| Tres palabras |
27
MARZO
2009 |
“Ascolta la confessione / del mio segreto...” Inizia così il bolero di tre parole su cui si sono cimentati anche Nat King Cole e Orietta Berti. Questa che qui vi presentiamo è invece la versione dello scrittore e giornalista Enrique Medina. La sua confessione riguarda un segreto che ci sta particolarmente a cuore: le vessazioni inflitte a Osvaldo Pugliese da tutti i regimi che si sono succeduti in Argentina tra il 1937, anno della sua affiliazione al Partito Comunista, e il 1983, anno del ritorno alla democrazia. La nostra risposta l’abbiamo affidata a Marco Castellani e la troverete, ovviamente, a fondo classifica. In questo caso, “al loro va el ùltimo maìs”
Nel primo periodo di Perón, Osvaldo Pugliese, oltre a dirigere la sua orchestra, militava ardentemente nel Partito Comunista; suo compito specifico era di scovare proseliti nell’ambito artistico e, se possibile, convincerli ad affiliarsi. Non si seppe mai la ragione precisa per la quale fu incarcerato un certo fine settimana. Si disse che fu in seguito a operazioni di dubbia legalità avallate dal quotidiano del Partito, il che è palesemente una sciocchezza, e anche che fu per fare colpo sulla platea, ipotesi più plausibile. Versioni maliziose incriminano i direttori rivali che avevano visto diminuire i loro ingaggi: da qui la detenzione nel fine settimana, che era il periodo di massimo lavoro per un’orchestra tipica. Al commissariato fu trattato con il rispetto e l’ammirazione che erano dovute alla sua statura artistica. Tutto il distaccamento si sentì onorato, se non quasi privilegiato, dal suo breve soggiorno. Il commissario capo arrivò a invitare Pugliese a un mate nel suo ufficio e fece persino portare paste di quelle buone, incluso le “tortitas negras” predilette dal Maestro, evitando quelle economiche che era solito consumare. Anche in quella occasione, Pugliese, da vero militante, tra un mate e l’altro spiegò al commissario le bellezze della teoria comunista e i vantaggi dell’aderire al Partito. Misurato e discreto, il poliziotto cambiò discorso dichiarandosi fan di D’Arienzo e amante delle “medialunas de grasa”. Come dicevo prima, non c’è convergenza d’opinioni su queste visite coatte di Pugliese. Nella sede della casa editrice Corregidor, Francisco Garcia Jimenez mi disse che “furono due o tre, ma una di sicuro”. Ulyses Petit de Murat, durante la presentazione di un libro, non dette molta importanza alla questione e mi confermò che fu soltanto una. La faccenda poi della rosa, ossia l’abitudine di mettere una rosa sulla tastiera del piano prima dell’inizio del concerto per abbellimento, e non, come vuole il mito, per segnalare l’assenza forzata di Pugliese, fece sì che il numero delle incarcerazioni del musicista venisse esagerato. In realtà il pubblico applaudiva, l’orchestra saliva sul palcoscenico, Pugliese offriva la rosa a un’ammiratrice e attaccava a suonare nel tripudio dei militanti del PC che lo seguivano in tutte le milonghe gridando “Al Colòn! Al Colòn!”, anticipando di molti anni la realizzazione di quello che per l’epoca era solo una chimera, se non addirittura uno sproposito. Arturo Jauretche, nel tradizionale, elegante e ormai scomparso Foro di Corrientes e Uruguay, mi disse invece con disinvoltura: “Sono delle balle, pura leggenda. La verità è che Pugliese era in coda per la carta d’identità e i poliziotti lo hanno invitato a prendere un caffè, nella speranza di scroccargli i biglietti gratis per la milonga, nient’altro...” Sia come sia, io preferisco credere alle favole, per cui mi schiero con Garcia Jimenez e le carcerazioni multiple perché è, semplicemente, più bello. Il poeta Juan José Ceselli, autore del meraviglioso libro “Messa tanguera” che Pugliese era in procinto di mettere in musica, mi ha raccontato che il colpo ad effetto della rosa fu un’idea della moglie del Negro Mela. Lei in realtà voleva piazzare un intero vaso di rose sul piano, ma, visto la faccia disgustata dei musicisti, lui le consigliò di ripiegare su una sola, che era più fine. Il Negro Mela era nero per davvero. La sua mansione era quella di glossatore, recitava cioè qualche verso d’introduzione a ogni tango “entrador” - così si dicevano i tanghi più famosi o più richiesti - e presentava l’orchestra all’inizio e alla fine dello spettacolo. La parola show, sebbene già conosciuta, non aveva ancora il minimo prestigio.
Molti anni dopo, nel ricevere nella residenza di Olivos una delegazione artistica presentatisi per salutarlo e augurare buona fortuna al suo terzo mandato presidenziale, Perón si trova per la prima e ultima volta nella sua vita faccia a faccia con Pugliese. Nel tendergli la mano, Perón si piega leggermente in avanti, sfodera il suo sperimentato sorriso alla Gardel e, come a riconoscere che entrambi stanno ben al di là della verità e del mito e che bisogna giocoforza accettare la distribuzione dei ruoli nel teatrino della vita, gli dice tre semplici parole, tanto semplici che insegnano più di mille tomi di filosofia:
- Grazie per perdonarmi...
Pugliese sente nella mano la sincerità di Perón, sorride a labbra strette e stringe a sua volta la mano. Perón nota che dietro quelle lenti scure si accentua il battere di ciglia; non sa che è un tic di Pugliese e, a scanso di equivoci, e per evitare ulteriori imbarazzi giacché tutti e due sono avanti con gli anni e vengono entrambi da un’epoca lontana, passa rapidamente all’invitato successivo. Pugliese, riconoscente, si allontana. Tira fuori non visto il fazzoletto e si soffia il naso.
© Enrique Medina, Pagina/12 - marzo 2009
trad. Jean Fajean
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| Anclao en Paris |
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Questo tango reso celebre da Gardel, ci racconta di quanto fosse duro l’esilio di un argentino “ancorato” nella Montmartre degli anni 20: la neve sui davanzali, le luci rossicce, il tono morente, niente soldi, nessuna fede, le pugnalate della nostalgia. Eppure, assai peggiore può essere l’esilio di un musicista argentino a pochi metri dal Molo Sur.
Nel giugno 1955, ultimo periodo di Perón, i militari intrapresero la cosiddetta Operazione Cardenal, che vide l’arresto di massa di comunisti e oppositori di sinistra. Il più famoso tra noi, Osvaldo Pugliese, era da poco uscito di galera. Tutti, Pugliese compreso, furono portati sulla nave Paris. Questa, più che una nave era un battello in disuso ormeggiato nel porto di Buenos Aires. Allo scopo di vanificare le manifestazioni di solidarietà della gente con i detenuti, i militari levarono le ancore e trainarono la Paris nel punto più profondo del Rio de la Plata. Dopo qualche giorno, si cominciò a vociferare che la dittatura avesse intenzione di affondare il battello nel canale Arias, con dentro tutti i prigionieri. Era una situazione di grande incertezza. Le voci si rincorrevano e il fantasma dell’affondamento era sempre presente. All’inizio, i detenuti erano tenuti incatenati nella stiva con l’acqua fino alle ginocchia. Ma le misure di sicurezza, man mano che passava il tempo, si andavano allentando. Fu proprio Pugliese a romperle definitivamente. Come era già successo nel carcere di Devoto, molti sorveglianti erano ammiratori del Maestro e non perdevano occasione per avvicinarlo e scambiare due parole sul tango. Devo dire che alcuni di loro addirittura si vergognavano di tenerlo recluso, tanto che, di nascosto ai superiori, sistemarono alla bell’e meglio un vecchio pianoforte abbandonato nella sala ufficiali. Magari sognavano di sentire “La Yumba”... I detenuti insistettero molto e così Pugliese andò su a suonare. Le ore passavano lentamente tra quei tanghi preziosi e le solite discussioni politiche. Poi ci fu un giorno, un giorno certamente indimenticabile, in cui i compagni sentirono che il loro destino era il fondo del fiume. Nessuno più dubitò, mio fratello, Pugliese, tutti gli altri: i militari avrebbero di sicuro colato a picco la Paris con tutto il suo carico. La confusione fu enorme, a molti mancò il coraggio di resistere. Allora Osvaldo suonò apposta per loro. In quell’ora terribile in cui i compagni sapevano che stavano per morire, quando tutti erano sopraffatti dall’emozione degli ultimi momenti, ecco che Pugliese si mette a suonare l’Inno Nazionale e, subito dopo, L’Internazionale. Dicono che mai si ascoltò qualcosa di simile: quegli inni avevano la tragedia e la forza dell’ultima esecuzione. Quel giorno, tutta la nave cantò e molti piansero senza più nascondere le lacrime.
© Saùl Cascallar - Intervista a La Maga, 1996
trad. Marco Castellani
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| À rebours |
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Pancho Villa curava con grande attenzione la sua immagine pubblica. Rilasciava frequenti interviste e si circondava di reporter e ghost writers - il più famoso dei quali fu John Reed, autore di “Messico in rivolta” e “Dieci giorni che sconvolsero il mondo” - che avevano il compito di scrivergli bei discorsi e memorabili esternazioni. Attraverso un regolare contratto, concesse a Hollywood di filmare le sue migliori battaglie e relativo backstage, previa fornitura di uniformi più fotogeniche e supervisione dello script. Press’a poco lo stesso, del resto, si fece dell’altra parte, nella spedizione punitiva inviata contro di lui dal presidente Wilson, sotto il comando dei generali John Manganello Pershing e George Patton. Detto questo, non risulterà miscast la conclusione della vicenda. E’ il 16 luglio 1923. Pancho Villa, crivellato nella sua automobile da 47 pallottole sparate dai pistoleri inviati dallo stesso governo che gli aveva da poco concesso l’amnistia, sentendo arrivare i titoli di coda, manda a chiamare il consulente in carica e gli ordina: “Presto, dimmi... Quali sono state le mie ultime parole?”
Pancho Villa sapeva bene che non appena la sua bara avesse toccato il fondo della fossa, sarebbe arrivato il momento di fargli dire quello che in vita di dire si era scordato. Anche la sua epoca mancava stranamente di veggenti, ma in compenso abbondava, come la nostra, di quelli che esercitano a ritroso, nel plastico passato. Strumento prediletto da costoro è la moviola truccata dell’aneddotica, con la quale cercano sempre di far pendere la bilancia dal lato umano. Riducendo i conflitti, le inimicizie, ma anche le guerre e le rivoluzioni, a pacche sulle spalle e frasi celebri, riescono non di rado nel funambolico compito di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici. Così come una curatela spiritosa riconcilia su un’unica parete di museo opere tra loro nemiche e il cinico sincretismo dei nostri urbanisti rappacifica all’incrocio di due vie i leader di opposte fazioni, un bolero di storielle spiana il terreno alle salmerie della falsa coscienza. Interpreti magnifici di questo revisionismo melodico sono gli storici del tango, per molti dei quali il tango non è mai abbastanza conformista, non va mai abbastanza d’accordo, se non proprio coi padroni di tutto, almeno con i loro questurini. Non c’è quasi storia del tango che non sia tirata a pialla e cosparsa di emollienti. Ecco allora che “falsa come un dollaro celeste” diventa la persecuzione di cui tutti i regimi succedutisi in Argentina tra il 1937 e l’83 hanno fatto oggetto il compagno Osvaldo Pugliese. Le sue presunte carcerazioni? Trovate teatrali. La rosa rossa sulla tastiera del pianoforte? Un trucco da bellimbusto. La sua casa discografica Stentor rasa al suolo da un misterioso operativo? Aggiotaggio delle lacche. Un diabolico istrionismo ha spinto Pugliese a debuttare con la sua orchestra a Radio Splendid senza andarci e a incidere dei pezzi fondamentali come “Pata ancha”, “La bordona” e “Yunta de oro” facendosi sostituire da Osvaldo Manzi. Senza contare le scuse che si è inventato per non suonare in pubblico, tipo l’ordinanza di Perón che gli proibiva di farlo, o le frequenti sospensioni del permesso sindacale. Ma per quanto trattata con mano militare o con le prensili saccarine populiste, l’oltranza di Pugliese, il suo mai venir a patti coi potenti di turno, ha fatto corpo unico con la sua musica. In nessun altro tango si trova una tale coerenza tra pensiero critico e forma. Oggi, il vetro smerigliato della distanza, che confonde anche i competenti, ci impedisce di cogliere fino in fondo i nessi, allora ben visibili, tra la veemenza di “Emancipaciòn”, “Arrabal” o “Los Mareados” e le iniquità sociali contro cui il compagno Osvaldo ha sempre lottato. Dunque, non è all’anticomunismo dei poco informati disc-jockey che dobbiamo attribuire il bando di Pugliese dalle milonghe odierne. E’ piuttosto all’incapacità dei ballerini di misurarsi con i suoi contenuti, di essere all’altezza di una tale riserva di fuoco, di continuarne il senso. L’arte non è il riflesso di determinate forme di produzione; lo diviene però nel momento in cui vuole difendere a tutti i costi il principio della sua autonomia. Ma il tango dei nostri giorni vigliacchi, quelli in cui mai così volentieri si va in soccorso dei vincitori, non si preoccupa di queste inezie. Il suo unico stratega è il mercato. Questo è il tango dell’aria che tira, e - dopo Adorno citerò Céline - va a dar via il culo con qualsiasi tempo.
Marco Castellani, marzo 2009
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