| The
Tangueros Monthly Newsletter |
41 |
Autocoscienza del Tango
Il compito del nostro tempo é quello di farci desiderare un amoroso ripensamento su quanto è già nato ieri, su quanto nasce oggi e non solo su quello che galleggia in superficie.
Thomas MannBen detto, herr Mann, specialmente su ciò che galleggia oggi in superficie. Ma i ballerini di Tango del passato, coloro che il Tango moderno l’hanno inventato, sapevano quel che facevano? Invano nei verbali del Tango cercheremo gli interventi di Luis Lemos “Milonguita”, Salvatore Scianna “Lavandina”, Finito, Tin, Marquez, El Vazquito, Mario, la Rusa, la Muñeca, Miguel Balmaceda, Pepito Avellaneda, Antonio Todaro, per non citare che quelli il cui portato creativo è unanimemente riconosciuto. D’altronde la loro grande arte, proprio perché veniva custodita ancora incandescente nel corpo vivo della milonga, luogo dionisiaco di ogni creazione e “soggetto” della “poesia fatta da tutti” che sognava Majakowskj, non necessitava dello scarabeo girevole dell’inganno, né della frode verbosa della retorica. Oggi, solo alcuni scritti di Carlos Estevez “Petroleo”, poche fotografie scolorite e pochissimi filmati, ci restituiscono la sapienza e la consapevolezza di questi consapevolissimi artisti. Detto questo non recherà meraviglia ritrovare invece nella penna professionale di giornalisti e scrittori le analisi critiche di quanto i ballerini venivano inventando. Ne trascriviamo una piccola selezione: nella prima, Leon Benaròs riconcilia le osservazioni di Borges sul Tango come “attualità che non conserva ricordi” con quelle di Ernesto Sabato sull’ormai irreperibile pudore argentino. Làzaro Liacho invece, dalle colonne della rivista “La columna”, esamina e assolve nel 1937 il nascente “Tango evolucionista”. Solo pochi anni prima, l’autorevole storico Ezequiel Martinez Estrada, nella sua “Radiografia de la Pampa”, condanna senza appello il Tango “semplificato” , che altro non sarebbe se non l’odierno “apilado”, in voga, proprio come adesso, nel demi-monde piccolo borghese, nel breve periodo che precedette l’Età D’Oro degli anni 40. Lo sceneggiatore, commediografo, traduttore di Proust e Zola, nonché abile ballerino Marcelo Menasché, prende atto nel 1947 dell’evoluzione avvenuta. L’ultima è solo una citazione colta al volo in un dialogo tra “maestri” che aveva come soggetto l’insegnamento del Tango. Lasciamo ai nostri immaginativi lettori il compito della traduzione.
Non riusciamo ad immaginarci un compadrito che documenta con date e riepiloghi la sua noncurante creazione. Pretendere precisione ci sembra eccessivo anche da Ventura Robustiano Lynch. In fin dai conti si tratta solo di un ballerino che inventa qualcosa che prima non c’era; qualcosa che all’inizio viene adottato dagli uomini che ballano agli incroci delle strade e in seguito dalla definitiva e logica coppia del Tango: quella dell’uomo e della donna. Se prima era semplicemente una cosa da uomini, un’abilità, un ricerca del primato, quando il Tango conquista la donna alla danza, la donna diventa la danza stessa, la dimostrazione ostentata del saper ballare, senza secondi fini e senza altre intenzioni. Perché il vero criollo, il vero argentino, ha pudore della sua intimità e rifiuta ogni maneggio pubblico per il rispetto liturgico che nutre di sé e della sua compagna.
Leon Benaròs, 1970Nella danza, uomo e donna scoprono la tragedia che li unisce nella solennità del corpo a corpo. La lentezza dei passi denuncia che i ballerini non agiscono spontaneamente, ma meditano i loro movimenti, e ognuno di questi esaudisce un proposito. Nel Tango tutto risponde a un’intenzione: né il suo passo, né il suo ritmo sono il risultato di un’attitudine spontanea, cordiale o amorosa. Il suo meccanismo è sorprendente, accidentale, imprevedibile; uomo e donna realizzano giochi diversi e a volte contraddittori, sempre previamente conosciuti, che permettono loro di fluire insieme. In ogni movimento, il Tango possiede la vanità della creazione istantanea. Le figure e gli abbellimenti obbediscono a un sistema di conoscenze orgogliose e ricercate, proprie di una continua dimostrazione di abilità in cui il ballerino versa tutta la sua scienza. Il suo pensiero è al servizio della danza, con tutta l’arte, la sagacia e la compiutezza che si addicono a un cavaliere della pianura rimasto a piedi. Làzaro Liacho, 1937
Il Tango esige apprendistato, sobrietà e eleganza. L’appiattimento della coreografia allo scopo di facilitarne l’ammissione nelle migliori famiglie gli toglie carattere, gli affatica il passo, lo rende prevedibile e monotono. Dalla cintura alla testa il corpo non balla più, è rigido, come se le gambe trasportassero due corpi addormentati nell’abbraccio. Il suo valore, come nel matrimonio, sta nel quotidiano, nell’abitudine, nella routine casalinga senza sorprese. Questo Tango semplificato è privo di espressione e non suscita più interesse, né emozione; è una danza senz’anima, automatica, ballata da persone che rinunciano alle complicazioni della vita per rifugiarsi in un ottuso nirvana. La malinconia proviene dalla sua ripetitività, dal contrasto tra due corpi in tutta evidenza pensati e organizzati per movimenti liberi e invece sottomessi a una fastidiosa marcia da trazione animale. Ezequiel Martinez Estrada, 1933
Nostalgia sì, ma del futuro, con lo sguardo rivolto davanti a sé. Il Tango ha definitivamente guadagnato in dinamica e in audacia, nel pieno diritto di misurarsi con le forme più evolute della musica. Avrà perso così il regno dei piedi? Certamente. Ma non è questa in fondo una forma di elevazione? Marcelo Menasché, 1947
Pero vòs qué querés, cortar el curro? Juan Carlos Copes, 2003
Pampa e Circostanza
Sotto gli influssi della moda ontologica che sembra aver pervaso l’Italia, prosegue l’interesse verso il Tango di giornali e riviste specializzate. Finalmente, dopo averli adoperati per decenni, ci si chiede cosa siano cose e concetti “in quanto tali”, al di là delle loro determinazioni particolari e fenomeniche. Generalmente, a questi quesiti si risponde in maniera vaga, utilizzando luoghi comuni o addirittura fornendo spiegazioni inventate di sana pianta. In poche parole, la specialità della nostra pubblicazione. Alla richiesta del prestigioso mensile Amadeus di avere una breve ed esauriente “Storia della chitarra nel Tango”, il nostro contributor Marco Castellani ha risposto come un sol uomo, quale in effetti egli è. Alle scartoffie ha preferito l’invenzione, alla documentazione diretta la sua infallibile memoria d’artista, a tetri testimoni del passato la più allegra compagnia di spacconi da fiera. Ed ecco pronto il risultato: “Pampa e Circostanza”, un articolo di ben 9900 caratteri che sarà pubblicato su Amadeus di agosto, di cui riproduciamo a seguito l’introduzione e il box sulle serenate.
Nonostante il Tango sia oggi una musica consapevole e evoluta, del tutto all’altezza dei nostri tempi tristi e smaliziati, nella chitarra del Tango continuano a resistere la Milonga dei Payadores e i primitivi accordi di quei compadres che Borges ha spesso descritto nell’atto di temprare chitarre a Palermo Viejo. In oltre cento anni di storia la “viola”, come viene affettuosamente chiamata la chitarra nel gergo di Buenos Aires, non ha potuto prescindere dall’eresia del nuovo, né ha mai cessato di tener bordone alla cerimoniosa poesia dei gauchos. In nessun altro luogo il Tango e il Folklore Argentini, altrove semplicemente limitrofi e talvolta belligeranti, si mescolano come nell’universo artigianale dei chitarristi; in nessun altro strumento coabitano così felicemente i suoni della grande città, i profumi di “erba medica e alfa alfa”, i palpiti delle “farfalle dalle ali nere che svolazzano negli sterrati”.
La Filarmonica dei vicoli stellati - “Non ti preoccupare: le faremo mordere il guanciale”. Così i Baranquilla Serenaders rispondevano a un giovane e innamorato Garcia Marquez che li incaricava di una serenata. Come in tutta l’America Latina, anche a Buenos Aires vigono ancora i comizi d’amore. Formazioni come la Romantica y Barata, la Cheap Romance Orchestra (le cui gesta saranno presto da Jean Fajean), Las muñecas, ma anche ogni cantante con la sua brava quadriglia di chitarristi, sono in grado di offrire ai dolenti d’amore euforici unisoni e arrangiamenti forfeittari, a prezzi decisamente romantici. Le serenate si trasformano spesso in balli popolari in cui vengono coinvolti amici e vicini di casa. Come diceva Ernesto Sabato, beati quei poeti come Homero Manzi e Charlo che ancora potevano scrivere di “trenzas, almacenes y serenatas de barrio”.
© Marco Castellani, maggio 2005
www.amadeusonline.net
Prime notizie dall'estate
Innanzi tutto, é stata confermata. I metereologi possono riporre le nuvolette nere, i fulmini e gli ombrellini calamitati: l’estate ci sarà, e con essa la consueta tournée estiva della Nueva Compañia Tangueros. Per adesso solo due date, ma non spariamoci su un piede prima della corsa. Questi, ad ogni modo, sono i primi appuntamenti con i nostri fans: speriamo che a Spoleto trovino un posticino per parcheggiare la macchina.
CATALOGO TANGUEROS
Guida al Tango ad uso delle giovani generazioni
coreografie di Mariachiara Michieli
musiche dal vivo del Trio Esquina e del Cuarteto Alma30 luglio - Portogruaro (Venezia)
13 agosto - Spoleto, piazza del Duomoinformazioni: www.arteven.it
www.nctangueros.com
Elogio della cattiva musica
Gli uomini dicono a sé stessi la verità con le parole della menzogna
Franco FortiniPotete odiare la cattiva musica, ma non disprezzarla. La si suona e la si canta molto più appassionatamente che la buona, e ancor più si è riempita dei sogni e delle lacrime degli uomini. Fosse anche solo per questo dovrebbe essere venerata. La sua importanza nulla nella storia dell’arte è invece immensa nella storia sentimentale delle società. Il rispetto, non voglio dire l’amore, verso la cattiva musica non è solamente un aspetto di quello che potrei definire la carità del buon gusto o dell’indifferenza, ma è anche la coscienza della sua funzione sociale. Quante melodie di nessun valore per un artista, sono state scelte come amiche fidate dalle romantiche moltitudini degli innamorati. Quanti “anelli d’oro” e “Ah, dormi ancora vicino a me” le cui pagine vengono sfogliate tutte le notti da mani bagnate di lacrime per “i più begli occhi del mondo”, suscitano l’invidia dei più puri maestri. Confidenti ingegnose ed ispirate che nobilitano la pena e l’insonnia in cambio di un ardente segreto, ci danno un’inebriante illusione di bellezza. Il popolo, la borghesia, l’esercito, l’aristocrazia, così come sono colpiti dagli stessi lutti e colmati dalle stesse felicità, condividono anche gli stessi invisibili messaggeri d’amore e gli stessi provvidenziali confessori. Sono i cattivi musicisti. Ogni fastidioso ritornello, che l’orecchio educato respinge all’istante, ha ricevuto il tesoro di mille anime, custodisce i segreti di mille vite, delle quali è l’ispirazione vivente, la consolazione sempre pronta sul leggio del piano, la grazia sognata e l’ideale. Certi arpeggi, certe “entrate”, hanno fatto risuonare nell’anima di più di un innamorato le armonie del paradiso o la voce stessa dell’amata. Un album di cattive romanze, rovinato per eccesso d’uso, deve commuoverci come un cimitero o un villaggio abbandonato. Cosa importa se la case non hanno stile e le tombe scompaiono sotto iscrizioni e decorazioni di cattivo gusto. Da questa polvere miserabile possono ancora levarsi in volo, se la nostra immaginazione riesce a far tacere per un momento il disdegno estetico, quelle anime che portano con sé un sogno di giovinezza e il presentimento di un altro mondo possibile con cui vibrare, piangere o gioire.
Marcel Proust - Les plaisirs et les jours, 1896
Trad. di Jean Fajean