La crème de la crème |
20
ottobre
2008 |
El destino, que es prolijo
no da puntada sin nudo
E come non essere d’accordo con questo tango di Ernesto Ponzio, il violinista prontuariado che ebbe la prontezza di comprare Don Juan da un altro schedato, e per soli 5 pesos! Stavolta, però, il destino è stato fin troppo pignolo... I pochi volontari tra gli oltre 700 abbonati alla Tangueros Newsletter avevano forse già notato che il nostro mensile non veniva più diramato come al solito ogni due o tre mesi, ma sembrava aver modulato o rinviato la sua intermittenza ai conclavi vaticani. Non che mancassero delle ottime ragioni, a questa come a quelli, per una maggior assiduità... Il fatto è che un fulmine di evidente mandato concorrenziale ci ha incenerito l’indirizzario, mandando a quel bel paese i dati raccolti in nove anni di scrupolosissima spam. Qualcosa vorrà pur dire, visto che molto tradotti sono i proverbi a base di diavoli e coperchi. Ma noi non ci facciamo scoraggiare per così poco, conosciamo il “sempre perdere e mai lamento” ed ecco pronto il vasto programma: da oggi riprendiamo a pubblicare per l’élite, l’aristocrazia, la crème de la crème, i top smart, gli happy few, gli exclusive parroquianos, la setta, il club, la fazione, il duo! di magnifici abbonati che hanno voluto rinnovarci la loro fiducia. Vedrete che voi lettori non rimarrete a lungo in inferiorità numerica rispetto al nostro unico redattore. Anche perché, come diceva Macedonio Fernandez, quando gli assenti sono così tanti, se ne manca ancora uno non ci sta. Buona lettura, dunque, amico/a! |
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Nueva York Nueva York |
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Dice un tango giustamente famoso che veinte años no es nada. A maggior ragione, dieci. In effetti, pochi attimi sembrano passati dalla prima tournée negli Usa della Nueva Compañia Tangueros e invece era l’ottobre del 1998. Chicago, Seattle, Alaska, San Francisco... quanti ricordi: da rimbambire un tanguero. So a che cosa state pensando... A dir il vero quella prima tournée era stata preceduta in aprile da tre performance a New York - il classico April in New York - a cui peraltro dobbiamo il motto della compagnia: Tango in this world and in the next, ovvero “Il tango di questo mondo e di quello a venire”, dal titolo della recensione che allora ci fece il New York Times. Il suo autore, Jack Anderson, era quello che viene chiamato un tough critic, un duro della critica. Niente a che vedere con la più malleabile Jennifer Dunning, un’entusiasta della cultura latina: qualunque tablao flamenco, fado portoghese, chansonnier rumeno, pandilla gregoriana, lectura Dantis o musical su Cimabue arrivasse in città, poteva contare su Jennifer e sul suo elogio a cinque palle. Purtroppo quella volta Jennifer era a Trastevere dal suo fidanzato e a noi toccò l’incontentabile Jack lo Stroncatore, che invece faceva di tutto per superare in severità Percy Hammond, il critico più cattivo mai esistito, il giornalista dagli spigoli leggendari. Si racconta che durante la riunione in cui il Chicago Evening Post doveva decidere quale reporter inviare in Europa per la prima guerra mondiale, qualcuno avesse fatto il nome di Hammond. E il direttore: “Meglio di no. Metti che la guerra non gli piaccia...”. Altro ostacolo sulla via della gloria off-Broadway era l’etica professionale dei critici del New York Times, che ancor oggi impone loro di comprarsi il biglietto a teatro, pagarsi il taxi e persino la cena con gli artisti. Un’attitudine, questa, che nell’Italia dei gettoni di presenza sarebbe considerata sleale. Fatto sta che l’incorruttibile Jack ci trattò meglio di quanto sperassimo, anzi: riuscimmo noi a scroccargli una slice di pizza presso il contiguo Pappalardo’s. All’uscita, il signor Pappalardo ci additò con orgoglio un ritaglio dalla rubrica gastronomica del New York Times appeso sulla cassa: cinque bei cucchiaioni. Tutto regolare: la recensione era siglata JD.
Per darvi un’idea dell’atmosfera di quel debutto americano, non trovo nulla di meglio che pubblicare una paginetta dal diario personale di Marco Castellani, condirettore artistico della Nueva Compañia Tangueros. Qui dentro non sono il solo tanguero a cui i ricordi non mancano.
New York, 24 aprile 1998: debutto di Milonga Boulevard al Brooklin Center for the Performing Arts.
Il nostro alloggio è il Riverside Hotel, mi sembra sulla 82a Ovest a Manhattan, prenotatoci dal nostro manager americano. Il cartello situato sulla facciata ci fa subito capire dove siamo: THE CHEAPEST HOTEL IN TOWN. Quella che chiamano suite è un duplex di camere unite da un unico bagno, il cui accesso è regolato da due porte, come nei saloon, ma una di fronte all’altra. Un ingegnoso dispositivo di sicurezza ne impedisce la chiusura simultanea. E’ impossibile non venire colti sul fatto, o da est o da ovest. I musicisti di Color Tango, i primi a sperimentare il fattore sorpresa, scendono subito in sciopero contro di noi. Fosse per me, soffocherei la ribellione nel sangue, ma è pur sempre il nostro debutto in Usa. Per cui siamo costretti a negoziare e a trasferirli al Ramada Hotel vicino all’aeroporto JFK, unico albergo che riusciamo a trovare all’una di venerdì notte. A 40 chilometri da Manhattan. Luckily, il portiere di notte, che poi è una portiera portoricana, ha - guarda guarda - un fratello con un pulmino da 15 posti disposto anche all’abigeato. Il prezzo? Una sciocchezza: l’equivalente di tutte le camere al Riverside Hotel. Un’altra particolarità di questo albergo è che gli uffici si trovano all’ultimo piano dell’edificio che ha 30 o 40 piani. Appena arrivati, quando ancora ignoriamo le qualità dell’hotel, la portiera mi dice: “Mister Castellani, there is a fax message for you”, preme il tasto di chiamata dell’ascensore e aspetta davanti alla porta, sotto il mio sguardo interrogativo. Non voglio fare la figura del provinciale. Quando arriva e si spalanca, la ragazza solleva la moquette dell’ascensore e mi dà il fax message. “This is the first time i see an elevator which is also a fax machine”, le dico, impressionato dalla tecnologia yankee.
Io almeno una camera tutta per me ce ho: the President Room, con una finestrina panoramica sull’Hudson, sul New jersey e forse anche sul Nord Dakota. Per questo si dice brutto come il Nord Dakota, constato. Quando apri il rubinetto, dapprima escono una serie di boati intermittenti, poi un lungo gargarismo e infine degli sputi giallastri. Dalla doccia, un filino oppure una secchiata di temperature opposte. Queste almeno le puoi selezionare grazie a uno speciale rotore privo di qualsiasi indicazione. Sotto le coperte, a giustificare il prestigio della camera, è custodita la Sacra Sindone. Dentro all’armadio, un buco nel muro che conduce probabilmente all’armadio della Emperor Suite.
A questo punto squilla il telefono: “Yes?” “Marco, este hotel es una mierda”.
Questi provinciali... |
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Musiche |
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Narciso aveva fame, guardò
nelle acque per vedere se c’erano pesci
e incontrò se stesso.
Questo incidente della storia
costa mondi interi ai poveri mortali.
Hanno fame di se stessi, ma in verità
non guardano mai se stessi, sono guardati e da ciò
viene l’abitudine di
divorarci sotto
un se stesso preteso maggiore.
© Juan Gelman
Valer la pena - Ugo Guanda Editore, 2007
traduzione di Laura Branchini
Più di un secolo fa, un certo Sigmund Freud dissolse il mito dell’origine organica della psiche, dimostrando una volta per tutte che la produzione di cicatrici è la vera forma in cui la società si realizza nell’individuo. Ma la stessa psicanalisi, privata dai suoi impulsi critici radicali, si è poi rivelata come una specie di previdenza sociale finalizzata a una sana soluzione dei conflitti dell’io. Poco più di un massaggio, diceva Horkheimer. Alla fine della fiera, il Disagio della civiltà è risultato essere colpa dell’uomo, della sua inadeguatezza e dei suoi brutti difetti. Un bel giro di frittata, non c’è che dire. Per contrastare la critica psicoanalitica, i padroni di ogni cosa non hanno certo dovuto rimboccarsi le maniche. Anzi, assicurando loro delle piccole indennità, hanno potuto facilmente ribaltare sui poeti l’ambiguo compito di cantare, dopo il dolore delle ferite, quello delle cicatrici.
In ogni parte del mondo si è detta poesia civile quella che si batte contro la produzione di cicatrici tradizionali, le esterne, mentre poco o nulla si occupa di quelle interne. In Argentina, per esempio, tutto il cosiddetto colloquialismo impegnato degli anni ’60 aveva ben altro da mettere in versi che una roba per piccoli borghesi come l’inconscio e i suoi drammoni. In quegli anni, del resto, i massacri, le torture, la picana elettrica, prima ancora di scalfirti il dentro, ti liquidava il fuori. Più tardi, l’orrore e l’esilio hanno fatto capolino e danni anche sotto il soma dei poeti, trapassando i confini delle loro superfici, oltre ogni giurisdizione, diritto o statuto speciale. Molti sono arrivati spompati sul nuovo, per loro, campo di battaglia. Non così Juan Gelman, che ha sempre sentito la poesia come una ferita permanente, che non rimargina mai. Sbatacchiata tra la realtà brutale e l’inconscio mostruoso, la poesia cicatrizzata riproduce in pubblico le mansioni doppiogiochiste di quel povero diavolo dell’io: agente infiltrato del “preteso maggiore” da una parte e sussurrante portavoce della mancanza dall’altra. Quella di Gelman, invece, rifiuta suture e consolazioni perché il dolore che porta è inconciliabile con la falsità del mondo e i suoi sempre fedelissimi specchi interiori. |
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Il guarito si vede sempre che è stato malato |
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L’innografia non fa prodezze in Italia. Sarà perché qui da noi per rivolgersi al Cielo occorre avere l’autorizzazione e passare per la mediazione della Chiesa o forse perché sotto sotto sappiamo di aver ben poco da ringraziare. Tra i protestanti, invece, in Usa ad esempio, il rapporto con Dio è molto più diretto, tanto che coerentemente se ne cita e maneggia il nome persino sulla cartamoneta. Là, ogni occasione è buona per buttar giù un bell’inno al Signore e magari dirgliene quattro in privato; qua, “da questa parte della sera”, dobbiamo affidarci a un unico specialista: Vinicio Capossela. I suoi sono inni laici, è chiaro, ma ugualmente rivolti alla sola entità che noi terrestri siamo mai riusciti a immaginare migliore di noi. Al cospetto di tale potentissima controparte, Vinicio non è così fesso da presentarsi “Da solo” - come dice il titolo del suo nuovo disco - ma si fa giudiziosamente “malaccompagnare” da ottoni di robusto sostegno, da strumentini di apparente inconsistenza (ma in realtà magici) e dal più ambizioso macchinone che la fantasia musicale umana abbia mai concepito, il Mighty Wurlitzer. In queste avanzate solitarie, si sa, è sempre meglio schierare la cavalleria in cima alla collina. E siccome, come diceva Céline, “non c’è lirismo senza io”, Vinicio ce ne mette uno bello grosso. Ma badate: non è il solito io ingombrante e opportunista dei cantautori, sempre pronto con uno stampo per budini in mano a ricavare una canzone da qualsiasi esperienza passi lì nei paraggi. Quello di Vinicio è un io che lavora per la “cosa in sé”, che si annulla nella sua emozione necessaria, che strappa all’esperienza una verità valevole anche per i suoi compagni di pianeta. Compagni e... scompagnati: sì, perché c’è un inno, probabilmente quello definitivo, anche per i milioni di calzini spaiati che giacciono in ogni chissà dove. Sarà che sulle strade della perdizione non ci si perde, ma, vedete?, nemmeno lì Vinicio riesce ad essere da solo.
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