Vacanze di studio
11
settembre
2008

- Vede, - mi fa notare il professor Agamben, mio illustre dirimpettaio - il campo di concentramento è il nuovo nomos biopolitico del pianeta, la matrice nascosta dello spazio politico in cui viviamo. Quando lo stato di eccezione diventa la regola, ecco che nasce il campo. Qui il potere non ha di fronte a sé che la pura vita biologica senza alcuna mediazione.
Il “qui”, fortunatamente, è altrove. Nel nostro campeggio vige un ordinamento giuridico a cinque stelle. Così almeno sta scritto sui reticolati: tra noi e il potere, qui, ci sono le sue brave mediazioni.
- I campi non nascono dal diritto ordinario e meno che mai, come pure si potrebbe credere, da una trasformazione e uno sviluppo del diritto carcerario, ma dallo stato di eccezione e dalla legge marziale. La base giuridica degli internamenti nei lager nazisti era la Shutzhaft...
- La Shutzhaft? - bluffo io - Intende dire la legge prussiana del 4 giugno 1851 sullo stato d’assedio, poi estesa a tutta la Germania nel 1871? - Una bella sparata per farsi la bocca.
- Sì, proprio quella. Letteralmente: custodia protettiva
- Allora è meglio evitare di dargli delle idee... - alludo ai nostri vicini trevigiani che tendono l’orecchio alla minima inflessione barbarica. Io e il professore costituiamo l’unica enclave italo-parlante nella sospettosa tendopoli padana.
- Non ce n’è bisogno. Pensi al Velodromo di Vichy, al campo profughi spagnoli nei cui pressi è morto Machado, o alle attuali zone d’attente negli aeroporti internazionali, alle gated communities statunitensi, o ai nostri Cpt. Anche gli stadi e certe periferie assomigliano sempre più a dei campi in cui nuda vita e vita politica entrano in una zona d’assoluta indeterminazione.
Intanto gli altoparlanti annunciano in due lingue che domani ci sarà la disinfestazione. Se non vogliamo farci avvelenare, dobbiamo chiuderci all’interno dei nostri container padronali e ritirare panni stesi, basilichi e timi. I cani non serve: sono già vietati dal regolamento.
Passa la Sorveglianza a controllare i braccialetti. I nostri vanno bene: siamo Blu, Ospiti Fissi. I Verdi, invece, sono i Giornalieri Paganti, i Gialli gli Orari Gratis. Da due giorni stanno braccando un Giallo che ha prolungato illegalmente il suo soggiorno cronometrato. Sembra che l’occhio elettronico l’abbia rilevato nel block dei rodigini.
- E lei come mai è qui dentro, professore? - cambio discorso - Ha nostalgia per la vita nomade o postula le scomodità stanziali?
- Questo camping è uno dei pochi posti ancora esenti dai festival di tango. Stando alle notizie che pur trapelano dalla folta peluria di riserbo che li ricopre...
Gli altoparlanti poliglotti tornano a gracchiare:
- La disinfestazione sarà preceduta dall’esibizione di Toni Minareto e Signora, finalisti del Mundial di Tango Argentino categoria Turbo-Folk e viceversa...
Ci scambiamo un’occhiata significativa:
- Non bisogna dar retta a tutto quello che i blog di tango non dicono...
- Beh, se non altro ci risparmiano lo stage...
- ... cui seguirà una lezione di prova gratuita nel locale stireria. E già che ci siamo, una cosiddetta milonga. Sono ammesse solo coppie di ambo i sessi, anche provenienti da altri camping, ma non i signori Nudisti.
- Niente Braccialetti Rossi?... Ma così ci perderemo la specialità della nuda vita: il voleo centrale a piedi uniti.
- Per quel che mi riguarda non mi iscrivo, che imparo di più. Sono molto progredito da quando non conosco Minareto.
- Altrettanto non possono dire i suoi allievi... Il tango nuevo è floscio come la manica di un mago.
Un colpo di sirena lungo ci avverte del coprifuoco. Poi tre colpi brevi: latrine in zona Cesarini.
- Hanna Arendt ha osservato una volta che nei campi emerge in piena luce il principio che regge il dominio totalitario e che il senso comune si rifiuta ostinatamente di ammettere e, cioè, il principio secondo cui tutto è possibile. Sono il segno dell’impossibilità del sistema di funzionare senza trasformarsi in una macchina letale.
- Basta vedere cos’è successo al G8 di Genova. La più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale, secondo Amnesty International.
Il professore annuisce:
- Dobbiamo aspettarci non solo nuovi campi, ma anche sempre nuove e più deliranti definizioni normative dell’iscrizione della vita nella Città.
- I campi realizzano stabilmente l’eccezione - faccio finta di aver capito. Come a scuola.
Gli altoparlanti trasmettono delle scariche elettrostatiche familiari: è Tanturi. Toni Minareto starà ripassando la sua esplosiva prestazione. Fra poco la conta e poi via, tutti in branda. Si accendono le spie degli infrarossi. Resta una sola gaffe da fare, e la faccio:
- Lei che è di Roma e pure ha un’istruzione, - scandisco le parole guardando dritto in macchina - sapeva che Lunfardo, letteralmente ladro e delinquente, viene dal gergo romanesco dell’Ottocento? Lumbardo, ossia lombardo: dunque i criminali vengono dal nord...
Anche il professore strizza l’occhio alla telecamera:
- Certo... Ma questa marcetta non è “Er Canaro en Paris”?

Jean Fajean
Estratti da “Mezzi senza fine” di Giorgio Agamben
© Bollati Boringhieri 1996

 

 
Fatti non foste a ballar come bruti...  

In vacanza bisogna aiutarsi con letture appropriate. Quest’anno, oltre ai libri del professore Agamben, mi sono portato tra i disagiati volontari anche “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Volevo “capirlo”, finalmente, a tanti anni di distanza dalla lettura scolastica e obbligatoria; non essendo altro, l’obbligatorietà ai buoni libri, che una forma più democratica e benintenzionata di censura. E si sa che di buone intenzioni, di Decreti Sicurezza e di Shutzhaft sono lastricate le strade che conducono ai lager.
Di solito si attribuisce a “Se questo è un uomo” un valore di testimonianza che prevale sui suoi meriti artistici. Lo stesso Primo Levi ha sempre dichiarato di aver voluto dare un taglio quasi giuridico a una semplice relazione di fatti accaduti. Dello stesso avviso è stata la casa editrice Einaudi che ha rifiutato per dieci anni la pubblicazione dell’ennesimo libro di “memorialistica del lager”. Credo invece, come già diceva Pindaro, che a questo mondo niente duri a lungo se non raggiunge il fiore della poesia. Lo stesso Dio deve tutto a Bach. Dunque, se oggi un nodo ci prende alla gola e sentiamo crescere dentro di noi la rabbia e l’indignazione per quel che è stato fatto ad Auschwitz e viene tuttora fatto alla “nuda vita” nei numerosissimi campi moderni, lo dobbiamo soprattutto a opere di letteratura come questa e non già agli atti del processo di Norimberga.
Saranno allora la strizza al cuore che la scena “drammatica” ne “Il canto di Ulisse” procura, e la sinistra risonanza tra quella macchina disumana e questa “invisibile” di oggi, a giustificarne la pubblicazione qui sotto. Speriamo soltanto che Primo e Dante, il cui endecasillabo ho sfigurato nel titolo, possano perdonare l’accostamento della loro grande “combination”, come dicono i Dj di reggae, con una piccola scuola di tango che sta per riaprire.

Appeso con una mano alla scala oscillante, mi indicò:
- Aujourd’hui c’est Primo qui viendra avec moi chercher la soupe.
Fino al giorno prima era stato Stern, il transilvano strabico; ora questi era caduto in disgrazia per non so che storia di scope rubate in magazzino, e Pikolo era riuscito ad appoggiare la mia candidatura come aiuto nell’Essenholen, nella corvée quotidiana del rancio.
Si arrampicò fuori, ed io lo seguii, sbattendo le ciglia nello splendore del giorno. Faceva tiepido fuori, il sole sollevava dalla terra grassa un leggero odore di vernice e di catrame che mi ricordava una qualche spiaggia estiva della mia infanzia. Pikolo mi diede una delle due stanghe, e ci incamminammo sotto un chiaro cielo di giugno.
Cominciavo a ringraziarlo, ma mi interruppe, non occorreva. Si vedevano i Carpazi coperti di neve. Respirai l’aria fresca, mi sentivo insolitamente leggero.
- Tu es fou de marcher si vite. On a le temps, tu sais -. Il rancio si ritirava a un chilometro di distanza; bisognava poi ritornare con la marmitta di cinquanta chili infilata nelle stanghe. Era un lavoro abbastanza faticoso, però comportava una gradevole marcia di andata senza carico, e l’occasione sempre desiderabile di avvicinarsi alle cucine.
Rallentammo il passo. Pikolo era esperto, aveva scelto accortamente la via in modo che avremmo fatto un lungo giro, camminando almeno un’ora, senza destare sospetti. Parlavamo delle nostre case, di Strasburgo e di Torino, delle nostre letture, dei nostri studi. Delle nostre madri: come si somigliano tutte le madri! Anche sua madre lo rimproverava di non sapere mai quanto denaro aveva in tasca; anche sua madre si sarebbe stupita se avesse potuto sapere che se l’era cavata, che giorno per giorno se la cavava.
Passò una SS in bicicletta. E’ Rudi, il Blockführer. Alt, sull’attenti, togliersi il berretto. - Sale brute, celui-là. Ein meinz gemeiner Hund -. Per lui è indifferente parlare francese o tedesco? E’ indifferente, può pensare in entrambe le lingue. E’ stato in Liguria un mese, gli piace l’Italia, vorrebbe imparare l’italiano. Io sarei contento di insegnargli l’italiano: non possiamo farlo? Possiamo, anche subito, una cosa vale l’altra, l’importante è di non perdere tempo, di non sprecare quest’ora.
Passa Limentani, il romano, strascicando i piedi, con una gamella nascosta sotto la giacca. Pikolo sta attento, coglie qualche parola del nostro dialogo e la ripete ridendo:
- Zup-pa, cam-po, ac-qua.
Passa Frenkel, la spia. Accelerare il passo, non si sa mai, quello fa il male per il male.
... Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.
... Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia.
Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:

Lo maggior corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
Pur come quella che il vento affatica.
Indi, la cima in qua e in là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Mise fuori la voce, e disse: Quando...

Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l’esperienza pare prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere “antica”.
E dopo “Quando”? Il nulla. Un buco nella memoria. “Prima che sì Enea la nominasse”. Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: “... la pietà Del vecchio padre, né ‘l debito amore Che doveva Penelope far lieta...” sarà poi esatto?

... Ma misi me per l’alto mare aperto.

Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché “misi me” non è “je me mis”, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.
Siamo arrivati al Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci dev’essere l’ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori della trincea. Mi fa un cenno colla mano, è un uomo in gamba, non l’ho mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare.
“Mare aperto”. “Mare aperto”. So che rima con “diserto”: “... quella compagna Picciola, dalla quale non fui diserto”, ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi:

... Acciò che l’uom più oltre non si metta.

“Si metta”: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, “e misi me”. Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia una osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho una fretta furibonda.
Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza
Fatti non foste a viver come bruti
Ma per seguir virtute e conoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.
Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

Li miei compagni fec’io sì acuti...

.... e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante cose vuol dire questo “acuti”. Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile. “... Lo lume era di sotto della luna” o qualcosa di simile; ma prima?... Nessuna idea, “keine Ahnung” come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine.
- Ça ne fait rien, vas-y tout de même.

... Quando mi apparve una montagna, bruna
Per la distanza, e parvemi alta tanto
Che mai veduta non ne avevo alcuna.

Sì, sì, “alta tanto”, non “molto alta”, proposizione consecutiva. E le montagne, quando si vedono di lontano... le montagne... oh Pikolo, Pikolo, dì qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino!
Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Pikolo attende e mi guarda.
Darei la zuppa di oggi per saper saldare “non ne avevo alcuna” col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio. Mi danzano per il capo altri versi: “... la terra lagrimosa diede vento...” no, è un’altra cosa. E’ tardi, è tardi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere:

Tre volte il fe’ girare con tutte l’acque,
Alla quarta levar la poppa in suso
E la prora ire in giù, come altrui piacque...

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui...
Siamo oramai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti si accalcano alle spalle. - Kraut und Rüben? - Kraut und Rüben -. Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: - Choux et navets. - Kàposzta és répak.

Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso.

© Primo Levi “Se questo è un uomo”
Edizioni Einaudi, Torino

 

 
... riapre la Scuola Tangueros  

E infatti eccoci di nuovo qua, dopo la pausa estiva, sul vascello capitanato da Mariachiara Michieli e che il grande vento di Pugliese si dispone a sospingere oltre le Colonne d’Ercole. Eccoci di nuovo pronti a lanciarci all’inseguimento di “virtute e conoscenza”, insieme a tutti gli “acuti compagni” che vorranno lasciarsi dietro i minestroni di cavoli e rape, i torsoli e le scolature del tango “come altrui piacque”. Si salpa il 15 settembre.

SCUOLA TANGUEROS
L’arte dell’abbraccio
insegnante: Mariachiara Michieli

presso On Stage - via Rutilia 10/8, 20141 Milano
informazioni: tel. 02 4989919 / 349 7310438
escuela@nctangueros.com www.nctangueros.com

 

 

 

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