Dei delitti e delle pene
01
FEBBRAIO
2008

Quella del tango è una comunità di molta lagna: il rilevarlo non solo fa parte di ciò che vorrebbe denunciare, ma lo incrementa, per cui stavolta mi darò poco spago. E’ noto a tutti che il milonguero tipico è uno che si lamenta: dei prezzi delle milonghe, innanzi tutto, ma anche delle maniere dei suoi colleghi che proprio qui dentro dovrebbero, non si sa per quale miracolo, trasformarsi in buone. In misura non minore si rammarica del suono, delle emissioni dei disc-jockey e del ballo altrui, a cominciare da quello del compagno. Il piso poi è sempre lacunoso, le bibite solo acquatiche, il microclima illegale, il guardaroba non iscritto alla Siae. Come nella canzone di Tom Waits “The piano has been drinking”, per questo guastafeste non c’è mai niente che funzioni. Se la musichetta della tasca trova ovunque dei fans accaniti, l’ufficio Altri Reclami raccoglie solo petizioni sommarie. A Londra vogliono regolare il traffico in pista con i lanes, le corsie, e magari i guardrail; a Roma propongono comitati etici e volantinaggi, cui seguiranno, immagino, ispettori, conflict managers e i Caschi Blu. A Milano ora c’è la moral suasion microfonica: l’altra sera, per la prima volta in venticinque anni di tango, ho sentito un esercente dire ai ballerini come dovevano ballare; e quel che è peggio, dirlo tra gli applausi degli sgridati. Come le lamentatrici professionali di antica tradizione, molti deploratori del tango “piangon del mal che non li tocca”, quando meglio farebbero a lasciarsi toccare. Tra le alte querele non mancano neppure i cultori di malintesi, i burocrati del cabezeo “non invasivo” e dei codici vintage: alla mancanza di tatto costoro contrappongono l’abbondanza giuridica e la riesumazione di vecchie usanze. In certe milonghe del Nord-Est arrivano a distribuire gli uomini da una parte e le donne dall’altra, come all’ospedale. Perché allora fermarsi qui e non affiancare alle orfane delle finte mamme minacciose? Perché non suonare i dischi con il Wilco e non ungersi la pelata con Glostora? La realtà è che se in una milonga non c’è la danza, non c’è niente. O almeno niente per cui valga la pena lagnarsi. Ucciderne la tensione verso la bellezza e il sogno cocciuto di mondo abitabile “qui e ora”, è l’unico vero delitto. Queste piste, nonostante tutto, sono luoghi di felicità pratica e condivisa, degli spazi liberati dal buon senso, dai regolamenti e dalla strombazzata “ragionevolezza” che hanno spinto molti di noi a varcarne le soglie, incuranti del babau della biglietteria. Le sue quattro pareti specchianti, gli occhi da cui ci lasciamo guardare, ci restituiscono la verità su di noi, o meglio quella che ancora siamo capaci di incarnare. Il tango non la dice per intero, ma nemmeno riesce ad occultarla. E qui sta la pena.

Jean Fajean

 

Avanzi di balera
 

Sempre a proposito di vecchi codici: non sono molti gli antropologi delle sale da ballo, specie quelli che prendono in considerazione noi frequentatori. A Buenos Aires c’è ad esempio Maria Susana Azzi che dieci anni fa ha setacciato uno per uno i periferici milongueros di Olavarrìa. A Parigi c’è Remi Hess, più accademico e perciò più approssimativo, con i suoi libri sul valzer e sul tango. L’Università di Yale non poteva rimanere con le mani in mano e qualche anno fa ha sguinzagliato il suo africanista Robert Farris Thompson sulle tracce del tango negro. Ma della sua lovestory con il tango dirò in seguito. Per ora vi basti sapere che l’ho messa tra i fumetti di Topolino. In Italia è stato tentato più di un approccio storico e sociologico sui dancing. Molti di questi testi pericolosi si trovano, com’è logico, in mezzo ai miei Diabolik. Ultimamente però è uscito un libro che, seppure in modo tangenziale - e non uso questa parola a caso - parla della balera, la nonna di tutte le milonghe nostrane. L’ha scritto un giovane studioso, John N. Martin, sulla base dei racconti di Primo Moroni, “agitatore” politico e culturale, ma anche ballerino, chef de rang, libraio e molte altre cose. Primo, che ha vissuto senza mai abbassare la testa la grande ristrutturazione urbanistica e sociale della Milano del secondo dopoguerra, aveva già intrapreso una “memorialistica” dei vari movimenti giovanili nel libro scritto insieme a Nanni Balestrini, “L’Orda D’Oro”. In questo “La luna sotto casa” prende in considerazione anche i “ribelli senza causa”, le bande di quartiere, i teddy-boys, insomma tutti gli “irregolari” che avevano nella sala da ballo un terreno d’azione privilegiato. Ne trascriviamo qualche paragrafo, consigliandovi di procurarvi il resto. Al libro è allegato anche un cd con una seria ed esilarante conferenza tenuta da Primo alla Casa della Cultura nel 1989.

Le sale da ballo sono i principali poli di autorappresentazione dell’identità collettiva della banda. La loro frequentazione è data sia dalla loro capacità di essere luogo di richiamo, sia dalla loro localizzazione urbana. In linea di massima esiste comunque un rapporto abbastanza preciso tra questi due fattori. Molte sale sono effettivamente situate in posizioni “strategiche” rispetto alla loro clientela.
1. Le “balere misto a richiesta e comunicazione amicale”. Sono le sale frequentate da membri del basso proletariato, in cui prevalgono la comunicazione amicale e la musica, solitamente “ritmico-ambrosiana (valzer, tango, polke e mazurke), principalmente su richiesta del pubblico. Tutti questi locali si trovano in prossimità delle circonvallazioni e in aree statisticamente a maggioranza operaio-impiegatizia e sono: Il Polverone (Stazione Centrale), Il Ragno D’Oro (Porta Romana), L’Arenella (Conca del Naviglio), La Stella Alpina (Ravizza).
2. Le “balere misto a richiesta-innovativa e comunicazione amicale”. Sono sale in cui pur permanendo codici tradizionali (ballo a richiesta), esiste una apertura verso i nuovi ritmi d’importazione americana e anglosassone: rock’n’roll, boogie, slow ecc. Anch’esse si trovano in prossimità delle circonvallazioni, Il Principe (Ravizza), Birra Italia (Sempione), Pasticceria Colosseo (Piazza Cinque Giornate).
3. Le “balere periferiche a frequentazione mista”. Sono le balere deputate a ospitare, nei giorni festivi, le migrazioni in massa delle bande, in particolare quelle complesse del centro e quelle periferiche locali, che vi fanno peraltro sempre riferimento. In questi locali l’azione sociale si sposa quasi sempre con il concetto di sfida. La posta in gioco sta nel guadagnare comunicazione con il sesso opposto (sempre la donna), attraverso i rituali ben definiti dalla tradizione. Gli attori deputati a lanciare la sfida sono compagnie quasi esclusivamente maschili provenienti da un altro quartiere, a cui non è concesso nel proprio territorio di corteggiare liberamente: un rapporto di coppia con una ragazza del quartiere equivarrebbe sicuramente alla promessa di matrimonio. I destinatari della sfida sono dunque le ragazze del quartiere ospitante. Il “dono” consiste in un rituale preciso e piuttosto coreografico. la compagnia ospite si dirige, preceduta dal capobanda o dal migliore ballerino di turno, verso il gruppo isolato delle ragazze, solitamente poste in posizione strategica in un angolo della sala; il capobanda chiede il ballo, e a questo punto la sfida è lanciata.
Le conseguenze di queste azioni-strategie possono essere diverse.
a) Scatta la seduzione e la ragazza accetta il ballo. Alla prima ragazza che accetta il ballo seguono le amiche che socializzano con il resto della compagnia ospite. In vista di queste dinamiche, diversi attori, per assurgere al ruolo di capobanda nelle sale da ballo (ossia di miglio ballerino e quindi con maggiore capacità di comunicazione con il sesso opposto) si iscrivono a corsi di ballo nelle scuole o nei teatri di rivista.
b) Il ballo viene rifiutato. La compagnia subisce una doppia umiliazione: per il rifiuto alla socializzazione e per la costrizione a ritornare sui propri passi, subendo le vessazioni degli astanti (evento che può diventare un primo motivo di degenerazione della sfida).
c) Il “rilancio”. Alla prima offerta di ballo, non segue un’immediata risposta e il gioco passa nuovamente nelle mani della compagnia ospite, la quale ha diverse possibilità di rilanciare la partita: un secondo invito, la ripetizione del primo invito, un secondo invito diverso dal primo (per esempio un tentativo di comunicazione su un altro livello) o l’abbandono della sfida. E’ anche possibile che questa situazione porti al coinvolgimento anche di altri attori, su richiesta dei primi o per meccanismi spontanei di difesa del gruppo dei pari e del territorio: in questo caso, sovente la sfida degenera. Questi locali sono: Roxy Club (Moncucco), Punta dell’Est (Idroscalo), Circolo FS (Ortica), Redecesio (Parco Redecesio), Zio Tom (Lambro), Parco delle Rose (via Fabio Massimo).

© John N. Martin - Primo Moroni “La luna sotto casa”
Shake Edizioni, 2007

 

Mariachiara vuelve
 

Mariachiara Michieli ritorna a Pordenone per una serie di stage domenicali a intermittenza quindicinale. In pratica una domenica sì e una no, a partire dal 3 febbraio 2008. Sono previste lezioni per livello Intermedio e Avanzato, nonché ore di Tecnica Individuale. Per chi volesse saperne di più o direttamente iscriversi, suggeriamo di telefonare a Massimo Marchetto, il quale sarà lietissimo di fare entrambe le cose. Questi i suoi recapiti:

Massimo Marchetto tel. 335 5411880
email: maximotango@yahoo.it

 

 

 

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