- Manlio Scopigno disse una volta che di tutto si sarebbe aspettato dalla vita fuorché di veder giocare Comunardo Niccolai via satellite.
- E io di veder ballare A Evaristo Carriego alla televisione nazionale.
- Benvenuti ad Academy, il nuovo talent-show di Rai 2 dedicato alla danza. Ogni settimana ci sarà uno stage diverso. Abbiamo voluto cominciare col tango e per questo abbiamo invitato una sua grande personalità: Mariachiara Michieli. Ciao Mariachiara, i ballerini sono entusiasti, ma i giorni sono pochi. Come pensi di fare?
- Il tango è un linguaggio complesso che va studiato in profondità, come qualsiasi altra danza. In quattro giorni potrò insegnare al massimo una filastrocca, una poesiola, che i ragazzi dovranno imparare a memoria. Spero comunque che da questa nasca in loro una vocazione.
- E cosa chiederai ai ballerini?
- Soprattutto generosità. Come diceva Bertolt Brecht dell’amore, il tango è creare bellezza con le capacità dell’altro.
- Di tutto mi sarei aspettato dalla vita, fuorché di sentir citare Brecht in un talent-show.
- Ma, una grande del tango, non era meglio che andasse in televisione a difendere il “vero” tango, a mostrarne la “realtà”? Che insegnasse a caminar il tango e non ad apprenderne una coreografia?
- La coreografia può essere altrettanto vera della salida basica. E il “reale”, per essere tale, non deve necessariamente essere “vero”. Non è il solo cruccio dei filosofi, ma nel processo osmotico di frantumazione e ricostituzione artificiale della realtà non si sa mai da che parte si sta dello schermo. Anzi: ci sono ottime ragioni per credere che nell’arte sia vero solo ciò che si oppone al reale.
- Una citazione di Don Lurio?
- Quasi: di Adorno. Confermata da Fred Astaire. Nel tiro alla fune delle nocività, vincono sempre le squadracce del reale.
- Cosa ne pensa di questa gara il qui presente coreografo classico Luigi Martelletta?
- Non è giusto mettere a confronto danze dalle tecniche e dalle preparazioni così diverse. Lo vedi anche nel fisico. I danzatori classici hanno un’estetica, sono longilinei, slanciati. Quelli dell’hip-hop, i danzatori di strada, ne hanno un’altra. Quando alla Scala ci sono le audizioni, si presentano mille bimbette e noi scegliamo solo quelle quattro o cinque che hanno le caratteristiche giuste.
- Invece in strada sono tutte cilindriche...
- Mariachiara chiede la parola.
- Vorrei dire a Luigi che alla Scala magari si scontreranno anche in cinquecento per cinque posti, ma in strada sono tutti contro di te. Una sfida quotidiana.
- Mentre quando entri nel balletto di una fondazione lirica ci stai fino alla pensione. Miri all’impiego, al posto fisso, per non finire - giustamente - in mezzo a una strada.
- Ma io parlo di tecnica. Per diventare un ballerino classico sono necessari anni e anni di impegno, per ore e ore al giorno.
- Il tango è una danza popolare. Ma posso dirti che per ballarlo bene sono necessari anni e anni di impegno, per ore e ore al giorno.
- Allora anche per fare la casalinga...
- Non conosco la madre di Martelletta, ma gli credo.
- Anche mia mamma mi dice sempre che faceva prima a diventare coreografo classico.
- La mia studiava contemporaneamente gli arabesque e lo spazzone.
- Mariachiara, prima che i ragazzi ballino, vuoi dirci che caratteristiche deve avere il ballerino di tango?
- La preparazione fisica della classica, la scioltezza della moderna e la strada dell’hip-hop.
- Nella strombazzata realtà, è più spesso viceversa.
- Io del tango so quel che basta a mettermi nei guai.
- Per me l’esibizione è stata straordinaria. Luciana Savignano... il tuo giudizio?
- Questa volta devo essere severa. C’era poco stile di tango. Io posso dirlo perché il tango l’ho ballato.
- Mariachiara sei d’accordo?
- I ragazzi si sono sbagliati nella coreografia perché erano molto emozionati. Ma tutti hanno dato il massimo, considerando le poche ore di lavoro. Volutamente non gli ho insegnato quel trasporto che, secondo il cliché, tutti si aspettano dal tango. Questo sgorgherà quando avranno raggiunto una maggior maturità fisica.
- E così qualcuno ha fatto credere alla Savignano di aver ballato il tango.
- Danzare nei dintorni di un ballerino che fa da palo non è tango più di quanto non sia lap-dance. Qui ci vorrebbe El Moplo...
- Lucilla, una telefonata da Buenos Aires. E’ il Moplo, il più grande critico di tango al mondo da ora in poi.
- Signor Moplo è un onore averla alla Rai. Abbiamo amato molto il suo prossimo libro.
- Lo prendo come un incoraggiamento a pubblicarlo, se non addirittura a scriverlo. Davanti a tutto, scusatemi l’italiano, che parlo come la spam.
- Non è certo la più spuntata delle sue frecce. Dica pure...
- Vorrei chiedere alla signora Savignano - che ha ballato il tango - quante ore lo ha studiato. Da più o meno di dodici, che è la media di questi ragazzi?
- Cosa c’entra? Io sono una professionista...
- Nel tango non si è visto. Non voglio commettere il basso virtuosismo di giudicarla per ciò che non è il suo meglio, ma lei non è stata severa: è stata sleale. Cosa pretende da dei remigini con la fedina penale pulita?
- Ma se si hanno delle buone basi classiche...
- I vostri diplomi non sono dei salvacondotti per tutto. Nel tango gli exploit sono magagne. Dire troppo una cosa è come non dirla. Il pas de deux dovrebbe essere una vostra carta alta; eppure, per avere una qualche interazione significativa tra i ballerini, avete dovuto aspettare che Balanchine vedesse Broadway. Rispetto a noi del tango siete indietro di cinquanta anni.
- Qui però non c’era lo spirito del tango.
- Lo spirito, il convitato gassoso di ogni idealismo, lo lascerei alle evocazioni di chi non ha altro da insegnare. Nella danza ci vogliono verità materiali.
- Diciamo allora lo stile...
- Se per stile intende dire carattere, tanto vale tenersi lo spirito. Il tango non è una danza di carattere. Non basta fare le facce per ballarlo, così come non basta maneggiare il ventaglio per essere Carmen. Ma volete mettervi in testa una volta per tutte che questa è una danza altamente strutturata, che ha il suo vocabolario, la sua grammatica e la sua sintassi?
- Ben detto Moplo. Come il generale Moltke, non sai tacere in quattordici lingue.
- Attenzione, qui c’è Michela Guttermayer, giornalista iscritta all’albo. E’ vestita da Cheyenne, non ha alcuna credenziale in ambito coreico, ma vuole lo stesso dire la sua.
- Per me il tango, poveretto, è stato un po’ mediocrino. Non si è visto il sesso. Del resto è risaputo che i matrimoni combinati funzionano solo a livello economico.
- La signora voleva vedere le maialate.
- Più esatto dire le sveltine. A Evaristo è stato compresso a 67 secondi.
- Del resto è risaputo che il tango, solo al nominarlo, fa venire l’acquolina in bocca agli sfogliatori di rotocalchi.
- Meglio dar la parola a Fortini...
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Medea non ammazzi in scena, è ancora valido precetto di poetica. Questo significa che la pornografia o il film cochon o lo strip-tease o qualsiasi altra forma mediata di eccitazione erotica hanno le loro buonissime ragioni di esistere ma che dovrebbero poter esplicare tutto il loro potere, sospinger occhi e mani, sciogliere comportamenti sessuali collettivi. Altrimenti rientrano, com’è di fatto, in quelle forme semipatologiche che recitano la repressione senza mai giungere all’ultimo atto, cioè il rovesciamento della repressione, come fanno talune danze tribali. Altro è l’ostacolo a qualcosa, il ritardo di qualcosa; altro l’ostacolo e il ritardo che dimenticano il proprio oggetto, pur avendolo sempre vicino. Le sublimazioni parziali sono le peggiori. Malafede per malafede, quella propriamente artistica e poetica avrà il vantaggio di adempirsi correttamente, di essere, nei suoi termini, compiutamente consumabile. Ma la rappresentazione artistica e poetica autentica non induce ad alcuna sorta di lacrimazione, né comportamenti se non molto lentamente mediati. D’altronde ogni arte è metaforica, dice sempre altro da quel che sembra dire e il suo oggetto non è affatto la “realtà della vita” (questa tenace, e forse necessaria, illusione naturalistica) ma la verità della vita; che è l’opposto.
© Franco Fortini
Nuovi Argomenti, VIII, 51-52, luglio ottobre 1961
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