Meglio essere turlupinati da un passato
che non abbiamo visto piuttosto che da un presente di cui facciamo
parte. Nel tango
capita spesso. Proprio a San Silvestro un vecchio milonguero mi
ha confidato: il mio passato è deplorevole, il mio presente fallimentare;
meno male che non ho un futuro... Come potevo dargli torto: la tradizione
del tango è come il sacco della Befana, un’ambigua giurisprudenza
in cui uno trova solo quel che cerca, giocattoli e carbone. Prendiamo
per esempio la mania delle esibizioni alla milonga. Uno non può più andare
a ballare senza che a un certo punto non sia costretto a sedersi
e a subire le prestazioni di un qualche fenomeno locale o di passaggio.
Sono momenti vetrinistici che ribassano la milonga a showroom e i
milongueros a potenziali compratori di tegami. Fregatura recente,
dunque, iniziata da quando il tango fa rima con business. Ma per
Marco Castellani è una vera e propria idiosincrasia che risale
a molto tempo addietro. Ha scritto un lungo articolo in proposito,
che verrà pubblicato sull’imminente Tangueros Quarterly
Review n.15 con il titolo di “Tango Chinein”. Nel frattempo,
però, vogliamo anticiparne ai nostri lettori più impazienti
la quarta e conclusiva sezione, l’ultimo montaggio, in cui
Castellani ci racconta di una sua notte lisergica del 1976.
Buon
anno a tutti. Che le stelle vi siano propizie.
Da fuori, la Casa del
Popolo sembra proprio questa: ecco la scalinata rumena, la targa “Qui
Mangiapreti”, il bandierone rosso
con l’Edera al posto della Falce e Martello. Dovremmo essere
a Gambettola, nella bassa cesenate. Dico dovremmo perché al
sabato sera non facciamo molto caso alla rotta: andiamo dove ci dice
la benzina e stasera siamo venuti a 12.000 lire, tre carte a testa.
Lo so, secondo Fonzie Fonzarelli il sabato è notte da pivelli,
ma è anche l’unica in cui il padre di Usto ci presta
l’850. Color caffellatte, naturalmente, corretto dagli adesivi.
Dobbiamo stare attenti a dove parcheggiamo: questa è la capitale
europea della rottamazione e del recupero ferrosi. C’è anche
il monumento. Di un bel color caffellatte, tra l’altro.
Alla Casa del Popolo si balla, e tanto basta alla nostra piccola
psichedelia. La sostanza va però corroborata: non si pretenderà di studiare l’astronomia a occhio nudo? Questa l’ha detta
John Lennon, uno che non rimediava con lo Zabov. Qui però non
avremo problemi: al Popolo servono vino serio, mica gazzosine da
stilisti. A me poi piace il Pagadebit, innanzi tutto per il nome.
Bei tempi quando gli esattori li tacitavi con un bicchiere. Ma adesso,
a metà anni ‘70, la tecnica bancaria ha fatto progressi
da gigante. Sono astemi.
Foriamo il nebbione ed entriamo. Nei pressi del bancone, ci sono
due poster: Luciano Lama, nato qui, e Federico Fellini, che qui
faceva le vacanze, entrambi con dedica a pennarello. C’è anche
il Pagadebit: lo dicevo, io. Dal piano superiore arriva della musica
ritmata. Abbiamo tutti l’età in cui una batteria è una
cosa importante. Pier Paolo Pasolini, corretto da me.
- Perché non andate su che ci sono tre ragazzi che suonano?
- Se è gratis...
I tre ragazzi hanno invece l’età in cui una fisarmonica
era ed è rimasta una cosa importante. Il bassista è anche
cieco, cliente ideale di quelle scarpe allo zabaione.
L’ambiente è fumoso per via delle finestre aperte.
I tavolini sono di fòrmica, le signore in ghingheri, gli
uomini paonazzi. L’allegria sembra contagiosa, ma siamo vaccinati.
Ci siamo portati su le bottiglie necessarie a un’eroica resistenza.
Mi invitano subito. Ma quale cabezeo... sono l’elegantone
della brigata e il mio tight alla Groucho Marx "fa ambasciatore” anche
nei centri rurali. Vanda “con la V normale” è la
prima:
- Chi s’è sposato?
Trasloco immediatamente nelle braccia di Dirce e poi in quelle
di Angiolina, come mia nonna. Evito di dirglielo per tatto coreografico.
Un diplomatico non fa gaffe.
- Meno male che ci siete voi giovani.. Se no, com’è il
domani della Filuzzi?
- Lungo, milady. La Filuzzi will never die...
- Ditemi voi se non ho avuto ragione.
Valzer e ancora valzer, che è quello che mi viene meglio e
l’unico suonato dai veterani. Anche il tango lo suonano in
tre quarti, come Salgàn, lo Strauss del Rio De La Plata.
Al secondo tango viennese mi tocca cedere l’Italia a suo marito,
un prenotato: più o meno quello che sta facendo il governo
nella sua resa agli zuavi pontifici. Del resto, in tutte le milonghe
del mondo il sabato è “coniugale”. Fonzie starebbe
in casa anche ad Almagro.
- Attenzione, attenzione... - un uomo si erge in mezzo alla pista.
Ci siamo, mi dico, ecco l’annuncio del Segretario della sezione
di Stepancikovo che fa precedere la discussione sui progetti della
nuova fognatura da alcune considerazioni sulla situazione della lotta
di classe a livello mondiale. Invece no, è un’esibizione.
Non si scappa. Vai col Pagadebit.
- Compagne e compagni, interrompo solo per un attimo il vostro
spasso per presentarvi un giovane fenomeno del trombone. Prima
però voglio
che tributiate a questi ragazzi di Ferrara un applauso di benvenuto.
Grazie, tornate a trovarci, qui siete a casa vostra.
Senti chi parla. Il pugno chiuso leggermente rialzato ci sembra
un ringraziamento garbato. Voilà.
- Come vi dicevo, ecco il trombonista: mio figlio Gunnar.
Figlio suo e di una svedese cuccata in riviera. L’oriundo biondino-romagnolo
va sul sicuro e ci suona Bandiera Rossa, con svisate e tutto. Successo
concorde di pubblico e critica, ma il padre non è contento:
- Le sorprese non finiscono qui. Sabato scorso ci avevano fatto
una promessa e ora sono tornati a mantenerla. Due affidabili...
due virtuosi
del liscio, del latino, di quello che volete. Il loro forte è la
traiettoria, ma vanno bene anche nella giravolta. Ecco a voi...
i completi Sabrina e Gianlucaaa...
Non c’è niente da fare, questi esibizionisti sono una
piaga. Si godono la primavera che tolgono agli altri. Un verso di
De Andrè.
Entrano due indigesti muñecos de torta, le statuine della
torta nuziale che proprio per questo non si mangiano. Ecco qui chi
s’è sposato, cara la mia Vanda con la V normale. E tu,
Gianluca, mi fai schifo, sappilo. Specie con quel tight marxista
copiato all’Ambasciatore di Ferrara, ora ostaggio del tuo
happening settimanale.
Speriamo almeno che ballino L’Inno dei Lavoratori o i Morti
di Reggio Emilia. Macché: ci danno dentro con gli standard,
in due sopra quattro gambette e con un vassoio di stronzi per abbraccio.
Fanno tutta la sfilza. Il loro tango simpatico è una cosa
che prende allo stomaco.
E così distolgo lo sguardo. E’ il momento della riflessione
personale. Queste meraviglie i desti non le vedranno mai e io non
oserò ricordarmele. Di sicuro non a occhio nudo. Gambettola,
paese di scasso e smaltimento. Così è anche il resto.
Dove sarà l’astronomia? Cosa mi staranno organizzando
le sfere celesti? Da qui le stelle sono mingherline, gli equinozi
tutti storti... la sproporzione non mi dà quartiere. Forse
a Buenos Aires, sotto il suo cielo al revés, una musica ci
sarà che...
Usto mi interrompe con un cabezeo:
- Hai letto là cosa dice?
La nutazione mi indica il fondo della sala, ma i miei occhi poco
astronomici non ci arrivano. Mi tocca il dribbling tra i due esibenti
che ancora volteggiano a nasi girati. E là, sul muro dietro
alla “struttura” del ciclostile, leggo finalmente il
cartello. Tutto si tiene a questo mondo: QUI DENTRO SONO PROIBITE
LE SCENE ROMANTICHE. Lo dicevo, io.
Marco Castellani, dicembre
2007 |
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