Consuetudine vuole che
questa nostra pubblicazione inauguri l’anno
nuovo con una sfilza di rombanti buoni propositi, i quali, come abbiamo
già scritto due gennai fa, sono ormai diventati un genere
drammatico, come il musical, la commedia ad equivoci o l’ipnotismo.
Se di buone intenzioni sono lastricate le strade che conducono alla
perdizione, lungo le quali è tuttavia impossibile perdersi,
i buoni propositi, per quanto pedestri li possiamo formulare, di
solito non ci mettono meno di dodici mesi per rivelarsi ben al di
là della nostra portata. Quest’anno però - un
promettente Anno del Cane! - ci sentiamo di dire che le cose andranno
diversamente e che saremo in grado di accantonare tutti i nostri
bei proponimenti in molto meno tempo. Naturalmente la concorrenza,
sempre attenta allo stomachino e ferratissima in illusioni perdute,
vorrà trarre partito dalla nostra performante ritirata, ma
ciò non farà che avvicinarci più rapidamente
al fulgido traguardo che fin da oggi, 1° gennaio 2006, osiamo
prefiggerci.
Non temano comunque i nostri cari lettori: la consolidata tradizione
di offrire loro un racconto di buon augurio continua anche in questo
anno canino con il “Dialogo di un poeta e di un medico” del
grande Primo Levi. Se è vero come diceva Borges che la prosa è poesia
che si sforza, allora è ancor più vero che quest’ultima è naturale
e inevitabile. E soprattutto è la sola che rende meno trionfale
il cammino della pestilenza.
Buona lettura e Buon Anno a tutti.
Il giovane poeta esitò a lungo prima di suonare il campanello.
Era veramente indispensabile quella visita? Avevano ragione i suoi
amici di Milano e di Roma, che gli avevano vantato le virtù quasi
miracolose del medico, o non avevano ragione invece suo padre e sua
madre, che avevano cercato di trattenerlo, e non gli avevano nascosto
il loro dispetto e la loro vergogna, quasi che un colloquio con un
uomo savio e sperimentato fosse una macchia sul loro blasone? Ma
da qualche anno soffriva ormai troppo: non se la sentiva di andare
avanti così.
Gli venne ad aprire il medico in persona: era in pantofole, spettinato,
infagottato in una veste da camera goffa e logora. Lo fece sedere
alla scrivania; no, non occorreva che si sdraiasse sul divano; non
per il momento. Il medico lo intimidiva, ma gli fece fin da principio
una buona impressione, non si dava importanza, non usava parole difficili,
aveva tatto e buone maniere. Forse la sua stessa apparenza sciatta
era deliberata, affinché i clienti non si sentissero a disagio.
Il poeta provò imbarazzo (ma anche il medico sembrava imbarazzato)
quando l’altro gli chiese cautamente conto dell’anamnesi:
mai fatto radiografie? Mai prescritto un busto? Ma poi aveva cambiato
argomento, anzi, lo aveva lasciato entrare in argomento.
Non gli mancavano certo le parole per descrivere il suo male: sentiva
l’universo (che pure aveva studiato con diligenza e con amore)
come un’immensa macchina inutile, un mulino che macinava in
eterno il nulla a fine di nulla; non muto, anzi eloquente, ma cieco
e sordo e chiuso al dolore del seme umano; ecco, ogni suo istante
di veglia era intriso di questo dolore, sua unica certezza; non provava
altre gioie se non quelle negative, e cioè le brevi remissioni
della sua sofferenza. Percepiva con spietata lucidità come
questa, e non altra, fosse la sorte comune di ogni creatura pensante,
tanto da avere spesso invidiato l’inconsapevole gaiezza degli
uccelli e delle greggi. Era sensibile allo splendore della natura,
ma in esso ravvisava un inganno a cui ogni mente non vile era tenuta
a resistere: nessun uomo dotato di ragione poteva negarsi a questa
consapevolezza, che la natura non è all’uomo né madre
né maestra; è un vasto potere occulto che, obiettivamente,
regna a danno comune.
Ad una domanda del medico, ammise di avere occasionalmente sperimentato
qualche tregua alla sua angoscia: oltre ai momenti di gioia negativa
a cui aveva accennato prima, provava qualche sollievo a tarda sera,
quando l’oscurità e il silenzio della campagna gli consentivano
di dedicarsi ai suoi studi, anzi, di barricarsi in essi come in una
cittadella. - Certo; una cittadella calda, morbida e buia, - disse
il medico, crollando il capo con simpatia. Il poeta aggiunse che
di recente aveva avuto un momento di respiro in occasione di una
passeggiata solitaria che lo aveva condotto su una modesta altura.
Al di là della siepe che limitava l’orizzonte aveva
colto per un attimo la presenza solenne e tremenda di un universo
aperto, indifferente ma non nemico; solo per un attimo, ma era stato
pieno di una inesplicabile dolcezza, che scaturiva dal pensiero di
un diluirsi e sciogliersi nel seno trasparente del nulla. Era stata
un’illuminazione, tanto intensa e nuova che da più giorni
stava tentando invano di esprimerla in versi.
Il medico ascoltava assorto; poi, con garbo professionale, gli chiese
qualche notizia sulla sua vita di relazione. Il poeta si sentì arrossire:
era quello un argomento di cui non amava parlare con nessuno, meno
che mai con i genitori, e neppure con se stesso, se non nei termini
sublimati che prediligeva nelle sue poesie. Al medico rispose soltanto
che i suoi contatti umani erano scarsi: nulli in famiglia, rari con
qualche amico dotto, qualche amore timido e distante. Esitò,
poi aggiunse di avere sempre avuto con le donne un rapporto doloroso.
Si innamorava spesso e intensamente, ma poi gli mancava il coraggio
di manifestare il suo sentimento perché era conscio di quanto
il suo aspetto fosse sgradevole. Perciò i suoi amori erano
solitari: nelle ore di studio, o nelle lunghe passeggiate per i campi,
portava in sé un’immagine purificata, ideale, perfetta,
della donna amata, e adorava quella invece della donna di carne,
su cui osava appena levare lo sguardo. Di questo sdoppiamento soffriva
atrocemente, tanto che qualche volta aveva cercato sollievo in una
sorta di irragionevole vendetta. Voleva punire la sua donna del dolore
che aveva suscitato in lui: nel pensiero, e talora nei suoi versi,
l’accusava di essere una ingannatrice, di avere tentato di
apparire ai suoi occhi migliore di quanto non fosse; di averlo voluto
conquistare, abbattere, per ambizione di cacciatrice; di non essere
neppure in grado (né lei, né alcuna altra donna) di
misurare gli effetti della sua stessa bellezza, poiché questi
effetti sono così travolgenti da superare le capacità “di
quelle anguste fonti”. Doveva ammetterlo, l’amore era
sempre stato per lui una fonte di travaglio e non di gioia; e senza
l’amore, a che vale vivere?
Il medico non insistette. Cercò di rincuorarlo, ricordandogli
che era ancora giovane, che la prestanza fisica conta meno di quanto
si creda, e che certamente avrebbe incontrato una donna degna di
lui, che in un istante avrebbe fatto dileguare le sue angosce. Meditò per
un minuto, poi gli disse che per quella volta poteva bastare, e che
il suo caso non gli pareva grave: era piuttosto un ipersensibile
che un malato. Un trattamento d’appoggio, ripetuto a intervalli
di qualche mese, avrebbe certamente attenuato la sua sofferenza.
Prese il blocchetto delle ricette e scrisse due o tre righe: - Per
intanto provi con questi, se crede: le daranno sollievo, ma si attenga
alle dosi che ho indicate.
Il poeta scese le scale e si avviò verso la farmacia più vicina.
Mentre camminava, infilò nella tasca del pastrano la mano
che stringeva la prescrizione, e vi ritrovò certi foglietti
che aveva dimenticati. Vi aveva annotato alcuni pensieri che gli
erano occorsi qualche giorno prima, ed a cui aveva meditato di dare
veste di canto. La sua mano, come mossa da una volontà sua
propria, appallottolò la prescrizione e la gettò nel
rigagnolo che scorreva lungo la via.
©
Primo Levi
Tutti i racconti - Einaudi Editore |
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