Era forse il 1995 quando intervistammo
El Moplo per la prima volta. Fu al Café Celta, a pochi passi
dalla storica sala dell’Associazione dei Professori d’Orchestra,
dove Pugliese provava il mercoledì, il Sexteto Tango il martedì e
la Compagnia Tangueros tutti i giorni che Dio toglieva alla terra.
In quell’occasione El Moplo, imbaldanzito dal vermut della
casa, rivelò ai nostri lettori tutti i segreti della milonga.
La Buenos Aires di allora non era stata ancora interamente tanghizzata
e le milonghe non erano quei locali per turisti che sono oggi. Allora
eravamo in pochi a conoscerne i codici, ovvero come bisognasse stiracchiarli
per non fare, appunto, la figura del turista. Oggi invece sono i
visitatori europei e americani, con le loro monete forti, a dettare
legge nel tango. Né il Celta né l’Apo esistono
più. Al posto del primo c’è il wine-bar El
Escabio; nel secondo, proprio dove un writer premuroso aveva scritto “A
quien toca este edificio que lo parta un rayo” (Chi
tocca questo edificio venga squartato da un fulmine), le macerie
di un
incendio.
Per cui il nuovo rendez-vous con El Moplo è giocoforza stipularlo
in altro luogo, e più precisamente alla Giralda di Corrientes.
L’orario? Quello più classico: le sei del mattino, all’uscita
dalla milonga. Sempre più numerosi sono i connoisseurs che
hanno sentito parlare di questi tavolini in marmo di Carrara, della
spumeggiante cioccolata Tutankamòn e degli infrangibili churros che
accolgono i nottambuli alla fine del turno. Infatti il locale è quasi
vuoto e l’anziano cameriere ha il suo bel da fare per non soccombere
alle forze soverchianti dell’unico avventore, che sarei poi
io. Dopo mezz’ora arrivano finalmente i rinforzi. El Moplo
non è cambiato: statura prudente, riporto a tutto sesto a
coprire la pelata lunare, pancetta burocratica, cipiglio sentenzioso,
incorreggibile nasone da tapiro. Indossa il doppiopetto color bitume
dentro cui si è sposato, ha divorziato e un giorno lo seppelliranno:
il vestito di un uomo che non ne ha mai avuti due in una volta. La
camicia buia e una cravatta volata via da un camion ne incrementano
il portamento milonguero. Le scarpe, invece, sono due luccicanti
caramelle di vernice, annodate con nastrini di seta nera incerati
a mano, come si faceva ai tempi di Divito. I fan di Pugliese usavano
solo quelli. Gli Ulani della prima guerra mondiale entravano a cavallo
nelle chiese per la cera della candele con cui si inceravano i baffi.
I milongueros, peccatori praticanti, in chiesa ci entrano solo per
le stringhe o, al limite, per costituirsi. El Moplo si accorge che
gli sto guardando le scarpe e mi saluta:
Mai spirare miseria dai piedi,
diceva Céline, e anche Miguel
Balmaceda.
Allora, Moplo, come vanno gli affarucci?
Bene, o vuoi che ti dica.
Alti e bassi, ma soprattutto bassi. I vecchi milongueros non vivono:
durano. Per fortuna questo è un
paese dove la polizia spara sui maestri elementari, non su quelli
di tango.
E la Quinta del Ñato?
Non tutti i buchi riescono
con la ciambella intorno. Specialmente a Villa Lugano. Quando il
sottoscritto mette sù un circo,
per prima cosa gli crescono i nani. Con Locatelli e Ningùn
Bobby stiamo ancora pagando la buonuscita ai ragazzi del Ya
Basta.
Quei no-global hanno il marketing nel sangue. Tirano sul prezzo
perché il
locale è segnalato tra i centri sociali di charme dalla Guide
Racaille. Le spese sono molte: le rate del pavimento, che
era in porlàn (ndr: in cemento Portland), quelle
del megafono nuovo per gli annunci. Poi l’allacciamento elettrico
legale, la processione degli ispettori della Sadaic, ognuno
con la sua brava percentuale. Se vuoi sapere come va il tango oggi
devi fare come Fourier con la
sua famosa mela: ricostruirne l’itinerario economico.
Frutticoltura
a parte, come va il tango oggi?
Se dai retta alle statistiche ufficiali,
non è mai andato
così bene. Il tango è un business che rende. Girano
i soldi, si sono moltiplicati i chioschi, gli esercenti, i maestri.
Adesso ci sono più santi che nicchie. Per non parlare dell’indotto.
Sono in molti a mangiare nel piatto dove sputano. In realtà gli
stessi turisti, per quanto imbambolati, hanno sempre più la
sensazione di trovarsi nel grande parco tematico del tango, tra
comparse e fondali di compensato. E sempre con il fiato degli animatori
sul
collo. Le milonghe sono diventate delle pantomime, dei quadri viventi
coi milongueros antropomorfi, un’illusione ottica organizzata.
Evidentemente c’è del marcio, a Disneyland...
E chi
sarebbero i subdoli artiglieri? Non darai mica la colpa ai turisti...
I
turisti del tango ci sono sempre stati, soprattutto tra gli argentini
e gli stessi porteños. Puoi essere un forte turista del
tango pur essendo nato e vissuto sotto il Puente Alsina: basta
che ignori
le trame, i sottintesi comuni e comunemente intesi nel nostro ambiente.
Questo è il turista. Allo stesso modo, puoi essere un grande
milonguero anche, si fa per dire, in Bulgaria. Checché ne
dica Eusebio Montale.
E allora che cos’è cambiato?
Il tango si è industrializzato.
Prima era un’attività quasi
casalinga, adesso è un’azienda municipalizzata con
tanto di assessori, funzionari, addetti stampa e ministri degli
esteri.
E’ un racket, naturalmente, una lobby. Il campionato, il
così detto
Mundial, è un pacco esplicito, in appalto al miglior offerente.
I festival a capitale privato, una concessione demaniale. Le istituzioni
stanno forse perdendo in impopolarità, ma questo tango governativo è davvero
un carrozzone che sferraglia su un abisso di ridicolo.
Stavi meglio
prima, con la tua lauta pensione da statale?
Io no, ma il tango
sì. Il tango, come la poesia, ha tutto
da guadagnare dall’ombra o dalla penombra. Tutto questo interesse,
questi riflettori sempre accesi sulla produzione e lo smercio a
costi assolutamente concorrenziali di materiali vili, da supermarket,
facili,
d’acquisto immediato, subito deperiti e prontamente ricambiati,
non sono altro che gli effetti della caduta del tasso di profitto.
Tutti questi eventi culturali sono caroselli del capitale, momenti
di valorizzazione del sistema. A noi resteranno solo i residui,
le forme svuotate di senso. E, per adesso, inflazione e qualche
mancia.
Parli come uno dei Chicago boys...
Ma quali Chicago
boys... L’unico Chicago boy che
avevamo qui era Lopez-Murphy, quando ancora pensavano che il tango
si contasse
in spiccioli. Dopo la famosa inchiesta del Clarìn,
hanno subodorato l’affare. ”Il tango deve diventare
per Buenos Aires quello che il carnevale è per Rio”.
Questo l’ha detto
il Segretario alla Cultura, mica il bottegaio dell’esquina.
Ed eccoci qua, come dice Locatelli, con questo carnevale di poveretti.
Ma torniamo a dodici anni fa.
Torniamo anche più indietro,
al Club del Clan, alla Decade Infame, al Dernier Tangò,
ai galeoni spagnoli. Il vantaggio dell’anziano è che
conosce i precedenti. Queste crisi sono cicliche e dopo si riprende
sempre un po’ più canaglie
di prima. Almeno in superficie. In realtà, il fiume del
tango si trova ogni volta nuovi letti, si inalvea altrove, più in
profondità; ed è questo che importa, non i nostri
greti di ciottoli.
Siamo d’accordo, il tango non è morto,
i parenti possono stare tranquilli. Allora, secondo te, il successo
planetario del
tango sarebbe una crisi?
Sì, una crisi artistica. E qui sta
il punto. Se il tango non è creazione,
invenzione, conoscenza e superamento continuo delle forme, se non è il “soffrire
più in alto” di cui parlavano i romantici, allora
non è più niente.
Scade in passatempo, in ballo di società, mentre con la
società il
tango non ha mai voluto avere niente a che fare. Nelle milonghe
conta solo la danza. O almeno contava. In questi ultimi anni, ci
siamo
sottoposti a tali spietate migliorie per ben accogliere e non far
sentire incompatibile la valanga turistica, che ormai non si può ballare
meno di così. Sappiamo essere molto ospitali, quando vogliamo.
Guarda quanti europeismi abbiamo adottato, lo stile milonguero®,
l’electrotango, le esibizioni spettacolo, la tanda
di chacarera...
In Argentina anche il nazionalismo viene da fuori,
ma sull’esterofilia
del tango torneremo fra poco. Certo è che il proselitismo,
l’ansia da clientela, hanno abbassato fortemente il livello
della danza.
Non c’è dubbio alcuno. Quando mai si è visto
una milonguera, fosse pure a sensazione termica 180, appoggiare
il tacco al pavimento? E gli adorni a cazzo morto? L’abbraccio
da autobus affollato o da trasportatore di pannelli? Potrei continuare.
Dove sono finiti i nostri magnifici bellimbusti perimetrali? Tutti
inghiottiti dal centro magnetico della pista? Seicento orchestre,
centomila tanghi, trenta generazioni di ballerini, intere stirpi
di milongueros lanciate all’inseguimento della bellezza tra
sangue sudore e lacrime, per poi ritrovarci oggi in milonghe deturpate
da ergastolani coi ceppi ai piedi, boy-scout elettronici e relativi
passettini di merda? A uno gli vien voglia di ritirare le lacrime.
Non
ti scaldare, Moplo, che ti si sposta l’acconciatura...
Quello
che più mi fa imbestialire è che si voglia trasformare
il milonguero in una persona perbene, in un professionista. Con
tutto quello che ci abbiamo messo per farci una reputazione! Ricordi
la “Milonga
de la ganzùa”? “Innocenti come animali
e canaglie come cristiani”. Il milonguero è innocente,
Vostro Onore, perché non svende la sua danza, che è la
sua unica onestà. Quando si professionalizza, insieme ai
demoni se ne vanno anche gli angeli. La sua danza diventa una cosa,
un
tic,
una
smorfia. Niente di peggio di questi milongueros apocrifi e fallimentari,
vividi a parole e spenti in pista.
A proposito di tic, c’è una
signora che nel 1996 è venuta
in Europa a insegnare il clic interno...
Sì, lo so, la trovata
commerciale del servocomando. Se non vuoi andare all’altro
mondo senza sapere se hai il clic interno, impara il tango milonguero®,
nel senso più caricaturale
di entrambi i termini, beninteso. L’usurpazione del titolo
la dice lunga: si sforza di fondare una credibilità che
non sarebbe necessaria se ci fosse la danza. E invece c’è un
abbraccio antigienico, dei passi corti e insignificanti, la donna
mollusco. Così si ballava al Club Almagro, dal padrone di
Solo Tango TV, il posto dove i milongueros NON andavano perché era
per il careteo, per gli speranzosi di apparire in televisione.
Ci andava Julio Iglesias a vendere le sue pentole.
Quanto manca
ai dinamici legislatori del tango nuevo per dare al tango qualcosa
di nuovo? O almeno di utile?
Manca molto. Il tango gli va ancora
grande. Tecniche macchinose e risultati scadenti, almeno per adesso.
Questi ragazzi li capisco:
hanno cominciato a ballare troppo tardi, quando i maestri e i grandi
ballerini si erano già trasferiti alla Quinta del Ñato.
Quella vera, intendo dire. Del tango conoscono quello televisivo,
lo show, il business. Gli manca pista, alla milonga si muovono
come bilie cieche. I più sinceri tra loro vogliono aprire
nuove strade e scalare nuove pareti, il che è positivo e
perfettamente in linea con la tradizione. Ma fra un po’ guarderanno
in sù e
vedranno i chiodi che sono stati piantati cinquanta anni fa da
ballerini migliori di loro. Come i presocratici, hanno tutto il
nostro passato
davanti.
A volte mi sorprendi, Moplo, con la tua lungimiranza all’indietro.
Resta il fatto che le milonghe, sia qua che là, sono piene
di ballerini dal forte impatto ambientale.
E’ la conseguenza
della sprezzante e puerile dismissione dell’iniziazione.
Il momento di massima vicinanza al tango si ha quando ci tocca
per la prima volta, quando per la prima volta intravediamo, sentiamo,
che c’è dentro qualcosa di vero, di luminoso e indimenticabile.
Segue un lungo apprendistato, che apparentemente ci allontana da
quell’emozione, ma che poi si rivela essere l’unica
strada per tornare là. Una strada che è lunga per
amor del viandante. Un vero tanguero ha la tremarella ogni volta
che scende
in pista proprio perché la sua conoscenza protegge e salvaguarda
quel lontano batticuore. Dunque, l’emozione è dapprima
motore e poi risultato della conoscenza conquistata. L’impatto
ambientale, come dici tu, deriva dalla rinuncia.
C’è invece
chi invoca le regole dell’educazione,
un ordinamento giuridico, le rotaie del buon senso, i guardrail,
i brigadieri...
Marx diceva che il buon senso è il peggiore
dei metafisici. Dovremmo attenerci alle idee e ai valori piccolo-borghesi
che hanno
fatto così bello il mondo fuori di qui? Dovremmo ballare
come dei travet? Cos’è il tango, uno svago da pensionati?
E la milonga, è forse una bocciofila? I colpi, gli urti,
i tacchi dolosi ci sono sempre stati, con il comprensibile corollario
di parole grosse e spintoni meno involontari. Ma in cinquantacinque
anni di milonga non ho mai visto scorrere una sola goccia di sangue,
se non forse per qualche epistassi spontanea. Il miracolo di San
Gennaro...
Parlaci del tuo lavoro come critico di danza.
Vorrei dedicarmici
di più, ma, come sai, l’autogestione
lascia poco tempo per sé stessi. Con il tango succede come
con la letteratura o la musica. Quando sei ragazzo, un libro o
un disco qualsiasi ti fanno entrare in un mondo meraviglioso di
cui
ignoravi l’esistenza. Improvvisamente scopri un Cathai fiabesco,
dove ogni cosa ti conduce a un altra ancora più bella. Poi,
dopo qualche tempo, cominci a fare delle distinzioni, a capire
le proporzioni, a emettere dei giudizi. Ecco come nasce il critico.
Non è tanto un mediatore tra opera e pubblico, quanto tra
opera e ciò che opera non è. Questo vorrei fare io
con il tango: lasciare una scritta sul muro della locanda abbandonata...
Nella speranza che un giorno un colto viaggiatore si degni di
togliere la polvere con la sua manica di seta e riceva il messaggio.
Conosco
anch’io questa cineseria di Bertolt Brecht. Ma perché proprio
con il tango? Non ti basta ballarlo?
A ballare non sono mai stato
un fenomeno, però sento sempre
quella certa tremarella. Non so proprio cosa ci trovi il tango
nel mio cuore. E’ un grande poeta, il tango, l’unico
che come diceva ancora Brecht, “si siede per terra e canta
le gesta degli umiliati con lo stesso linguaggio fino a prima destinato
alle
glorie dei re”.
Va mo’ là: ultimo e penultimo
classificato al poetry slam della Giralda.
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