Augurones

06
GENNAIO
2009

E’ il caso di una società che da più di un secolo si fustiga rumorosamente per la sua ipocrisia, parla con prolissità del proprio silenzio, s’accanisce a esporre minuziosamente quel che non dice, denuncia i poteri che esercita e promette di liberarsi dalle leggi che la fanno funzionare.
Michel Foucault

Correva il 69, che quell’anno vinse alla grande - Andrea Pazienza

Con questo numero famoso, la nostra Newsletter entra nel suo decimo anno di pubblicazione. Eviteremo i bilanci, ma non i pronostici. Rubata non sarà la shakespeariana “esca dei tremendi anni” e gli eventi continueranno imperterriti ad scompigliarci le biografie. I fatti trarranno profitto dalle macchinate circostanze e l’esistente avanzerà come sempre le sue enormi pretese sugli antichi sogni e i nuovi nati. Nel mezzomondo del tango, del niente pressoché tutto ci verrà detto, le caie seguiteranno a ingarbugliarsi con i tizi, durevoli verità arriveranno sulle solite groppe e nessun cittadino avrà più alcun dubbio sulle volcadas. Insomma, cari lettori, ovunque già rulla la ritirata: non facciamoci portare via il fuochino che ancora arde sotto i nostri cuori e abbiate tutti il migliore dei 2009 possibili.

 

 
Noches de Reyes  

“La notte era scura come la bocca di un lupo...”, dice questo tango fatidico. Pur lavorando un solo giorno all’anno, i Re Magi e la loro rappresentante boreale - la signora Befana - in 2000 e passa anni di repliche ne hanno viste davvero di tutti i colori. Leggiamo, ad esempio, quello che Juan Sasturain scrive sui più strambi capocomici della tradizione biblica.

Per quelli come me che una volta sono stati cattolici, una delle cose più belle della tradizione cristiana del Natale è quella del Presepe: il mondo, la scenografia, i personaggi del Presepe. Perché se tutta la fiaba della nascita di Gesù - al di là del crederci o meno - possiede un suo incanto particolare, il quadretto finale è davvero spettacolare. La tradizione ne sottolinea gli aspetti più vistosi e naïf così come la Pasqua, simmetricamente, sottolinea gli aspetti truculenti e tenebrosi del Sacrificio della Croce. A livello narrativo, tutta la sequenza della Settimana Santa, da venerdì a domenica, si attiene ai parametri classici del buon racconto di suspense, con le ritrattazioni di Pietro, la stupidità di massa che opta per Barabba e quell’igienista, in verità più ironico che cinico, di Pilato. Funziona bene anche come film del terrore o anche come uno di quei racconti falsamente infantili che si suppone finiscano bene ma che invece, come capita in Dumbo, raccontano una storia così triste che nemmeno l’happy-end ci compensa dell’angoscia accumulata. Con Cristo succede lo stesso: così tanto si calca la mano sulla crocifissione che uno crede che il film finisca lì. La Resurrezione passa inosservata, sui titoli di coda che scorrono, con la musica a chiodo e nessuno rimasto in sala. Si tratta di un racconto per pubblico adulto, è chiaro, per spettatori smaliziati che vedono il lieto fine come un trucchetto delle majors. In questo senso, il racconto del Natale è stato pensato più per i bambini che per i grandi. Ed è più compiuto e raffinato nella struttura, risponde a una logica più coerente: dalle difficoltà iniziali - l’acredine di Erode, i problemi logistici, il parto imminente - si arriva al finalone felice, con tutta l’orchestra in piedi. Ingredienti che seducono ancor oggi e che non hanno mai smesso di essere efficaci. Innanzi tutto il Bebè, che curiosamente passa subito in secondo piano, ma che intanto funge da pretesto per la convocazione di elementi accessori fortissimi: la stella cometa, gli opportuni animaletti solidali e gli straordinari Re Magi, una trovata meravigliosa che prevede persino il “negro simpatico”, un ruolo molto utilizzato in seguito. Ora è noto che quando i personaggi secondari prendono rilievo, si generano dei sequel di cui essi diventano i protagonisti. Questo è successo con i Magi, i quali sono arrivati non solo ad essere titolari di una festa - come del resto i poveri Santi Innocenti, capolavoro dello humour nero religioso - ma anche di un nome proprio che nella versione originale non avevano. Ed è qui che la storia che culmina nel Presepe trova la sua componente di assurdità, quella magia tipica delle fiabe e di tutte le formule sperimentate. Per una qualche ragione di eufonia ritmica, i Re Magi si chiamano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre - in quest’ordine e non in altro - e i doni che portano dall’Oriente al Bambinello sono - in quest’ordine e non in altro - oro, incenso e mirra. E allora uno guarda le immagini, vede le statuine, i panni, i colori dei tre intunicati sul cammello e si immagina il dialogo. Saranno anche re, avranno anche la barba bianca, ma sono loro stessi che organizzano la spedizione.
Gaspare carica l’oro, Melchiorre l’incenso e a Baldassarre gli lanciano una voce:
- Ehi Balda, tu porta la mirra!
- La che cosa...?
Non c’è mistero più grande di questo nel racconto del Natale.

© Juan Sasturain, 2007
trad. Jean Fajean

 

 
Il Grande Tango alla Fenice  

Adolfo Bioy Casares, nel suo Dizionario dell’Argentino Squisito, ci ricorda che un evento è “un avvenimento, fatto, spettacolo, previsto o imprevisto”. Ben detto, caro ABC, ma quello che stiamo per annunciare un evento lo è nell’uno e nell’altro caso. Certo, 25 anni fa César Stroscio non poteva prevedere che sarebbe ritornato a calcare le non ignifughe tavole della Fenice di Venezia dopo quasi un quarto di secolo, né i pochi spettatori dell’epoca - il meno illustre dei quali ora vi scrive - erano stati informati che quel concerto fosse leggendario. Fatto sta che da allora molti ponti son passati sulle acque torbide del tango e quella bellezza pressoché inaudita sta per rifiorire nello stesso posto e tra le stesse mani. Voi che amate la grazia e la delicatezza del sentire, il tango e la poesia, ve lo dico per il vostro bene: non perdetevi questo “evento”. Ecco come fare:

TRIO ESQUINA & QUARTETTO LIBRA
César Stroscio - bandoneòn
Leonardo Sanchez - chitarra
Hubert Tissier - contrabbasso
Corinne Basseux - primo violino
Dominique Valgalier - secondo violino
Caroline Simonnot - viola
Mimì Sunnerstam - violoncello

Lunedì 26 gennaio 2009, ore 20
Teatro La Fenice di Venezia
informazioni: http://societavenezianaconcerti.it
biglietteria on-line: www.teatrolafenice.it www.hellovenezia.com
call center: tel. 041 24.24

 

 
Pionieri d'Argentina  

Dedichiamo il tradizionale raccontino di inizio anno a un pioniere della radiofonia argentina, uno degli uomini che hanno contribuito alla diffusione del tango fin nelle più lontane province. Anzi, ci verrebbe da aggiungere che senza l’intraprendenza e la versatilità inaugurate novanta anni fa da Amedeo Zaminovich, il tango non sarebbe diventato quel karaoke ballato che è oggi.

Nell’anno 1919 il primo apparecchio radio arriva nella provincia di Santa Cruz. Lo fa nelle mani di Amedeo Zaminovich, un elettrotecnico che gode di modesta fama tra i colleghi per le sue vane investigazioni nel campo delle proprietà fotoelettriche. Animato di un’incrollabile fede e da spirito pionieristico, l’estremamente magro Zaminovich è il primo uomo che, la sera del 6 gennaio 1919, mette in funzione un dispositivo radiofonico in quella sperduta regione. Non si sente niente. Zaminovich gira freneticamente la manopola da un lato all’altro dell’indicatore di frequenza. Non si sente niente. Mentre dà qualche colpetto agli spinotti davanti alla piccola moltitudine ivi raccolta, Zaminovich suda. Non si sente niente. Controlla le pile, le smonta e le rimonta. Appena un sottile ronzio. Non si sente niente. Gli abitanti del luogo sono stanchi di essere truffati da ciarlatani che vengono da Buenos Aires. Non si sente niente. L’ambiente si fa teso e diversi uomini massicci, con le facce scolpite dai venti australi, si avvicinano lentamente circondando Zaminovich. La ragione del contrattempo è imbarazzante: né a Santa Cruz né nel raggio di centinaia di chilometri nessuno ancora trasmette niente che si possa ricevere per radio sulle onde hertziane o su qualunque altra onda. Zaminovich in realtà ha intuito il problema nello stesso momento in cui ha acceso l’apparecchio e sa perfettamente che sarà impossibile tirargli fuori anche una sola parola. Zaminovich non intende morire linciato da quella gente selvaggia che, avendo dedicato il sabato sera all’evento radiofonico, si sente già presa per il culo. Il suo viaggio dalla Capitale meriterebbe una sorte migliore. Tre settimane e due giorni in treno, carretto, mula, barroccio e a piedi. Tre settimane mangiando polvere per l’animaccia di Marconi, caricandosi sulle spalle quel pesante marchingegno e proteggendolo da pericoli di ogni genere. Ma non si sente niente. Poi all’improvviso.... Zaminovich è ancor oggi ricordato in tutta la Patagonia come il più grande ventriloquo d’Argentina.

© Alejandro Agresti
trad. Marco Castellani

 

 
Blog con un perché  

Se mi permettete una digressione, mi sembra di ricordare che qualcosa di simile succedesse al poeta Horacio Ferrer con il suo Dizionario del Tango. Questo libro vanta innumerevoli edizioni e in ciascuna di queste l’autore si è visto obbligato a correzioni e ampliamenti. Si dà il caso che gli uomini del tango non si diano mai per contenti e che in forma incessante realizzino azioni di ogni tipo, come per esempio andare in tournée in Francia, comporre delle milonghe o anche morire, lasciando completamente disorientato Ferrer. Ho saputo che il poeta, ormai stanco di ripubblicare un dizionario sempre incompleto, ha deciso di mettere su un servizio telefonico per comunicare personalmente a ogni lettore le novità che si vadano producendo. E’ facile immaginare la sorpresa e la riconoscenza dei lettori al ricevere le chiamate con cui Ferrer, alle quattro della mattina, li informa che il bandoneonista Tal dei Tali ha appena finito di comporre il tango Alma mendace.

© Alejandro Dolina - Crònicas del Angel Gris
trad. Marco Castellani

 

 
   
   

 

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