Siccome sempre rigonfio è il
sacco della cronaca, anche fra questo incontro fra diciottenni
occorrerà riferire.
Lui si chiama L.C., lei B.D.: non si tratta di persone particolarmente
meritevoli, ma abitano gli anni in cui l’organismo fa meno
dinieghi e godono di una meravigliosa corresponsione reciproca.
Muovendo i piedi impercettibilmente, beccheggiano simili a barchette
e vivono
in temporanea sospensione del respiro. Quante tentazioni inducono
però al generare e al moltiplicarsi e quanti ricami sinuosi
adornano e camuffano quell’atto! Si considerino, per esempio,
l’aria della sera che tutt’intorno
trema come una febbricitante; la difficoltà delle parole,
costipate da troppo sentimento; l’intrecciarsi premuroso
delle dita; e gli sguardi che cercano e cercano, promettendo una
fantastica
oscurità. Ora, come due cerbiatti o daini, stanno timidamente
sotto una brezza tutta loro e accostano i visi: il momento è vicino
- ancora un momento - alla più dolce delle contraddanze,
apparentemente non mossa da alcuno stimolo procreativo. In ultimo,
tuttavia, lei
si sottrae, perché le sono necessari altri riti, e più fini.
© Tiziano
Rossi - Cronaca perduta
Milano, 2006 |
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Lo scorso gennaio, a Genova, Lele
Luzzatti è uscito
di scena dalla stessa casa, e probabilmente dalle stessa stanza,
dove in scena c’era entrato nel 1921. Questa poca rivista non
avrebbe certo i titoli per ricordare il grandissimo uomo di teatro,
se Marco Castellani non ce ne avesse dato l’occasione con lo
scritto che segue. Il nostro contributor ha infatti chiuso il suo
non breve ginepraio sul tango teatrale, che verrà pubblicato
per intero nel prossimo numero della Tangueros Quarterly Review previsto
a primavera, con l’illuminante osservazione fattagli molti
anni fa da Lele Luzzatti a proposito di luci, bestie buone e scarabocchi.
I lettori gli sapranno scusare la pericolosa strada dell’esempio
personale e il frequente ricorso alle virgolette, ma qui si parla
dell’arrivo del tango in Italia e molti termini devono essere
pronunciati con l’intonazione dell’epoca. Il contesto è quello
dei primissimi anni ‘90. Mariachiara Michieli, Alejandro Aquino
e lo stesso Castellani, su commissione del Festival Internazionale
Oriente-Occidente di Rovereto, creano Tangueros, il primo spettacolo
di tango di concezione veramente teatrale. Tutti i suoi elementi,
musica, coreografia, luci, costumi, regia, rispondono a uno stile
unitario, a un’idea artistica. Non più spettacolo a
spiedino con dentro un poco di tutto, ma finalmente il “pensiero
ballato” che una definizione troppo famosa associa, come una
colpa originaria, alla tristezza. Nonostante le resistenze e le attenuazioni
della “ideologia del tempo”, che Castellani ben ci descrive
nel suo articolo, Tangueros stabilisce, in oltre 150 repliche solo
in Italia, l’altezza dell’uva: getta cioè le basi
di quella oltranza, tanto avversata dalle istituzioni teatrali quanto
fraintesa dall’azionariato milonguero, chiamata tango d’arte.
Non mobilita le masse, lo stile
Louis-Ferdinand Céline
“Una composizione, qualora non generi da sé medesima
una ricca e autosufficiente complessità, vivrà grazie
ai supporti forniti dall’ideologia del tempo, ossia grazie
ai contributi dello spettatore, persuaso di ricevere dall’opera
quelle leggi che egli medesimo inavvedutamente le conferisce; mentre
il proprio
di ogni grande opera d’arte è di dettare essa stessa
tutta una legislazione.” Così, ancora, Franco Fortini.
Ma in quel pionieristico 1992, quando cioè l’attenzione
dello spettatore di tango si stava ancora organizzando, la “legislazione” di
Tangueros, ossia la sua effettiva gettata, si poteva misurare piuttosto
dalle difensive alzate di sopracciglio che inizialmente le votarono
le istituzioni teatrali, e dalla erculea semplificazione che ne diedero
le nascenti comunità tanguere in Italia. Dal tango, i critici
e i direttori artistici d’allora s’aspettavano tutt’al
più una serata amena, in cui magari ritrovare le digestive
atmosfere del Viejo Almacen o della Casablanca
de Buenos Aires, dove
una volta si erano recati dopo il serio balletto al Teatro Colòn.
Gli ufficiali della critica invece, tranne rarissime eccezioni, parlavano
più volentieri di costume che di danza e mutuavano dal quel
basso giornalismo le automatiche cantilene che poi sparpagliavano
nelle loro recensioni: evidentemente, quegli stessi aguzzi coltelli
che fino a un attimo prima erano serviti benissimo per sezionare
una coreografia, mettiamo, di Pina Bausch, erano diventati di colpo
troppo “artistici” per il tango. Le associazioni, da
parte loro, cercavano in Tangueros uno specchio benevolo in cui riconoscersi;
ci rimproveravano una carenza in didascalie, una manchevole propensione
ad accompagnare per mano il pubblico non specializzato. Erano dei
milongueros, loro. E un tango “che faceva il difficile” metteva
a repentaglio affiliazioni e tesseramenti, spaventava la potenziale
clientela del ballo sociale. Quando era vero il contrario: proprio
perché Tangueros elaborava a un livello più alto la
verità e la bellezza di un’arte “popolare” che
era già perfettamente consapevole di sé quale “atto
estetico”, ne faceva intravedere il possibile corpo glorioso,
fungeva cioè da detonatore di vocazioni. Tangueros insomma,
aveva preso la “ideologia del tempo” alla sprovvista.
Quando questa venne allo scoperto con tutti i suoi snobismi e pregiudizi,
più che “contributi” ci offrì il contentino
di una legittimazione pelosa e intermittente. I guardaportone dei
fasti supremi della danza da un lato, e i gestori dei “fondi
comuni” del tango dall’altro, in realtà stavano
cooperando a preparare i disonorevoli giorni del tango di oggi. Tollerarono
appena uno spettacolo senza Cumparsite, Libertanghi, vestiti da veglione
e tutto il birignao solo perché i nostri teatri erano sempre
esauriti e la danza di Mariachiara e Alejandro obiettivamente “irraggiungibile”.
Cercarono, senza successo, di impegnarci in scaramucce di retroguardia,
quando noi volevamo fare un fuoco di ogni frasca. E anche così,
senza che fosse ancora passato un anno dall’esordio, Tangueros era arrivato ugualmente al Teatro Regio di Torino. Una lunga tournée
nei grandi teatri italiani ci stava aspettando. Penetrati nel fortilizio,
ci apprestavamo a pestare la coda al leone. Una delle prime tappe
fu Genova, al Teatro della Tosse. E la sera del debutto, nelle prime
file c’era Lele Luzzatti. Avevamo quasi vergogna di mostrare
all’illustre uomo di teatro, al re mago della scenografia e
della pittura, il nostro spettacolo di tango “nudo e crudo”,
come dicevamo allora; spoglio, senza scene, dai costumi castigati,
sempre in controluce, Tangueros puntava tutto sulla danza e sulla
musica. Quando alla fine venne in camerino, ci aspettavamo i soliti
complimenti di circostanza. Invece, dopo averci cortesemente mentito
dicendoci che il nostro era lo spettacolo più bello della
stagione, ci prese da parte e ci sussurrò quest’unica
parola: “Un poeta dice che si viene al mondo tra bestie buone
e scarabocchi. Io non so chi siano le vostre bestie buone, ma ho
appena visto i vostri scarabocchi; che, come un altro poeta ha scritto,
vengono meglio sul nero. I bambini disegnano spesso con i gessetti
colorati sulla carta nera. Il fondo nero permette l’enfasi
dei colori. Per cui questi disegni di bambini sembrano dei prodigi
di sensibilità coloristica: semplicemente perché il
nero produce questa coordinazione. Ora, scrivere sul fondo nero,
cioè sul fondo dell’irrazionale, dell’istintuale,
del non controllo critico, certo permette di dare l’illusione,
un po’ come i disegni infantili, che i loro colori siano tutti
intonati. Ma dove l’attività artistica si unisce al
momento critico e autocritico, quando si disegna cioè sul
chiaro, allora tutto diventa più difficile. Il tango nasce
sul nero, che è il buio dell’istinto. E’ fatto
di segni che affiorano dall’oscuro cisternone dell’inconscio.
Voi questi segni li avete illuminati, li avete portati alla luce,
resi veri, e più belli ancora, senza quasi toccarli. Avete
osato togliere il fondo nero.”
©
Marco Castellani - Illuminismo del tango teatrale
Milano 2007
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