| Riapre oggi la Scuola Tangueros |
25
SETTEMBRE
2006 |
Nessun freddo repentino d’autunno
sgomenta questo petto tropicale
Emily Dickinson
Icicaille est le théâtre du pétit
dardant
Canzone di Survincent
Nel settimo libro dei Miserabili, Victor Hugo
si ferma a riflettere sul gergo dei diseredati, dei reietti e dei
criminali. L’analisi è penetrante,
il tono ammirato: del resto sono i suoi personaggi. Mancano ancora
cinquanta anni alle manfrine sul lunfardo e più di cento
a quelle dello strutturalismo, ma Hugo già intuisce che
più che
parlare, si è parlati dal linguaggio: “il gergo è due
furti: la lingua e il popolo”. La lingua non domina il senso,
pur se determina, “mette in scena”, il soggetto che
lo persegue, e il senso anima di vita la parola, pur se la parola
cade
immediatamente nell’ordine morto della lingua. La vitalità di
coloro che, umiliati dalla società e colpiti dalle leggi
degli uomini, si “sono organizzati nella disorganizzazione”, è la
forza biologica che incessantemente colma la parola di senso: “i
vocaboli sono costantemente in fuga, come gli uomini che li adoperano”.
Il gergo è dunque una scappatoia, provvisoriamente efficace
e sempre fantasiosa, dalla macchina modellatrice, e “fa più strada
il gergo in dieci anni che la lingua in dieci secoli”. Molti
sono gli esempi citati dallo scrittore, “fermarsi è compito
dello scandaglio, non dello scandagliatore”, ma quello più formidabile
ce lo fornisce tramite il bracconiere occasionale Survincent, condannato
con lettre de cachet, per una lepre rubata al re, a sei mesi di
gogna nel carcere di Chatelet. E’ questo uno stanzone a tre
metri sotto il livello stradale, umido e irrespirabile. Nessuna
apertura
tranne la porta inchiavardata. Per terra, due palmi di fango e
tre decenni di escrementi; sul soffitto, una trave da cui pendono
le
catene con i collari, studiate in modo da non permettere ai detenuti
anche solo di piegare le gambe. Chi ce la fa, dorme in piedi, a
intermittenze di pochi minuti; la maggior parte invece si abbandona
all’impiccagione
rateale. Una volta al giorno, la porta si apre e pezzi di pane
buio sono lanciati ai prigionieri; seguono le manovre pedonali
per riuscire
prima a trovare nel fango e poi portarsi alla bocca il cibo. Ebbene,
in questo luogo “verosimile all’inferno”, gli
sventurati cantano: il più delle volte sono canzonacce oscene,
o inni religiosi adeguatamente modificati (ricordate “Jesus
Christ never failed me yet” registrato dal vivo a un clochard
da Gavin Bryars?), le cui parole non stentiamo a immaginare gonfie
di un odio
grandioso e irreparabile. Ecco la musica da camera dei Miserabili,
il loro salotto buono, il pied-à-terre dei bisnonni dell’underground.
Survincent invece si oppone a tale conformismo culturale e per
sei mesi intona una sola canzone: “Icicaille est le théâtre
du pétit dardant”, questo è il teatro del piccolo
cupido: il grand-guignol delle catene, del potere, della violenza,
in una parola della realtà, cede dunque il passo alla comédie
larmoyante della tenerezza nonostante tutto?
Venite a scoprirlo alla Scuola Tangueros, che riapre oggi nello
splendore di un pavimento perlomeno sgombro. Il suo tango sapiente
e romantico è la
forza biologica che colma il gesto umano a due di senso e bellezza,
che può finalmente fare dei nostri petti tropicali un teatro
dardeggiante.
SCUOLA TANGUEROS
L’Arte dell’Abbraccio
insegnante: Mariachiara Michieli
www.nctangueros.com
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Lo spintone della parola |
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Magari la poesia non potrà raddrizzare
le colline, ma non è detto
che non riesca, qualora venga adeguatamente sostenuta dal macchinone
dell’industria culturale del ramo cartario, a far parlare
anche i morti. Così, mentre gli onnipotenti organizzatori
del Festival della Letteratura annunciavano nel programma che Paco
Urondo (1930-1976),
intellettuale, poeta e militante argentino, avrebbe riassunto al
Cinema Mignon di Mantova (non per nulla piccola patria di Salamini,
mago, ipnotizzatore e psicopompo italiano) la sua esperienza nell’Argentina
degli anni 60, i meno ambiziosi promotori del Festival di Poesia
Civile si limitavano a invitare e premiare a Vercelli un poeta
argentino vivo. Non serve dire altro, avrete già indovinato:
il grande Juan Gelman ha fatto un altro goal. A tre anni di distanza
dalla
sua ultima presenza in Italia per il Premio Lerici Pea, Juan Gelman è tornato
a emozionare la platea degli addetti ai lavori poetici con la sua
voce di “yuyo y alfa” - Alfa, ma più probabilmente
Parliament - in compagnia di César Stroscio al bandoneòn.
Quaranta minuti di palpitante performance per coltivare le rose
di un’amicizia che dura da quaranta anni. Gelman, si sa, è candidato
al premio Nobel: se lo dovesse vincere, potete scommettere che
insieme a César le colline di Stoccolma le appiattisce di
sicuro.
Nascondigli
Lo spintone della parola la
porta al limite che non
può varcare. Lì geme
come una gru impazzita,
uno spreco del destino.
La saluto, la amo quando
si installa come corpo
nel mio corpo contro
la pelle del giorno, le
ombre che si agitano
nei nascondigli della gioventù
come se ci fossero davvero.
© Juan Gelman, 2004
trad. Laura Branchini
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Il Tango dalla A alla B |
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L’autorevole rivista World Music Magazine,
attualmente in edicola a Euro 10, ha dedicato un dossier di nove
pagine al Tango.
Tra gli eminenti specialisti convenuti a illustrarcene
musica, consuetudini e protagonisti, si è intromesso anche
il nostro contributor Marco Castellani con un
fulmineo articolo che in meno di 3500 battute ci fa fare un bel giro
in go-kart nella storia della danza. Un intervento
insolitamente spiccio, almeno per noi che lo paghiamo a parola. Ma,
come dice Juan Carlos Onetti, quel che è breve, se è buono, è due
volte breve. La prosa strampalata di Castellani qui si è se
non altro giovata delle irrimediabili migliorie apportate dall’editor
della rivista: il titolo patriottico innanzi tutto, ma anche la soppressione
di parole chiave, la correzione delle frasi di Borges, l’innesto
di sei righe bianche e qualche tocco pianeggiante qua e là,
hanno contribuito al risanamento di un testo altrimenti illeggibile
per gli abbonati di WMM. Tuttavia Castellani, che non è contento
finché non riesce, parole sue, a rendere incomprensibile ciò che è solo
difficile, pretende che sia la nostra Newsletter a pubblicargli l’originale.
Come fa presto a insuperbire il povero! Ma tant’è: almeno
stavolta non ci viene a costare niente.
La danza è arte intraducibile,
che vive nel momento e brucia senza lasciare scorie. A maggior ragione
il tango che, come scrive
Borges, era agli inizi “un’attualità che non si
preoccupava di conservare i ricordi”. Cercherete invano negli
annali del tango le tracce dei remoti ballerini che per primi si
abbracciarono verso il 1880 nelle nascenti metropoli del Rio de la
Plata: gentiluomini sdegnosamente privi di biografia, oltre che di
compagnia femminile. Ma a questo ci pensò subito la Warsavia
di Noé Trauman, l’emerita organizzazione che agli inizi
del secolo arrivò a gestire quasi 900 bordelli in tutta l’Argentina.
Dunque, le radici del tango sono sporche di fango; ma, botanica a
parte, come si ballava nell’epoca in cui, sotto la spinta delle
successive ondate immigratorie, tutto cambiava: parlata, abbigliamento,
pavimentazione stradale, persino la maniera di fare all’amore?
Il tango primigenio non possiede elementi propri: si marcia avanti
e indietro in una specie di habanera confidencial; i passi sono appena
abbozzati, la coreografia caotica; ci si abbraccia come si può,
sorpresi, più che dominati, dalla sensualità. Nel bajo
tenebroso infatti non c’è posto per l’idillio.
In anni di pugnalate elettorali, di incroci bellicosamente imbandierati
dalle bande di quartiere, la danza è subito espressione di
impudenza, di faccia tosta, di coraggio, di un virtuosismo, principalmente
concentrato nei piedi. Nonostante le sue origini di malaffare, o
forse proprio per questo, il tango si diffonde nel mondo: già nel
1899 Bernabé Simarra inaugura la prima accademia del tango
argentino a Parigi, mentre Hollywood, qualche anno dopo con Rodolfo
Valentino, lo fa oggetto delle sue due specialità classiche:
l’anacronismo e lo strafalcione. Bisognerà attendere
gli anni 20 perché in Argentina si cominci a rifletterci su:
i primi libri sul tango, di Vicente Rossi, Carlos Vega, i fratelli
Bates, segnano la nascita di una storiografia fatta in casa, che
non esclude le congetture né le spiritosaggini nazionalistiche.
Con l’accettazione nelle famiglie perbene e i primi balli pubblici
arriva anche la prima crisi, per alcuni decadenza definitiva: il
tango da un lato ci perde in leggenda, dall’altro ci guadagna
in assetto. Si precisano le figure, si comincia a caminar e a frasear
la musica suonata ora in 4/4 con passi sempre più lunghi e
trattenuti, si inventa la base, il sobrepaso (incrocio) e soprattutto
l’abbraccio definitivo. Tutto è pronto per l’Epoca
d’Oro (1937-1955): un reciproco mandato sociale lega le grandi
orchestre all’Ateneo notturno del tango-salòn: agli
stili sempre più differenziati nella musica, corrispondono
le creazioni continue nella danza. Ballerini finalmente consapevoli
dotano il tango di grammatica, sintassi e frasario essenziale. Questi
rappresentanti della raffinata peripatetica porteña hanno
un nome: Petroleo, Cacho Lavandina, Finito, Milonguita e, naturalmente,
Antonio Todaro. Gli anni 60 marcano la fine del tango come prassi
sociale: le orchestre si frantumano in piccoli gruppi e nascono le
milongas così come le conosciamo oggi, con i disc-jockey.
L’instabilità politica e sociale stimola il rinnovamento,
ma produce anche repressione. Ci penserà il feroce buco nero
della dittatura militare (1976-1983) a emarginare ancora una volta
il tango nella “sporcizia morale” delle periferie. Con
il ritorno della democrazia, si ritorna a ballare. Lo spettacolo “Tango
Argentino” fa di nuovo conoscere il tango in tutto il mondo.
I giovani si avvicinano ai vecchi maestri, li studiano, ne carpiscono
i segreti, riannodano i fili spezzati. Arriviamo così all’odierno
successo planetario: il tango, come tutto l’esistente, è oggi
sottoposto alle quotazioni di mercato. Persino il governo argentino
agisce da kiosk-manager organizzando festival ed eventi turistici. “Il
tango deve diventare per Buenos Aires quello che il carnevale è per
Rio”: parole di ministro. “Povero tango come ti hanno
ammansito e ingaggiato”. Anche questo lo scriveva Borges. Nel
1926.
© Marco Castellani, luglio 2006
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