista Gary Burton mancasse qualcosa sarebbe dire, ancor più che un’ovvietà, una battuta di humour nero. Ma la riflessione sull’assenza del bandoneonista si spinge molto oltre e ha a che vedere con ciò che dà un senso alle musiche artistiche di tradizione popolare. Quelle musiche nelle quali la composizione, per quanto scritta sia, si realizza solo nel momento dell’interpretazione. Gli assolo di Charlie Parker o di John Coltrane non consistono esclusivamente nelle note. E, a rigore, nessuno tranne un imitatore si sognerebbe di tornare a suonarle nella stessa maniera. La musica di Piazzolla, che dopo la sua morte è stata suonata in innumerevoli occasioni, incluso da musicisti legati alla tradizione europea e scritta, sembra essere più ambigua, più permissiva. Ma non è così; anzi, risponde a quella medesima logica.
Ciò che suonava del Quintetto originale era la combinazione di tutto quello che stava in partitura e la sua interpretazione, ma anche l’elettricità, la sensazione di rischio. Si suonava in diretta, in tempo reale. E è appunto il tempo reale quello che risulta irrecuperabile. I musicisti possono anche essere gli stessi. E avere la musicalità e la pulsazione di Hector Console o il lirismo esatto di Fernando Suarez Paz. Ma la musica non sarà mai quella della prima volta, salvo che non la si ascolti da uno di quei formidabili dischi che Piazzolla ci ha lasciato nel corso della sua carriera. Chiarito questo alibi, tutta la riunione del Quintetto è stato più che corretto, a cominciare dal ruolo di Marcelo Nisiman, il quale ha ricalcato con notevole precisione il fraseggio del maestro. Ciò nonostante, con la presenza del fantastico vibrafonista Gary Burton si è avuto il meglio e anche il peggio dello spettacolo.
Il meglio c’è stato quando Burton si è staccato dalle parti scritte e ha improvvisato su una Monna Lisa fedelmente riprodotta dai discepoli ubbidienti, pur senza arrivare a disegnarle i baffi di Duchamp. L’ostinato di Libertango è stata invece l’occasione propizia per mettere al calduccio il suo virtuosismo senza pari. Il peggio, invece, ha semplicemente risposto al vizio originale. Il suo incontro con Piazzolla fu determinato dall’epoca, dalla dinamica che allora avevano questo tipo di progetti. Si distribuiscono le parti, alcune pagine del violino vengono destinate al musicista invitato, gli si lascia delle battute perché si metta in luce con qualche fioritura e si lascia che l’incanto derivante dall’eccezionalità dell’evento faccia il resto. Quando Mercedes Sosa cantava con Milton Nascimiento, o Ella Fitzgerald con Louis Armstrong, o quando Dylan si univa al gruppo di George Harrison, non era necessario molto di più che la presenza dei convenuti. Niente elaborate seconde voci né meditati contrappunti. Bastava e avanzava che uno mettesse lì la sua voce o il suo strumento accanto a quello dell’altro. Il successo di questi casi eccezionali è dovuto proprio al fatto che sono casi eccezionali. Si esclude fin dall’inizio la possibilità di una ripetizione. O perlomeno questa ne viene sminuita, non avendo né la ricchezza della preparazione, né la grazia dell’irripetibile.
C’è anche da dire che il concerto, volendo tentare un percorso troppo ampio nella musica di Piazzolla, ha avuto molte altre magagne. Da un lato, la differenza di concezione - e di complessità - tra i temi più vecchi, come i decani “Triunfal” registrato per la prima volta nel 1962, “Buenos Aires hora cero” del 1963, o “Romance del diablo” del 1965, e quelli più recenti come “Tanguedia” o “Libertango”, è stata fin troppo evidente. Dall’altro, la contiguità in scaletta di temi aventi la stessa matrice come “Muerte del angel”, “Fuga y misterio” e “Fugata”, hanno rivelato troppo scopertamente la ripetizione di una stessa formula. Però niente ha distolto il pubblico dal gusto di una risposta calorosa ed emozionata. Il finale con il prevedibile “Adios Nonino” ha condotto a vari bis, tra cui il molto richiesto “Decarisimo”. Il fatto è che, come in una seduta spiritica, ciò che converte in immagine convincente la pallida evocazione dello spettro, è solo la fede, o il desiderio, degli accoliti.

© Diego Fischerman, Pagina/12
trad. Tj Locatelli

 

 
Descuageringados  

E’ dedicato agli sgangherati di ogni tipo il nuovo numero della Tangueros Quarterly Review. Sarà on-line tra breve, naturalmente. Intanto, eccone i contenuti:

Poisson à la figure di Jean Fajean
Da quando la claque è diventata una professione onesta, il fischiatore, il lanciatore di pomodori e di gatti morti è un energumeno da tenere fuori dalla porta dei teatri e soprattutto lontano dalle milonghe e dai festival di tango.

Elogio della rinuncia di Alejandro Dolina
Dopo gli elogi alla disfatta, all'impostura e all'amore impossibile, Alejandro Dolina completa il bouquet curricolare del perfetto Gentiluomo di Sfortuna tessendo le lodi della rinuncia.

Cane mangia cane di Juan Sasturain
Il racconto di un interessante businessino messo su a Mar del Plata da un imprenditore del settore balneario, il leggendario Klondike.

Hasta la victoria siempre di Emanuela Audisio
Per avere successo nella vita, perdere non basta più. Se vuoi eccellere, devi straperdere, diventare il numero uno dei perdenti o quantomeno l'ultimissimo dei vincenti, il che è poi lo stesso. Signori e signore, ecco la storia di Peter Buckley, the King of Losers

L’arte dell’incontro - parte 2 di Alejandro Agresti
Questa è seconda e ultima puntata di un novelòn balcanico iniziato nel numero 12 della TQR, quello intitolato Le Muse a Buenos Aires.

La nuit dei morti viventi di David Sedaris
Uno splatter casalingo. Al giorno d'oggi, quale persona sana di mente può dire di non essere paranoica?

La verità sul caso Locatelli di Eduardo Mendoza
Alcuni abbonati ci hanno scritto mettendo in dubbio la veridicità, per non dire l'esistenza stessa, di Tj Locatelli, di professione disc-jockey manicomiale e saltuario contributor della nostra rivista. Quella che segue è la sua autobiografia scritta da Eduardo Mendoza, uno che lo conosce bene. Prendetela pure per oro colato.

Un’amicizia in 15 round di Marco Castellani
La recensione di “In clandestinità”, il libro scritto a quattro guantoni da Vinicio Capossela e Vincenzo Costantino Chinasky.

 

 

 

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