Il ballerino senz'ombra
02
APRILE
2009

Abbiamo lasciato passare un giorno perché non sembrasse un pesce d’aprile. In effetti, mai in questi ultimi venti anni abbiamo visto o sentito qualcosa di lui che ci facesse venire voglia di andare a scrivere “Viva Pablo Verón” sui muri. E nemmeno stavolta, se vogliamo dirla tutta. Fatto sta che nell’intervista al Tangauta che qui riproduciamo, il soldato Verón dice in parole povere molte cose condivisibili. Ed è importante che sia lui a dirle, un ballerino spesso rispettato in questo ambiente di linguacce. Come avevamo previsto nel nostro articolo del gennaio 2008 - che vi invitiamo a rileggere qui: http://www.thetqr.org/Archivio/TQR%2015%20it/salvate.html - Pablo è tornato a farsi vedere dalle nostre parti per motivi non misteriosi. Molte sarebbero le osservazioni e i commenti a margine delle sue dichiarazioni, ma ci limiteremo a rilevare la tempestività con cui finalmente riconosce, nel rientrare a Buenos Aires, il suo debito verso i maestri e la comunità dei milongueros, che per la verità non l’hanno mai troppo amato, ma sì ben conosciuto. E gli appunti tecnici, quindi pre-critici, che muove al sedicente tango nuevo e ai suoi passi sillabati. E’ bello che qualcuno, anche se tardivamente, porti un po’ del tuo peso. Buona lettura.

Perché sei andato a vivere in Europa?
Perché mi sono innamorato di una ballerina portoghese. Ad ogni modo, fin da piccolo ho sempre saputo che sarei andato a vivere all’estero. Quando i miei genitori mi hanno mandato a studiare a New York, mi piacque parecchio, ma quando sono andato a Parigi con Tango Argentino ho visto che questa città era ancor più interessante per l’apertura che mostrava verso le altre culture. Mi sono sentito legato a Parigi da lacci misteriosi.

Non ti è andata male. Allora perché sei tornato?
In realtà mi è andata benone. Ma da un anno e mezzo sono tornato a Buenos Aires. Da un lato per recuperare la connessione con certi affetti e con il mio paese, dall’altro perché avevo bisogno di un posto più attraente. Oggi in Francia c’è molta tensione sociale, politica ed economica che si riflette nella vita quotidiana. Per me ora ci sono più occasioni e più libertà qui che là.

Nella tua carriera hai cambiato compagna molto spesso. E’ il risultato di una decisione o le cose sono andate così e basta?
Le cose sono andate così e basta. Avere o meno una compagna fissa ha i suoi pro e contro. Si deve valutare come è messo uno fisicamente e mentalmente in ogni periodo della vita. Ballare agli inizi con Carolina (Iotti) è stato per me fondamentale per prendere confidenza con me stesso e con il linguaggio del tango. Ho avuto compagne fisse per molti anni. Ultimamente cambio a seconda dei progetti.

Con che obiettivo hai fatto il videoclip Nexus?
E’ stato per il mero piacere di comporre una coreografia su una musica fatta apposta per me. E anche per mostrare ciò che mi interessa adesso. Sono contento perché l’ho fatto tutto in un mese. Ho voluto fare un clip di sola danza ed esplorare il modo in cui il tango può dialogare con gli altri balli, estraendolo dal suo contesto isolato, ma mantenendone la specificità e in un certo qual modo amplificandola.

Mi sembra che tanto nella musica come nel ballo ci sia molta gente che mescola. La fusione è di moda?
Sì, è di moda ed è necessaria per aprire delle prospettive. Io però mescolo tenendo fede alle radici del tango. Ero un ballerino di altre danze, ma ho scelto il tango perché mi attirava molto e mi si è imposto come una priorità. Ho investigato molto altri balli: negli Stati Uniti il tip-tap e l’hip-hop, parola che in realtà indica un movimento culturale che comprende molti stili di ballo, e a Cuba i balli cubani, e qua la danza contemporanea nel Teatro San Martìn e il modern-jazz, oltre alle arti marziali. A tutto questo bisogna aggiungere l’educazione che ho ricevuto dalla Escuela Nacional de Danzas. Ma il tango è la mia base e sempre mi sono preoccupato di capirne l’essenza. Nei miei anni di apprendistato ho frequentato molti club, milonghe e pratiche in una ricerca che definirei quasi archeologica per la sua metodologia. Andavo in posti come il Sin Rumbo, il mio preferito, il Pinocho, l’Estudiantes del Norte e molti altri che nemmeno esistono più. Ho imparato molto da Miguel Balmaceda, da Antonio Todaro, da Pepito Avellaneda, da Petròleo, che veniva a casa mia, e da innumerevoli altri di cui non so più il nome. D’altra parte, aver lavorato principalmente con Virulazo, ma anche con Gloria ed Eduardo e con Juan Carlos Copes in Tango Argentino, mi ha dato molte informazioni preziose per il raggiungimento del mio obiettivo: il tango autentico in palcoscenico, radici e spettacolo.
Per questo credo che le fusioni è meglio farle quando uno sa cosa sta mescolando. Oggi gli appioppano di tutto al povero tango. Senza conoscere la salsa, ne ripetono i movimenti di braccia e senza studiare il tip-tap si lanciano in certi zapateos che la ragazza se ne sta lì ferma a guardare senza saper cosa fare. Per il nuovo a tutti i costi, si cade nel superficiale, nel facilone e nell’autistico, perché si insegna a pensare la danza e non a sentirla. Il pensiero è troppo lento per lo stato che bisogna avere per ballare. Quell’attitudine assente di “sto pensando a qualcosa d’importante” mentre si guardano i piedi o di “sono rilassato” e non sai quello che stai facendo, è una posa e una carenza nello stesso tempo. Per averne una prova, basta chiedere alle ballerine brave che letteralmente non ne possono più di essere portate in questa maniera. Dà pena vedere questi ragazzini tutti presi in se stessi, che si contemplano e che si perdono il godimento dell’emozione di chi ti sta davanti.

Parli del cosiddetto tango nuevo?
Parlare di tango nuevo come danza è difficile perché il nome presuppone uno stacco col passato e ciò è molto discutibile, relativo e ingannevole. Questa era la definizione data alla musica di Piazzolla e copiarne il nome, come se questo fosse sufficiente per esserne l’equivalente e quindi essere il diverso, non mi pare corretto. E’ come se ti volessero far credere che sono stati loro a inventare il tango. Ma allora, che cosa si ballava prima? Il tango è il tango e fin dalle sue origini è sempre stato in perenne trasformazione: se ad ogni suo rinnovamento corrispondesse un tango nuevo, al giorno d’oggi avremmo molti tanghi nuevi. Il tango l’abbiamo fatto tutti noi ballerini di tutte le generazioni, ognuno apporta qualcosa e questo è ciò che accade da più di cento anni! Hanno pensato che il tango fosse terra di nessuno e ci hanno piantato su la bandiera del nuevo. Ma il nuovo non è necessariamente migliore del vecchio e non credo si vada molto lontano se si parte dal principio di negare o opporsi al passato. Al cosiddetto tango nuevo riconosco il merito di chiedersi dei perché, di cercare di spiegarne il funzionamento e di associare il materiale in maniere diverse. Ma tutto questo è ancora in fasce e finora ha generato solo della confusione. Naturalmente colma una richiesta del mercato e dato che è stato pensato come una manovra commerciale, manca dei requisiti fondamentali per potersi chiamare un metodo. Il fatto è che quelli che credono di ballare il nuevo, in realtà stanno utilizzando maggiormente gli elementi di sempre. Questi movimenti esistevano già, peccato che non lo dicano: giri, ganci, boleos, sacadas dell’uomo e della donna da tutte le parti, cambi di direzione, arrastres, paradas, corridas, salti, passi incrociati, eccetera. L’altro giorno mi hanno raccontato che c’è gente che crede che i giri li abbia inventati uno di questi “profeti” di oggi. I giri li ha inventati Petròleo più di cinquanta anni fa! Ciò che è veramente nuovo è il commercio ogni giorno più massiccio intorno al tango a vari livelli. Il processo di rinnovamento è in atto già da molto tempo e grazie a molta gente. Questa accelerazione è dovuta al fatto che il tango è ora un modo molto interessante di guadagnarsi da vivere.

Non pensi che il tango nuevo generi delle nuove dinamiche?
La proposta di sfidare l’asse è interessante, ma il risultato è che su tre passi che fanno, due sono fuori asse e questo inquina tutto il ballo, fin dalle prime lezioni. Gli allievi imitano permanentemente i loro padroni, li idealizzano perché sono di moda e di fatto il ballo risulta monotono, prevedibile e stereotipato. Ballano come al ritmo di un metronomo e non di una bella orchestra! Così facendo il ballo dell’uomo perde dinamica, perde presenza, perde ciò che si chiama ballare: spostarsi con dinamica, camminare, girare, vera velocità, complessità. Al contrario si dovrebbe stimolare, cosa che io faccio, gli elementi su cui ogni ballerino dovrebbe lavorare: l’asse, perché proteggerlo e come usarlo, identificazione di una buona postura, profonda connessione con la donna, differenti abbracci, qualità del movimento, da dove viene e come liberarlo. Devo proprio dirlo: queste mode assurde, lo star-system, l’onda Vip, la deformazione della storia a beneficio personale, quelli che si proclamano inventori di figure e movimenti che invece sono patrimonio collettivo, sono fenomeni deplorevoli. La gente da cui io ho imparato era più esigente e meno ambiziosa. Non erano “fast food”. Alcuni “geni” fanno esibizioni fast food. Ballano come professori, perché hanno studiato da professori, hanno appreso verità assolute e così li si vede: statici. Non ballano per essere artisti unici, ballano per far sentire i loro allievi in grado di fare altrettanto. Hanno un unico scopo, quello di dire ”vieni, ti insegno questo trucchetto, mi paghi e sei nell’onda giusta”. Per me l’ultima grande coppia è stata quella di Roberto Herrera e Vanina Bilous. Loro proponevano qualcosa di eccezionale, di inimitabile e super estetico. Per adesso, l’estetica del nuevo è invece povera e superficiale. Molti professionisti della danza che non hanno lo sguardo condizionato e che non si fanno coinvolgere dalle piccole mode, preferiscono di gran lunga, per dirne una, Gloria ed Eduardo. E’ ovvio che c’è anche qualcuno che balla bene, ma si vede un disorientamento, una mediocrità generalizzata, molta gente che balla uguale, come tanti cloni. Oggi l’idea è di ballare come gli altri, mentre una volta era esattamente l’opposto, ciò che per l’appunto era vietato. Non ti arriva niente al cuore, è come se non avesse anima, sembra una sfilata di moda. Sarò anche pessimista, ma c’è molta gente a pensarla come me: se continuiamo così fra poco non ci saranno più ballerini di tango.

Ma questa standardizzazione è il prodotto del tango nuevo e di un sistema di trasmissione più accademico di quello dell’epoca d’oro?
Il tango nuevo mi dà l’impressione di essere proprio questo: la pretesa della trasmissione accademica, di poter insegnare, di poter dare la garanzia di una verità totale. Fabbricano dei professori che a loro volta fabbricheranno degli altri professori e, di conseguenza, un pubblico sempre più vasto. Però si vede chiaramente che ciò non produce ballerini migliori. Una volta c’erano degli stili più personali perché c’era meno commercio, meno manipolazione. Il sistema d’insegnamento era più intuitivo, più diretto e onesto. Oggi si gioca con l’ignoranza della gente. Speriamo che si studi di più il ballo di una volta per ritrovare quelle dinamiche che adesso sono come nascoste, per rivisitarle e ripartire da buone basi. Se lo si studiasse, si vedrebbe che coloro che oggi si dicono inventori di questo e di quello, in realtà hanno copiato moltissimo i maestri scomparsi. Se cercassi un riconoscimento personale, anche io potrei dire di essere l’inventore del tango nuevo.

Perché?
Di fatto è quel che pensa la gente in tutto il mondo, che è dove lavoro io. La Lezione di Tango è stata la prima immagine di un tango differente, moderno, che ha marcato e ispirato il cambiamento, e il coreografo di quel film sono io: è il mio ballo! Ci sono come 11 o 12 scene di ballo, delle quali 9 sono mie e per questo mi hanno dato l’American Coreography Award, il premio coreografico più prestigioso degli Stati Uniti e il premio Sadaic per la diffusione del repertorio nazionale all’estero. Però mai mi sono sentito il creatore di questa moda, né ho mai voluto assumermene il discorso, tirare l’acqua al mio mulino ed essere “qualcuno”. Ho cominciato nell’ambiente del tango autentico, i milongueros mi hanno aperto le braccia, sono cresciuto ed eccomi qui. Sono il continuatore di una corrente che viene da lontano, il tango. E sono un creatore.

Che peso ha avuto questo film nella resurrezione del tango negli anni 90?
Continuo perfino oggi a ricevere mail da tutto il mondo che mi ringraziano dell’ispirazione che hanno ricevuto dal vedermi ballare nel film. In Europa, Usa e Asia migliaia di persone hanno cominciato a ballare il tango dopo averlo visto. Lo passano ancora per televisione in molti paesi, nonostante non sia destinato al consumo di massa essendo un film d’autore, in bianco e nero e con una sensibilità particolare. E’ l’unico film che mostra una faccia vera del tango, lontano dai soliti stereotipi commerciali.

Perché insegni?
Perché impari che ogni persona è differente ed è un’elaborazione costante che ti arricchisce molto, un contatto molto diretto. Suggerisco dei movimenti che poi gli allievi esplorano scoprendo le cose da soli. Quello che propongo è neutrale, non aderisce a nessuna tendenza. A volte lavoro sulla velocità, l’energia e il rischio vero; altre volte sulla connessione, l’equilibrio, le sottigliezze. Fornisco dati anatomici, come usare bene le gambe e le braccia, dove nasce l’impulso. A volte do informazioni molto precise su sequenze possibili.

Questo non suona molto diverso da quello che si studia a Villa Malcolm, luogo paradigmatico del cosiddetto tango nuevo...
Non lo so quel che fanno a Villa Malcolm, ci sono stato un paio di volte in tutto. Il tema è chi e come ti mostra queste cose. Ti possono parlare di concetti molto convincenti e di verità universali, ma se le sequenze sono inutili in quanto inapplicabili o poco pratiche o fatte solo perché coincidono con le spiegazioni, e se quello che te le fa vedere non sa ballare o non ha un vero interesse, o se usa la situazione per il proprio show personale o se ti tratta come se tu fossi al giardino infantile, la gente si confonde e basta. Da me arrivano allievi che mi raccontano che gli hanno detto che in 4 lezioni e con 4 passi possono già ballare il tango, che invece è il ballo di coppia più complesso, profondo e paradigmatico che esiste. Mi raccontano che gli insegnano a pensare in termini geometrici e in maniera del tutto frammentata, che i profe riducono il ballo a quello che riescono a spiegare, ma che la spiegazione non riflette l’essenza, che sanno ma non capiscono, che rimangono vuoti e che si sentono che non stanno ballando, come in un vicolo cieco. Ballare pensando è la cosa meno raccomandabile, è un modo di restringere al massimo ogni impulso creativo. Il ballo è fatto d’emozione, di sensi, d’istinto.

Non è anche una tecnica? Non serve anche capirlo?
Quando la tecnica pretende di spiegare il tutto a partire da una limitazione, andiamo male. Ci sono modi più completi di spiegare il tango che attraverso la geometria di base.

Cosa c’è di buono nel tango in questo momento?
La sua valorizzazione mondiale. Il lavoro di tanta gente che si impegna, che ne permette la crescita di livello, la diffusione nel mondo intero. La quantità di gente giovane. L’idea di ballarlo più organicamente. Le milonghe più informali, dai costumi meno rigidi. Quando ho cominciato a ballare il tango andavo alla Verdulerìa, un posto alla moda, indossando un cerchietto e sandali da hippy. Ma per ballare in Tango Argentino mi son fatto la pettinatura imbrillantinata dato che dovevo ottemperare alla ricreazione artistica di una certa epoca. Il tango è un ballo popolare moderno, non l’espressione di un arcaico folklore.

Nonostante non ti piacciano i festival, in questi ultimi anni hai partecipato ad almeno a un paio.
Non è che non mi piacciano, ma i grandi festival mi suonano a mercato. Io preferisco andare in posti dove ci sia una comunità e dove sia possibile avere un contatto più diretto e tranquillo con la gente. Io son fatto così. In questi ultimi tempi mi divido tra lezioni e progetti artistici che mi suscitano un qualche interesse. Ho partecipato a un paio di eventi organizzati da Johana Copes perché le date coincidevano, ma tendo a fuggire dai grandi eventi.

Oltre a quel che può nascere da Nexus, quali sono i tuoi prossimi progetti artistici?
Ne ho diversi, ma non li dico per scaramanzia. Quello che ti posso dire è che saranno nel cinema e nel teatro. Io sto sempre lavorando, faccio quel che mi piace e continuo a imparare.

© El Tangauta - dicembre 2008
Intervista raccolta da Carlos Bevilacqua e tradotta da Marco Castellani

 

 
Una parafrasi di Franco Fortini  

Non riallacciarsi al Buon Antico ma al Cattivo Nuovo (B. Brecht): una frase sospettosa perché parrebbe un’apologia dell’esistente, dove il Nuovo la vince sempre; e perché non considera, nel suo festoso pragmatismo, che il Nuovo invecchia presto e che, come diceva Lucano, “piacque agli dei la causa vittoriosa, ma a Catone quella dei vinti”. Per le tesi dei vinti, non per i loro corpi, c’è sempre un appello. Ma nel tango, il nostro Antico, il nostro passato, le nostre accademie e musei, sono l’Avanguardia e la Rivoluzione. Sono, in senso letterale, il luogo comune. Si rimane attoniti per la somiglianza con quanto quotidianamente si dibatte e si discorre intorno a noi: è come se “nel frattempo” non fosse successo nulla. Con la differenza che oggi è tutto a portata di edicola e di You Tube. La spiegazione che viene correntemente fornita pone la ripetizione a carico del meccanismo di produzione e consumo dei prodotti culturali. Per un verso quella produzione attinge strati diversi e livelli diversi, nel corso del generale processo di omogeneizzazione culturale, ma, per un altro, ha bisogno che la diversità e la scalarità dei livelli rimangano tali e anzi si accrescano, senza di che verrebbe a mancare un potente stimolo al mercato, quello dell’innovazione. D’altronde, per poter garantire l’innovazione e quindi lo smercio, è necessario che il mercato non renda facilmente accessibili testi, opere e proposte di atteggiamenti intellettuali di una stagione precedente, oppure che li conservi in attesa di un revival. Tutto questo, che la sociologia dialettica ha chiarito da molto tempo, aiuta a intendere i motivi della “ripetizione” implicati nell’illusione della “novità”.

© da Franco Fortini “Il movimento surrealista”
Garzanti, 1959

 

 

 

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