Sito di primavera
21
MARZO
2006

Diamo per una volta ragione ai nostri millimetrici detrattori: di un rinnovamento del sito della Nueva Compañia Tangueros c’era bisogno. Era infatti da tre anni che, a parte gli aggiornamenti rigorosamente post-puntuali, la nostra piccola patria giaceva come “di notte la pagnotta dimenticata”. Un irragionevole color scarafaggio, per altro imitatissimo dagli stessi insetti, infastidiva la lettura delle nostre invenzioni biografiche e una malintesa portability concentrava subdolamente in pochi pixel le magnifiche fisionomie dei nostri ballerini. Per non parlare delle recensioni, la cui selezione era ottusamente limitata a quelle autentiche.
Ma a tutto c’è rimedio: con l’arrivo della primavera è arrivata anche l’ispirazione. La nuova grafica, i nuovi colori, ma anche i nuovi contenuti di nctangueros.com, combaciano ora con un cielo finalmente gentile. Se è vero infatti che il come è un altro che cosa, è anche vero che, come diceva Ignazio Filippo Semmelweis, l’eleganza è un requisito essenziale dell’asepsi.
Così, nel primo giorno di questa primavera 2006, mentre i tavolini dei bar si apprestano a uscire sui marciapiedi e le foglie a risalire sugli alberi, o perlomeno su quelli non demoralizzati dai funambolici nemici della flora ingaggiati dall’Amministrazione Albertini che del Cirque du Soleil condivide estetica e propensione alle motoseghe, il nostro fiammante sito è in linea e consultabile in quasi tutte le sezioni, nelle solite due versioni, in italiano e in inglese.
Tra le novità, le Cronache del Tango scopiazzate di qua e di là, gli squinternati Editoriali di Jean Fajean e l’archivio del Tango a Venire, un vero e proprio zibaldone in progress di citazioni attinenti al nostro modo di intendere il tango, l’arte e la vita. Abbiamo poi fatto ordine in tutti i cassetti, spolverato la pinacoteca e messo in salvo gli importantissimi documenti scampati alle incendiarie ispezioni delle nuove fidanzate.
Dunque, come si dice in questi casi, fatevi un giro, e mandateci i vostri commenti: noi li attendiamo con trepidazione. Positivi o negativi che siano, li accoglieremo con lo stesso entusiasmo “che i nuovi trovatelli da un orfanotrofio senza fondi”.

Visitate e fate visitare:
www.nctangueros.com
il sito della NCT, ora completamente rinnovato.

 

Riscaldamento per il Premio Nobel
 

La poesia parla dell’essere umano come di qualcosa di ancora incompiuto. Prende la realtà e ce la restituisce trasformata. Ci rivela un mondo che non conoscevamo e proprio per questo non l’avevamo. Confida nei miracoli, ma ricerca la materia che li esegue. Nomina ciò che giace occulto nel fondo dei tempi ed è memoria di quello che ancora non è. La poesia accetta lo spessore della tragedia umana.
Juan Gelman

Magari, per quel che riguarda il quadrante balcanico, avrà anche ragione Eugenio Montale nel dire che “è impossibile che ci sia un grande poeta bulgaro”, ma nell’emisfero australe, in particolare nel Sud America, queste disposizioni non attaccano: qui la geografia è più una scelta che una circostanza. Si è perché si vuole essere argentini, cileni, uruguaiani.
E infatti in Argentina un poeta, un grande poeta, c’è di sicuro. Si chiama Juan Gelman ed è accuratamente nato a Buenos Aires nel barrio di Villa Crespo nel 1930. Da bambino lo chiamavano taquito (colpo di tacco) per la sua facilità nello studio. Nel 1956, Manuel Gleizer, l’ultimo romantico tra gli editori, gli pubblica il primo libro di poesia, con la presentazione di nientemeno che Raùl Gonzalez-Tuñon, idolo di tutti i poeti giovinastri e di alcuni di quelli per bene. Nel prologo di Violìn y otras cuestiones segnala il lirismo, ma anche il contenuto sociale, di una poesia che profuma di Verlaine, Vallejo, Quevedo e meno sorprendentemente di Celedonio Flores e Evaristo Carriego. “E’ un poeta nazionale, porteño, molto nostro” scrive Gonzalez-Tuñon, con concentrica precisione toponomastica. Nello stesso anno Gelman inizia la più normale e onesta professione di giornalista che mantiene, con gran beneficio dei suoi lettori in prosa, ancora oggi nella contratapa di Pagina/12. Si unisce poi a un gruppo di giovani poeti e musicisti per i quali la poesia è uguale alla vita. Legge i suoi versi lucidissimi e insolitamente dolci nei primi fiammeggianti reading che si fanno a Buenos Aires. In sottofondo naturalmente non c’è il bop di Charlie Parker, ma il Nuevo Tango di Juan Cedròn e César Stroscio. Un disco fatto con loro nel 1963, Madrugada, ci restituisce la sua voce di malva, di sterrati periferici e delle più metropolitane Parliament. Pioniere nel produrre quel tono poetico definito “colloquialismo del 60”, è anche il primo ad abbandonarlo prima che diventi un repertorio di formule, mantenendone però i fondamentali. La poetica di Gelman è “il compromesso tra due corpi, quello del poeta e quello del lettore, della parola che suscita parola, della lingua che si dà come riverbero del non detto, una materia che gravita e risplende nell’universale a forza di essere tremendamente locale”, scrivono di lui in quegli anni. Nel decennio successivo, l’irreparabile: i militari sequestrano e uccidono suo figlio e sua nuora incinta. Grazie all’efficacia del Plan Condor, la nipotina, nata nelle agghiaccianti prigioni occulte della dittatura, viene affidata a una coppia uruguaiana. I resti dei genitori non sono mai stati rinvenuti, la nipotina sì, in seguito a 23 anni di ricerche e appelli internazionali. Nel 1976, inizia per Gelman l’esilio: New York, Roma, Spagna, Città del Messico. Non smette mai di essere, nonostante tutto, poeta. I suoi libri vengono tradotti in molte altre lingue, cominciano i riconoscimenti: dal premio Mondello per la poesia nel 1980, alla messe di premi di questi ultimi anni: Lerici Pea, Regina Sofia, Booker Prize, il Juan Rulfo, il Pablo Neruda. Fino alla cronaca di ieri: a Juan Gelman viene data la laurea Honoris Causa all’università di Buenos Aires e il titolo di Ambasciatore della Cultura di Buenos Aires. Leggiamo cosa ne scrive Silvina Friera:

Sarà stato per contrastare il clima di solennità di ogni tributo, omaggio o come volete chiamarlo, ma Juan Gelman ha voluto profumare l’ambiente con quel delicato humour che lo caratterizza e si è persino permesso una qualche battutina della migliore ironia. Che del resto gli sono venute bene. Per questo lo chiamavano taquito là nel barrio di Villa Crespo. Quando è salito sul palcoscenico del Teatro Alvear per i ringraziamenti ha detto: “Ogni porteño è un rappresentante di Buenos Aires, nel bene e nel male, questo dipende da ogni porteño”. E fingendosi distratto ha chiesto al nuovo governatore Jorge Telerman, se “la carica di Ambasciatore Culturale è dotata di portafoglio”. Le risate hanno un pò coperto la voce del poeta, mentre diceva: “Non so cosa sia un Ambasciatore della Cultura, so solo che si fanno grandi mangiate e si invitano persone importanti: chissà poi se il Governo della Città è al corrente di questa situazione perché dato che non sono abituati a mangiare, che cultura volete che facciano”. Manuela Fingueret, direttrice della Casa dello Scrittore ha confessato che “cerchiamo sempre di imitare la tua voce quando ti leggiamo in pubblico”. Dopo aver scherzato sulla magra prestazione dell’Atlanta, una passione che sembra far soffrire in ugual misura donne e uomini, la poetessa ha segnalato che Violín y otras cuestiones è “il libro in cui il poeta ha riscritto Buenos Aires con un violino che anticipa l’esilio”. I premi e le onorificenze che sta conquistando anno dopo anno, danno all’autore di Los poemas de Sidney West, Cólera Buey e País que fue será il diritto ad aspirare di più. “La tua qualità di maestro involontario e silenzioso ti conferisce già da sola il merito a una candidatura al Premio Nobel per la Letteratura”, ha assicurato Fingueret, mentre il pubblico celebrava con applausi e grida l’opera di uno dei poeti più importanti del XX secolo. “Voglio qui riaffermare che nella tua persona riconosciamo il nostro passato politico e poetico”, ha poi concluso.
“ Buenos Aires é Cortázar, Borges, Pichuco – ha enumerato l’Assessore della Cultura Gustavo López – Sono questi gli artisti che dicono al mondo come siamo fatti noi argentini”.
Il Governatore Jorge Telerman, a quattro ore della sua assunzione in carica, ha raccolto la sfida di Fingueret: “E’ un onore, davvero, offrirti questo tributo, il nostro personale Oscar porteño, che è una sorta di preriscaldamento al Nobel. Tutti ti vogliamo bene, i lettori, gli artisti, tutti quelli che riconoscono il valore di pensare e di dire le cose prima che succedano”. Il poeta Hugo Di Taranto ha poi raccontato gli aneddoti di Pan Duro, il gruppo che comprendeva tra gli altri anche Gelman, Héctor Negro e Carlos Somigliana, contro il pericolo che questo “padre della poesia spaventi le giovani generazioni”. Di Taranto ha ricordato una famosa frase di Witold Gombrowicz “Ammazzate Borges, perché vi annulla tutti.”
Juan Gelman ha chiuso la serata recitando alcuni versi da El caballo de la Calesita: “Il cavallo della giostra/mi ha visto così solo/che ha preferito venire via con me”.
Versi di oltre mezzo secolo fa. Saremmo più soli, senza la solitudine, diceva Emily Dickinson.

Questo è invece il contributo che Osvaldo Bayer aveva scritto quella stessa mattina su Pagina/12:

Caro Juan, ti danno un premio per essere poeta. Bene, che altro c’è da dire. Non c’è premio migliore. Per essere un poeta. Per gli anni di poesia. Niente di più profondo. Mi ricordo bene il nostro comune esilio, la ricerca dei tuoi figli e della tua nipotina, sempre con la faccia di uno che non si arrende. E poi il nostro libro che doveva chiamarsi Esilio e che invece hai voluto chiamare Sotto una pioggia estranea. Sì, una pioggia che cadeva da altri cieli e su altre strade, che batteva a finestre sconosciute. E il sottotitolo terribile Note alla fine di una disfatta. Sì, proprio una disfatta. Avevano sconfitto la nostra giovinezza, i nostri sogni. Ma non metteranno mai in rotta la tua poesia. Perché non c’è niente da fare, Juan, a questo non c’è rimedio: continuerai a esser un poeta. E continueranno a premiarti per esserlo, un poeta: un poeta che pensa agli altri, che ha lottato, che ha dato la vita perché noi che non avevamo diritti, almeno avessimo udienza. Guarda, Juan, quei ragazzi che ai semafori fanno i giocolieri con tre mandarini. Prima lo facevano con le classiche tre palline, ma i poliziotti venivano in uniforme e con il Codice di Convivenza in mano per sequestrargliele. I mandarini invece si può sempre far finta di mangiarli. Visto? Hanno imparato dalla tua poesia, non si arrendono.

 

A proposito di poeti...
 

Una risoluzione dell’Unesco, organizzazione a cui piace rimestare nel calendario con molta buona volontà e con altrettanto scarsa efficacia, dal 1999 fa sì che il 21 marzo, cioè oggi, si celebri - o si debba celebrare - il Giorno Internazionale della Poesia. Una buona cosa, senza alcun dubbio, soprattutto perché la si è fatta coincidere con l’inizio del tetro autunno qui nella parte bassa del globo e con la fragrante primavera lassù in quella alta, ossia con le due stagioni in cui la Musa comincia ad andare a spasso in abiti leggiadri o si rassegna a sguazzare nella malinconia.
Ciò nonostante, non sembra essere stata questa l’idea originale. Si è voluto far coincidere la data, o sovrapporla senza contraddizione - come si preferisce dire - con il Giorno Mondiale di Eliminazione della Discriminazione - nome cacofonico, se mai ce n’è uno - istituito nel 1966 per ricordare un massacro in Sudafrica nel 1960. La poesia, veicolo privilegiato per riconoscere la singolarità e la flessibilità delle lingue, sarebbe il luogo ideale per coltivare la convivenza, la tolleranza, l’interscambio delle differenti sensibilità. Tutto bene, che male c’è. Sicuro è che la disciplina che ci ha rivelato Dante, Garcilaso, Baudelaire, Pound, Vallejo o Brecht serve anche per questo. Ma in realtà serve quasi per tutto.
Tuttavia non bisogna confondere la poesia con una macchinosa versificazione, cosa che succede spesso e volentieri. Propinare versi non è lo stesso che scrivere poesie, anche se in molti casi si spacciano queste due azioni per identiche e il risultato della prima sembri piuttosto una presa in giro. Ci sono dei casi straordinari.
Il novembre scorso, un comunicato stampa da Copenhagen, dall’evidente tono scherzoso, segnalava che il principe Henrik di Danimarca aveva appena pubblicato un nuovo libro di poesie intitolato Brezza sussurrante. Il volume conteneva, tra le altre composizioni, una lirica dedicata alla sua cagnolina-salsiccia Evita e una poesia erotica per una donna sconosciuta. Non si specificava se era sconosciuta solo ai lettori o anche alla sua già poco decorativa consorte, la Regina Margherita.
Il versificante principe di Danimarca, che purtroppo non condivide i salubri dubbi del compatriota Amleto, ha 71 anni, una fede cieca (e sorda) nella poesia ed è recidivo nell’esercizio della sua impunita vocazione. Questo ultimo caso, Brezza sussurrante, è un’opera addirittura bilingue, visto che l’ha scritta in francese, che è la sua lingua madre, e ogni poesia viene accompagnata dalla traduzione in danese. Non sia mai che qualcuno si perda il significato di un suo verso. In A mon teckel (Al mio cane salsiccia) Henrik scrive: “Adoro sfiorare il tuo manto. Cane amato e speciale. Ti piace ricevere le mie carezze. Orgoglioso come un Papa, accogli ogni grattatina come una grazia”. Bauuu.
Ne Il principe erotico, Henrik si rivolge alla donna senza nome: “Vorrei baciare il tuo petto di mela cotogna con la mia bocca ansiosa. Però temo che le mie labbra allappate accoppino il tuo desiderio”. Ahi ahi.
Tuttavia il malevolo comunicato non si limitava a queste cupe citazioni, ma si spingeva a ricostruire il momento più significativo della presentazione del libro: “Nell’incontro con la stampa avvenuto nel castello di Amalienborg, a Copenhagen, il principe stava recitando il poema dedicato alla sua cagnolina, che presenziava all’evento, quando alla frase Sei proprio il mio cane stellare, le tue zampe sono ali, Evita ha cominciato a grattare alla porta. Appena aperta, l’animale se n’è andato correndo. Una vera lezione di critica letteraria. Non si sa quale sia stata la reazione della signora ”dal petto di mela cotogna”. Meglio forse piantarla lì, come ha detto qualcuno che conosco.
Benvenuta sia dunque la simbiosi celebrativa che combina poesia e discriminazione: celebrando la poesia si combatte la discriminazione. Ciò nondimeno, per una volta voglio essere cattivo e politicamente scorretto: propongo di inserire a questo giorno di chewing-gum, che già sopporta così tante ricorrenze, la giornata di lotta contro l’inquinamento lirico e contro la profanazione della poesia. E’ ora che qualcuno informi il principe Henrik, e con lui l’insistente armata di cultori del verso deplorevole, che noi ci si vergogna per loro.

Juan Sasturain - Pagina/12
trad. Marco Castellani

 

 

 

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