Da un numero speciale di Radar, il
supplemento culturale del quotidiano Pagina/12, volentieri ricopio
e traduco,
seppure a
modo mio, questo articolo dedicato alle paroliere del tango. Vi
si stabilisce che, accantonata provvisoriamente la legittima voglia
di rivincita, è finalmente arrivato il momento di regolare
i conti con il tango macho e di dire qualche verità ai suoi
tipici esponenti. Ad essere sinceri, di questi antiquati in giro
non se ne vedono più. Chi tra noi, infatti, è ancora
innamorato della vecchia mamma che gli stira le camicie nel patio
del conventillo? Quale abbandonato nutre ancora propositi di vendetta
sulla bionda platinata che se n’è andata in cerca di
un destino migliore? Sono sicuro che nessun nostro lettore è lo
schifoso maschilista che un tempo prevaleva nel tango. Arrivo a dire
che nemmeno io, per quanto sia spesso costretto a restare in canottiera
e a piantare spilli in una bambolina, riesco ad aderire del tutto
a quel ridicolo esemplare del passato. Ciò nondimeno, dato
che più di una volta mi è capitato di colpire virilmente
con la guancia la mano aperta della mia fidanzata, spero di meritare
lo stesso di farmene dire quattro dalle donne compositrici. Se non
altro per la traduzione delle loro liriche.
Nel 1961 Julio Sosa “il
maschio del tango”, uruguaiano
dalla voce metallica e profonda, registrò una versione di
Por qué canto asì in cui recitava su La
Cumparsita:
Porque el tango es macho, porque el tango es fuerte
tiene olor a vida, tiene gusto a muerte.
(Perché il tango è macho,
perché il tango è forte,
profuma di vita, ha gusto di morte)
A onor di verità e del
poeta Celedonio Flores, autore dei versi di Por qué canto
asì, bisogna però dire
che Sosa - Julio Maria Sosa Venturini nei documenti: è un
vero peccato che a un simile maschione la mammina abbia dato il
secondo nome di Maria - operò alcuni ritocchi al testo originale.
La poesia di Celedonio (1943) del tango diceva infatti:
Porque es
beso manso, porque es daga fuerte
tiene adiós de muerte, tiene gusto a amor.
(Perché è un
bacio tenero, perché è una
lama forte, ha l’addio della morte, ha il gusto dell’amore)
Vai
te a sapere perché la faccenda del macho ha fatto così tanta
presa da essere ripetuta ancora oggi come una verità assoluta,
piena di contenuti simbolici e a volta patetici. Da quella furbizia
sono passati quasi cinquanta anni e le cose sono un po’ cambiate;
ma solo un po’, non esageriamo!: da poco più di un
decennio, infatti, il tango ha cominciato a popolarsi di donne.
Come fiori
cresciuti nell’arido deserto, senza fretta e senza pausa,
queste ragazze stanno dimostrando che nella poesia, nella musica,
nel canto
e nella danza, il tango è anche una creazione femminile.
Le paroliere, che una volta potevano contarsi sulle dita di una
mano,
oggi sono autrici di quasi un terzo delle 700 nuove composizioni
riunite in un libro edito dal Centro Cultural de la Cooperación.
L’antologia raccolta da Roxana Rochi e Ariel Sotelo registra
la varietà tematica di donne assai diverse per età e
stile. Alcune provengono dal rock, altre dalla letteratura, dalla
musica o da aree ancor più impensabili. Tutte hanno qualcosa
da dire. E alle materie tradizionali del genere, l’amore,
l’amicizia,
il quartiere, ora si aggiungono le nuove questioni sociali: la
disoccupazione, la crisi, i cartoneros, la dittatura,
i desaparecidos,
l’esilio,
l’emigrazione. Sono presenti anche le rivendicazioni, i conti
in sospeso con il tango macho, il sesso, il ruolo
femminile; tutte questioni che sono sempre state trattate solo
in ottica maschile.
Nel 1915, Felipe Fernandez (Yacaré), poeta lunfardo, autore
di Versos Rantifusos, enumerò una serie di vocaboli
che designavano la donna:
Io una donna la chiamo paica, feba, catriela,
percanta, cosa, piba,
budín o percantina:
chata, bestia, garaba, peor es nada o fémina, cusifai, adorada,
chirusa, nami o grela.
E loro, cosa volete farci, si lasciavano
chiamare, nominare e indicare con i nomignoli più elogiativi
o più umilianti, a
seconda del guapo che toccava loro in sorte.
La linguista Analìa Gutierrez ricorda che negli anni ‘80
Enrique Pinti diceva che “la differenza tra una signora e una
mina è che quest’ultima è ancora desiderabile
per gli uomini.” Tanguera e ironica, Gutierrez domanda: “Cosa
preferiamo oggi? Essere una signora o una mina?”
Le paroliere del tango di solito non si scompongono se le si chiama
minas, anche perché questa è una parola
che di fatto non la si usa in tono peggiorativo. Però Marina
Iñiguez,
poetessa lunfarda molto premiata, al momento di regolare
di conti con il macho - termine storicamente non peggiorativo -
nel suo
tango Atajate non usa giri di parole:
Ché, fulano,
que buscás medio perdido saber dónde
estás parado.
Que de pronto te bancás la contingencia de los tiempos que
han cambiado.
Hoy las minas ya no agachan la sabiola ante el gavión
y son ellas las que tumban a su amor sobre el colchón.
(Ehi
tu, che mezzo spaesato cerchi di capire dove stare. Sei costretto
a sopportare la contingenza dei tempi nuovi. Oggi le ragazze non
chinano la testa davanti al bellimbusto, ma decidono l’amore
e chi far cadere nel loro letto)
Subito dopo, però, concede
al macho un attimo di respiro:
Si dejás de hacerte el púa,
te propongo caminar conmigo el tramo
hombro a hombro y mano a mano.
Porque ya no está bien visto ser machista roncador.
(Se
la smetti di far il furbo, ti propongo di camminare insieme a me,
spalla a spalla e alla pari. Perché non è più ben
visto essere un maschilista che russa)
In Vos y yo Haidé Daiban,
poetessa e scrittrice i cui tanghi sono stati messi in musica da
Pascual Mamone, affronta la crisi di
una coppia e vuole “fondare un’altra vita, sentire
che insieme se ne è sorgente”:
Hablemos de cosas importantes
que llenen la memoria, también
el corazón
Hablemos de amor, de nuestras cosas, la vida que llevamos, de angustias
y desazón.
No quiero que pasen las semanas y se abra el pozo inmenso de la
desilusión.
(Parliamo di cose importanti che riempiono la
memoria e il cuore. Parliamo d’amore, delle nostre cose,
della vita che facciamo, di angoscia e di nausea. Non voglio che
passino le settimane e
si riapra il pozzo della disillusione)
La ex-rocker Claudia Levy è convinta
che le nuove autrici rappresentino un’immagine molto diversa
del tango; lei si definisce una non femminista, anche se nei suoi
testi cerca di
riflettere una
visione femminile, tenera e sottile. In Me dijeron, ammonisce
un uomo violento:
No te hagás el pobre tipo porque todos
ya sabemos
que a vos te importa un bledo si hacés mal o si hacés
bien
que a la mina que llorabas, arrastrado por las calles
la fajaste siete veces y la maltrataste cien.
(Non fare il poverino
perché lo sanno tutti che non t’importa
un cazzo di far bene o di far male, e che la ragazza che piangeva
per strada l’hai picchiata sette volte e maltrattata cento)
In
Fuiste primavera, invece, racconta ironicamente:
Lo conocí una
mañana de verano tomando sol en su
quinta de Pilar
su piel dorada y sus ojos transparentes enloquecieron mi sistema
glandular
Me enamoré como si tuviera quince me puse linda y brillante
como un sol
me prometió por supuesto amor eterno y se rajó a
vivir a Nueva York.
(L’ho conosciuto una mattina d’estate,
prendeva il sole nella sua tenuta di Pilar. La sua pelle dorata
e i suoi occhi trasparenti
hanno sconvolto il mio sistema ghiandolare. Mi sono innamorata
come una quindicenne, mi sono fatta bella e splendente come il
sole. Mi
ha offerto il suo amore ovviamente eterno e se n’è scappato
a New York)
María José Demare, una signora matura
che ama rifugiarsi in braccia giovani, dice in Prohibido:
Aburrida de hombres, de años y desengaños
me sacan al mundo, a la lluvia, al invierno
una cita más, un posible trabajo.
Lo primero que supe: yo le doblo la edad.
Y tan pronto me encuentro en sus brazos
me burlo del tiempo y de mí
por suerte descubro que al fin no sé nada
y me entrego a su boca y a él.
Comienzo a olvidarlo, apenas me doy cuenta
que no quiero otra cosa que mi cama con él
ya no entiendo nada, pienso que estoy loca.
El teléfono suena, el deseo me enciende
me abro, soy noche
escribo los espejos con lápiz de labios
tu nombre, el mío y al lado,
prohibido.
(Annoiata dagli uomini, dagli anni, dai disinganni, mi
buttano nel mondo, alla pioggia, all’inverno. Un altro appuntamento,
un possibile lavoro. La prima cosa che ho saputo: ho il doppio
dei suoi
anni. E subito mi trovo nelle sue braccia, a burlarmi del tempo
e di me. Per fortuna scopro che non voglio saperne niente e mi
consegno
alla sua bocca e a lui. Comincio a dimenticarlo, a stento mi rendo
conto che non voglio altra cosa che dividere il suo letto, non
capisco, forse sono matta. Il telefono suona, ardo dal desiderio,
mi apro,
sono la notte, scrivo sugli specchi col rossetto il tuo nome e
il mio. E di fianco, proibito)
Abbondante e varia è la produzione
di Clora Gatti. In Macanas de vaivenes y desengaños dice:
¡
Qué de macanas!
¿
De qué se trata, viejo
este ademán tan desparejo?
Que la quiero, que la dejo
que me muero, que me voy.
No argumentes tanto enojo
que el amor no es para flojos
y lo pisado por algo pasó.
(Basta cazzate! Dove va a parare,
vecchio mio, questo gesto senza senso? Che ti amo, che ti lascio,
che ora muoio, che me ne vado.
Non cercare spiegazioni alla tua rabbia, perché l’amore
non è per deboli. E quel che è stato, lo è stato
per qualcosa)
Risulta evidente che le ragazze si sono liberate,
dicono col tango ciò che più le aggrada o semplicemente
ciò che
vivono. Dopo un secolo di silenzio, vogliono farsi ascoltare nell’amore
e nel disamore; non hanno falsi pudori, confessano vittorie e sconfitte,
carezze e ferite.
Ma è giusto ricordare anche le pioniere, quelle che non
ebbero vita facile, come ad esempio Maria Luisa Carnielli, la quale
doveva
firmare le sue liriche sotto lo pseudonimo di Mario Castro o di
Luis Mario. Nel 1928, Carnelli scrisse El Malevo:
Sos un
malevo sin lengua
sin pinta ni compadrada
sin melena recortada
sin milonga y sin canyengue.
(Sei un malvivente senza lingua, senza
eleganza, senza audacia, senza pettinatura, senza milonga e senza
canyengue)
Carnelli, nata nel 1898, fu poetessa e scrittrice. Produsse
più di
venti testi per il tango ed elogiò gli uomini che non picchiavano
né sfruttavano le donne.
Anche Herminia Velich (1908) e Micaela Sastre (1880), figlia di
Marcos Sastre, diedero al tango molti temi in cui si opposero duramente
alla condizione femminile dell’epoca in cui si trovarono
a vivere e a scrivere.
© Radar - 8 marzo 2007
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