The Tangueros Monthly Newsletter
edizione italiana - febbraio 2005

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Vivere abbracciati

Non a tutti i coltivati lettori de Il Giornale della musica di questo febbraio, quello con in copertina Bob Marley, sarà sfuggita la seconda incursione del nostro lumpen-critico Marco Castellani nell'empireo della musicologia legale. Anche questa volta l'oggetto delle sue ingarbugliate tiritere é, meglio specificarlo, il Tango, e più precisamente il Tango scritto. In un'epoca in cui si danno volentieri alle stampe persino le monografie sui milongueros secondari, la recensione del nostro contributor ha perlomeno il merito di prendere in considerazione un'opera di approfondimento e non di mera divulgazione. Il Giornale della musica sembra condividere con Hemingway l'opinione che il pubblico non rimane a lungo migliore dei giornali che legge: ha dunque pensato bene di perfezionare l'articolo di Castellani tagliandone via una buona metà e riducendone così l'inefficacia al 50%. Ai nostri immunizzati lettori offriamo invece lo scritto nella sua interezza.

Parafrasando Vittorio Sereni potremmo dire che, al pari della Poesia, il Tango non esiste: esiste questa o quella poesia, come esiste questo o quel tango. Purtroppo consuetudine vuole che del Tango se ne scriva sempre come di qualcosa di compatto e indivisibile, da ratificare o respingere in blocco. Stando alle rustiche leggi della pubblicistica e dell’editoria, il Tango non è Musica, Danza, Arte, ma fenomeno di costume, o genericamente culturale, per il quale non valgono gli stessi strumenti critici e gli stessi criteri estetici che invece si adoperano per analizzare una sonata di Skrjabin, un assolo di Charlie Parker o una coreografia di Billy Forsythe. Sembra che la passione del lettore tanguero non abbia bisogno, per accendersi, di armarsi criticamente, di penetrare cioè nel cuore della complessità del Tango, per avere così qualche probabilità di scaldarsi al fuoco vivo dell’opera. Gli dovranno bastare i libri di divulgazione che, com’è noto, rendono ancora più oscuro il soggetto trattato. Dovrà accontentarsi di assistere alla scrupolosa perlustrazione delle scaturigini del Tango e rassegnarsi alle perenni controversie sulla duttile nazionalità di Carlos Gardel. Dovrà persino tollerare la traduzione in versi dei tanghi più famosi, genere letterario questo che ha le sue leggi inviolabili e peculiari, la principale delle quali, dice Borges, è quella di non intraprenderlo. Invano cercherà l’appassionato una qualunque definizione dello stile di Villa Urquiza o del marcato di Orlando Goñi: troverà solo le congetture di arzilli storiografi, un gran lavorio sulla pedaliera dei sentimenti e un mare di strafalcioni. Il Tango è ancora il luogo in cui gli studiosi, altrove austeri, si permettono di essere vivaci. Naturalmente in Argentina le cose vanno molto meglio: da diversi anni l’Istituto Musicologico Carlos Vega, date e cifre alla mano, sta mettendo il Tango al riparo dalle inesattezze dell’arte. Sono pure molto seguiti quei ricercatori che con la precisione del cartografo o del metronotte ricostruiscono la topografia dei bordelli del Bajo in cui i nostri bisnonni inventarono i primi schemi di ballo. “L’attualità che non si preoccupa di conservare i ricordi” certo non immaginava di poter contare su questa enorme condiscendenza della posterità. Tornando dalle nostre parti, in attesa che un illustre specialista il cui applaudito nome il buon gusto mi vieta di rivelare - ancora Borges - scriva finalmente una Storia Critica del Tango che avrà per titolo, se non cambio idea, de “Il Tango nell’era della sua non riproducibilità tecnica”, ci inoltriamo fiduciosamente in questo “Vivir abrazados”, l’ambizioso lavoro che Franco Finocchiaro ha dedicato al più incendiario dei suoi amori musicali. Tutti nell’ambiente conosciamo e stimiamo Franco, un tanguero per scelta che da più di dieci anni gira il mondo abbracciato al suo contrabbasso impunturato e alla testa dei Tangoseis. Qui si avvale dei contributi di Evangelina Tribolo e di Luis Castro, entrambi argentini e entrambi laureati, in Psicologia la prima e in Danze Native, che giustamente non includono il Tango cosidetto Argentino, il secondo. Ciò nondimeno Luis Castro è anche un ballerino di Tango, rinomato a Broadway e in Giappone, che insieme a Claudia Mendoza ha fatto dell’abbraccio, se non proprio un arte, a dir poco un mestiere. Il triumvirato è però solo apparente, dato che abbiamo subito l’impressione, per vocabolario, sintassi e procedimenti logici, che Finocchiaro abbia messo mano perlomeno alla traduzione e alla revisione del testo. Tribolo si incarica dell’inquadramento storico del Tango e in meno di quaranta paginette, operando le accelerazioni e le semplificazioni del caso, ripercorre efficacemente oltre centoventi anni di storia sociale argentina. Le altrettante paginette di Castro sulla danza, anzi sul “ballo” per usare le sue parole, non riescono invece ugualmente convincenti. Pur riservandoci di confutarle in sedi più idonee, osserviamo che le interpretazioni forzate, le sovrapposizioni intellettualistiche, e d’altro canto le riduzioni a misure banali e bassamente psicologiche, entrano sempre a far parte del destino di questi ballerini di formazione folklorica, nei quali la conversione al Tango è così fulminea e l’autenticità così volenterosa, che a essi più che a ogni altro riesce difficile una qualsiasi traduzione in termini critici o anche solo di pura illustrazione. Dopo i due saggi minori, a pagina 100 arriviamo al vero corpo dell’opera. L’idea di Finocchiaro è semplice e brillante allo stesso tempo: aprire la scatola musicale del Tango e vedere cosa c’è dentro che fa tic-tac. Comincia con esaminarne gli ingredienti, gli intervalli, le scale, le sequenze armoniche, commentandoli con esempi tratti dai tanghi più conosciuti. Passa poi all’analisi prospettica del linguaggio del Tango così come si è venuto evolvendo dalle origini fino ad oggi, con particolare riguardo agli elementi che ne definiscono l’unicità, ossia la pulsazione – un’eterna discussione metafisica sul tempo - e l’incredibile plasticità del fraseggio, che così tanto ha a che vedere con la lingua parlata e con la danza. Rileviamo con piacere che Finocchiaro non ha paura di mettere le mani in pasta, anzi: smonta e rimonta come un meccano sequenze e strutture, si cala nel ginepraio degli stilemi, affronta il groviglio onomastico, dipana etimologie, redige schede biografiche, trascrive griglie armoniche e intere variazioni; il tutto con una competenza, un discernimento e una soavità di tocco davvero notevoli. Dove poi Franco dà il meglio di sé è l’analisi, insieme poetica e scientifica, di tre pietre miliari come Malajunta, La Yumba e A Evaristo Carriego: una lezione di capacità di penetrazione e di misura lessicale. L’ultimo capitolo è destinato alla fondamentale e raffinatissima arte dell’arrangiamento, vero tabù per tutti i non tangueros, cui si dà finalmente rilievo e attenzione. Una tassonomia delle principali formazioni orchestrali chiude questo libro altamente raccomandabile. Resta da chiedersi a chi. Volendo “accompagnare la freccia al bersaglio”, come direbbe Fortini, crediamo che “Vivir abrazados” lo debbano leggere soprattutto i musicisti di area “colta” che ignorano, o fingono di ignorare, che c’è un grande Tango prima e persino dopo Piazzolla. Romanticamente Franco Finocchiaro pensa, con Homero Manzi, che il Tango sia “vero” perché sta dalla parte dei vinti. Da come vanno le cose nello show business, mi sa che perderemo ancora a lungo. Ma se il libro servirà ad evitare anche una sola di quelle sgarbate esecuzioni di Galliano e degli altri prosperosi turisti del Tango, beh… almeno questo ci darebbe un onorevole pareggio fuori casa.

Marco Castellani – dicembre 2004

Vivir abrazados- Tre saggi sul Tango
di Franco Finocchiaro, Evangelina Tribolo, Luis Castro
Edizioni Greco, Catania - 431 pagine, Euro 30

© Il giornale della Musica - n.2 , Febbraio 2005



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