The Tangueros Monthly Newsletter
edizione italiana - gennaio 2005

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Istruzioni per l'anno nuovo

Ed eccoci ancora qui a rinnovare per tacito consenso, o per meglio dire: a riverniciare, quei buoni propositi che formulammo un anno fa e su cui abbiamo poi fermamente titubato per dodici mesi. Ma soldato che scappa, serve per un'altra volta, e questa è la volta che si fa sul serio. I brindisi regolamentari devono senza indugio lasciare il posto alle istruzioni, gli immancabili auguri cedere il passo a più irraggiungibili traguardi. Da parte nostra, ci ripromettiamo di allungare ancora un pò i nostri endecasillabi, così come abbiamo già fatto con i nostri settenari. E ai nostri affezionati lettori vogliamo subito regalare un raccontino nel più ingenuo stile Paul Auster: che riempia loro il cuore come ha fatto con noi. Miglior viatico, per questo 2005 che sembra anche meno accogliente del suo criticato predecessore, non abbiamo saputo trovare.

Il 1943, malgrado il peso degli anni, batte in ritirata coraggiosamente, con l'aplomb di non so quale grognard napoleonico, disposto a difendere uno ad uno il suo restante stock di minuti; il 1944, più giovane ed agile, insiste a stuzzicarlo con le frecce del suo turcasso. Signori, confesso che ho preso partito: il mio posto, malgrado l'argento dei capelli e la pietà severa dei giovani, è nel futuro.
Primo gennaio di tutti gli anni a venire... La data evoca irresistibilmente le piacevoli soste che il destino concede agli affanni, così come al piccone dei minatori nel sottosuolo, e ciascuno se le prospetta a modo suo: lo scolaro spera che l'anno nuovo gli porterà... i pantaloni lunghi, l'architetto, la splendida cupola che verrà a coronare il suo lavoro; il militare, la bizzarra mostrina che compendia tutta una interessante vita di sacrificio al timone della cosa pubblica, e che farà piangere di felicità la fidanzatina; la fidanzatina, l'eroe civile che la salverà dal mariage de raison impostole dall'egoismo dei nonni; il banchiere ventripotente, l'improbabile fedeltà della Cocotte Grand Luxe che adorna pomposamente il suo tenore di vita; il pastore d'uomini, la vittoriosa fine della perfida guerra che gli hanno imposto, suo malgrado, chissà quali moderni cartaginesi; il prestidigitatore, il coniglio che tante volte ha estratto dal clack; il pittore, la consacrazione accademica, inevitabile corollario del vernissage; il tifoso, la vittoria del Ferrocaril Oeste; il poeta, la sua rosa di carta; il sacerdote, il suo Tedeum.
Signori, lasciamo cadere, almeno per questa notte, gli ansiosi interrogativi e le pregiudizievoli ossessioni dell'ora presente, e immergiamo le labbra nelle bollicine.
© Gervasio Montenegro
trad. di Vanna Brocca e Rosa Rossi

Sono all'aeroporto di Santiago, in Chile. Siccome mi tocca aspettare un'altra ora per transitare ai controlli della Polizia Internazionale, cerco di ammazzare il tempo all'edicola dei giornali. I titoli sono gli stessi ovunque; scandali politici, scandali di corruzione, scandali sessuali. E i protagonisti, quelli di sempre: politici, funzionari, poliziotti, imprenditori... Dirotto quindi il mio sguardo sulle probabilmente meno truculente narrazioni di Auster, Skármeta, Coelho e dell'onnipresente Isabel Allende. Nel momento in cui mi sistemo la borsa sulla spalla per sfogliare meglio (e sleggiucchiare) uno di quei libri, avverto la presenza forte di qualcuno accanto a me. Mi giro e la vedo: trenta anni, capelli lisci e scuri, carnagione pallida, una bellezza non del tutto nascosta dalla sgualcitura casual di jeans, maglietta e giubbotto di cuoio. Mi chiede ansiosamente e con evidente accento francese se devo imbarcarmi. Sorpreso dalla domanda e dalla sua urgenza, non arrivo a darmi il tono elegantemente mondano o distrattamente affascinante che Sean Connery o Hugh Grant avrebbero rispettivamente adottato in questa situazione, e le rispondo a mezzabocca, e da sopra i miei occhialini (ancor più disdicevole), che sì, mi devo imbarcare. E lei:
– Va a Parigi?

Con la stessa "seducente" espressione riesco ad articolare un "no" tra l'avvilito e l'imbarazzato. Al che, un fulmine esplode sul suo volto:
– Merde! 
E siccome la bocca mi si è aperta ancora di più, si affretta a spiegarmi che vive a Santiago, che lavora in una libreria e che mi ha visto in televisione e al cinema. Sa che sono un attore e che per questo si è permessa di abbordarmi (è chiaro: noi attori siamo quasi dei parenti), pensando che forse io avrei preso lo stesso volo di una persona alla quale lei voleva far pervenire un messaggio.
Un pò più padrone della situazione, le dico che sebbene io mi fermi a Buenos Aires, il mio aereo prosegue poi per Parigi, e che il volo deve per forza essere lo stesso. Lei riprende speranza e mi descrive velocemente la persona che devo individuare.
– E' un uomo magro, con i capelli grigi, un pò più vecchio di me – noto che la traduzione letterale dal francese allo spagnolo rende più dura l'espressione che nella nostra lingua vuol dire solamente “ha più anni di me” o meglio, come dicono aggraziatamente gli argentini, “è più grande di me”, e continua:
– E' più o meno della sua statura e indossa una giacca di lana nera. 
– Bene, e come si chiama? – chiedo estraendo la penna e preparandomi a scrivere sulla carta del sacchetto in cui ho messo due buoni rossi cileni.
– Edmond – dice lei.
E mentre scrivo:
- E tu?
– Celine.
– Molto bene; Edmond e Celine... E cosa vuoi che gli dica?
Lei spalanca gli occhi incredibilmente brillanti e mi risponde: 

– Che l'amo – e le scende una lacrima nera sulla guancia. Ho un tuffo al cuore. L'unica cosa che riesco a fare è abbracciarla. Con la borsa in spalla, i due bottiglioni in una mano e la penna nell'altra, mi vedo curiosamente abbracciato a una ragazza francese nel bel mezzo del traffico aeroportuale. Sento che con quest'abbraccio di pochi secondi, che per quel che mi riguarda mi sta aiutando a controllare l'emozione, lei mi vuole confermare che sì, lei ama Edmond. Al separarci, vedo che sul suo viso sta circolando nelle lacrime il rimmel del suo maquillage. Come una frustata volano nell'aria i suoi capelli; senza dire una parola, si gira e corre via, perdendosi tra la folla dei viaggiatori. E lì resto io, paralizzato e commosso. Quando riesco a reagire, improvvisamente mi sento il privelegiato latore di un messaggio straordinario. Che fortuna e che facile. Devo solo trovare un tipo con una giacca di lana nera che si chiama Edmond e dirgli che Celine lo ama. Sento che la mia vita in questi istanti assume un senso meraviglioso e che il tempo d'attesa per l'imbarco, lo stesso che fino a poco fa cercavo di ammazzare, si riempie di un'emozione intensa e benefica. Mentre mi godo il momento, penso: “Che grande materiale per un racconto!". Mi dirigo quindi verso lo striminzito angolo che gli aeroporti concedono a noi fumatori, accendo una sigaretta, che è del resto quello che secondo la mia cultura cinematografica bisogna ovviamente fare in circostanze come queste, e mi preparo, penna alla mano, a buttar giù l'inizio del racconto su uno di quei foglietti di cui i viaggi gonfiano le nostre tasche. Però il piacere di sentirmi scrittore non è ancora arrivato, dato che una domanda inquietante mi assalta all'improvviso: perchè se Edmond ed io viaggiamo nello stesso aereo, lui è già passato ai controlli della Polizia e invece io devo aspettare altri quaranta minuti? Temo il peggio. Corro a una di quegli schermi con gli orari e le destinazioni e i miei timori si avverano: non è lo stesso volo. Quello Lufthansa per Parigi, con scalo a Buenos Aires, parte quarantacinque minuti più tardi di quello Air France che ha la stessa rotta e sul quale, naturalmente, viaggia Edmond. Che fare? Non posso certo non recapitare il messaggio. Non vorrò mica eludere il compito che mi ha dato Celine con i suoi occhi pieni di lacrime? Penso velocemente. Mi precipito allo sportello Air France dove certo troverò qualcuno che faccia sapere ad Edmond che Celine lo ama. E lì mi pianto in faccia a una hostess che sta parlando per telefono. Faccio segno ad un altro impiegato, maschio, che intendo parlare con la sua collega. Preferisco aspettare. Mi immagino che per un simile compito, una donna sia più comprensiva. Quando appende l'apparecchio, mi affretto a dirle che mi è successo qualcosa di straordinario e comincio a raccontarle il fatto. Però prima ancora che finisca, lei sa già dove vado a parare e mi interrompe bruscamente: “No, no, impossibile, ma lo sa quanti casi come questo abbiamo ogni giorno? No, non possiamo fare niente". Che la mia storia non la commuova è già abbastanza deludente; reputo quindi inutile insistere. Il senso glorioso che è stato regalato alla mia annoiata attesa grazie a un'anonima storia d'amore, comincia a corrompersi al contatto con la prosaica e grigia realtà. Non riuscirò a portare a termine la mia missione. Gironzolo lì attorno imprecando. La mia testa continua però a funzionare, e mi si accende un'ultima flebile possibilità: negli scali, i passeggeri che proseguono li si fa aspettare in una sala cosidetta di transito. Sí, lì potrei beccare Edmond. Durante le quasi due ore di volo per Buenos Aires, non smetto di analizzare, una e un'altra volta, le scarse probabilità di raggiungere il mio obbiettivo. Quando esco dal tunnel dell'aereo, invece di unirmi ai passeggeri che scendono per la scala mobile alla dogana, mi allontano di tutta fretta verso una porta di vetro al di là della quale ci sono effettivamente un centinaio di passeggeri in transito. Un poliziotto mi ferma. Gli dico che devo trovare una persona. Mi risponde scandalizzato che nessuno può passare di lì e che non posso nemmeno sostare in quella zona. Faccio finta di niente, mi allontano un pò continuando a guardare attraverso la parete di cristallo. Fisso con attenzione tutti quanti. Il gruppo di giapponesi lo scarto subito e questo mi semplifica il lavoro. C'è un uomo di mezz'età, di statura media, con un giobbotto nero di pelle nera, non di lana, che potrebbe essere lui. Lo guardo bene. Sta in fila per tornare a imbarcarsi, ma lo escludo nel momento in cui gli si avvicina una bambina alla quale accarezza i capelli. Cerco dall'altra parte. Per vedere meglio, appiccico come posso la fronte al vetro, sistemo le mie carabattole e con la mano maschero i riflessi che fanno da specchio. Mi immagino che per quelli dell'altro lato, schiantati dalla noia dell'attesa, devo essere uno spettacolo perlomeno curioso, se non addirittura comico, a giudicare dall'espressione di quei pochi che mi fanno caso. Forse per questo uno di loro, un ragazzo d'aspetto nordico con lo zaino, mi saluta agitando la mano divertito. Gli sorrido, rispondo al saluto e continuo la ricerca. Finché, improvvisamente, lo vedo. Eccolo lì. Seduto, concentrato nei fatti suoi, magro, brizzolato e vestito totalmente di nero, come se fosse disegnato con l'inchiostro di china. Pantaloni neri, maglia nera, zaino nero e la famosa giacca di lana nera. Sì, è Edmond, senza alcun dubbio. Siamo separati da diversi metri. Lo guardo con forza per fare in modo che si volti verso di me. Macché. Se ne sta immobile con lo sguardo perso nel vuoto. Allora torno indietro dal mio nuovo amico scandinavo e gli faccio cenno indicandogli Edmond. Capisce in un battibaleno e cammina dall'altro lato del vetro seguendo i miei movimenti. Gli indico ancora Edmond, ma siccome c'è molta gente, punta con lo sguardo altre persone. Non fa centro subito. Gli dico no, no quello no! Quello lì! Ma lo salta. Edmond è così pensieroso che il ragazzo non lo vede nemmeno. Adesso mi indica una cicciona bionda che mi guarda senza capire nulla. Con forza, gli faccio segno di retrocedere di qualche metro e quando arriva di fronte ad Edmond gli faccio gesti disperati: sì, è quello lì! Edmond guarda sorpreso il biondo e poi, disorientato, gira lo sguardo verso di me. Mi sbraccio a chiamarlo. Si avvicina titubante al vetro mentre io, ormai in preda al parossismo, gli sillabo con labbra, occhi, mano, braccia e tutto: "Sei Edmond?" Con gli occhi sgranati annuisce. Gli segnalo che lo aspetto alla porta. Camminiamo insieme fino là, sui due lati paralleli al vetro. Edmond mi guarda sempre più curioso. In questo momento sono l'unico passeggero rimasto al di qua del settore partenze. Sarà per questo che una hostess mi viene vicino per dirmi che non posso stare lì. In due parole le racconto la mia storia. E lei, un'argentina, finalmente!, lei sì che capisce il mio compito trascendentale. Mi sorride e mi permette di rimanere, senza però trattenere troppo il passeggero. Sono felice. Anche Edmond dall'altro lato mi sorride, senza capire un cazzo di quel che sta succedendo. Mi viene incontro, sempre sorridendo, attraverso la porta di cristallo. Quando ce l'ho a tre metri, esplodo a braccia aperte: “Edmond, Celine ti ama!”. Poi, farfugliando parole in francese, inglese e spagnolo gli spiego che Celine mi ha incaricato di recapitargli questo messaggio. Ma no, non sono un suo amico, non la conosco neanche. Mi ha parlato perchè sono un attore, sono un cileno che vive qui a Buenos Aires ed è stata lei a darmi il tuo nome e i tuoi connotati. E la statura, i capelli e questo e quello e la giacca di lana nera e che ti dovevo dire questo, che ti ama... e che dopo si è disciolta in lacrime. Edmond in questo momento è, vogliate credermi, l'uomo più felice del mondo. E io pure. Ci abbracciamo come due vecchi amici e mentre l'hostess già ci fa fretta, non so come nè da dove, tiro fuori un mio biglietto da visita e glielo allungo dicendogli, da bravo porteño, di chiamarmi semmai gli capitasse di ripassare di qui. Alla fine, Edmond, senza mollarmi con lo sguardo e ancora incredulo, retrocede fino al corridoio che lo ricondurrà al suo domicilio, apre le braccia e come in quelle commedie francesi di innamorati pazzi e romantici che vedevamo quando la vita sembrava più bella, mi grida: "Vive la vie!"
Adesso, mentre viaggio in taxi verso il centro guardando l'incomparabile luce del cielo di Buenos Aires, mentre mi avvicino alla città dell'insicurezza e della paura, della violenza e della fame, dell'ingiustizia e della rabbia, mi accorgo che non posso cancellare dalla mia faccia un sorriso spropositato. Il taxista mi scruta dallo specchietto retrovisore. Devo sembrare un coglione - mi dico - sorridendo di più, felice di sentire che sì, la vita certe volte è proprio bella
.

 

© Patricio Contreras - 2004

trad. di Marco Castellani

 

 

Istruzioni al porteño

 

Abbia una buona mammina

é utile per giustificare i contrasti

e l’unica che perdona.

Balli il tango con eleganza

il braccio fermo ma non molto stretto,

in silenzio e guardi fisso

è una donna che può tradire

però adesso ce l’ha in pugno,

sia serio e ammaliatore.

Esprima la sua opinione sul destino

faccia capire che sa

molto più di quel che dice,

legami nascosti lo mantengono informato.

Parli il meno possibile

é un modo per non avere poi dispiaceri

ed essere rispettato.

Disprezzi chi racconta di stupri

e non tralasci di descrivere

le sue verginità eliminate

in modo pulito, con onestà e convinzione.

Cammini a gambe unite

rasente i muri.

Dia la vita per gli amici,

se non le rubano le donne

lei ruberà le loro.

Sia certo che nulla ha soluzione,

muoia per questo concetto.

Elogi Gardel

prima che lo vendano,

gridi a squarciagola

dopo che l’hanno comprato.

Si penta del voto

e si sbagli al totocalcio

(per un numero alla lotteria)

vada alle veglie funebri,

ammiri ciò che potrebbe fare

anche se non le importa;

sia povero e senz’anima,

povero perché non ha,

senz’anima perché in fondo

non crede nel diavolo

e lo viene a dire a me

mentre camminiamo verso il caffè

che è a tre isolati da qui

e siccome sono una persona di fiducia

con me non c’è problema.

 

© Luis Luchi - 1964

trad. di Mariachiara Michieli

 

... ai lettori della Tangueros Quarterly Review

Durante le feste, non siamo certo stati con le mani in mano. The Tangueros Quarterly Review, la Rassegna del Rinascimento del Tango a Buenos Aires e Immediate Vicinanze, l'unico trimestrale che esce una volta all'anno, può ora contare su un archivio degno della sua intermittente reputazione. Abbiamo finalmente completato il trasferimento dei nove numeri finora pubblicati, nelle due edizioni Italiana e Internazionale, sul sito web www.thetqr.org
Ora potrete finalmente leggere sistematicamente i preziosi e spesso inconsapevoli contributi di poeti e scrittori quali Alejandro Dolina, Garrison Keillor, Jorge Luis Borges, Juan Gelman, Paco Urondo, Alberto Arbasino, Alejandro Agresti, Juan Villoro, per non citare che gli inconsapevoli, le pungenti recensioni di Irene Brin, Tj Locatelli, El Moplo, nonché gli sconclusionati elzeviri del nostro Direttore Jean Fajean.
Ivi troverete in un arbitrario ordine cronologico, anche le trentasei, con questa trentasette, Newsletter che abbiamo avuto la faccia tosta di inviarvi in questi quattro anni.
Buona lettura.

 

... agli allievi dell'inflessibile Scuola Tangueros

Che proprio ieri ha riaperto i battenti. Questo è il calendario delle lezioni, ma restate in contatto: presto ci saranno dei nuovi corsi.

SCUOLA TANGUEROS
L'Arte dell'Abbraccio
insegnante Mariachiara Michieli
coadiuvata da Silvina Aguera e Sebastian Romero

Lunedì
ore 20-21: Falsi Principianti 1
ore 21-22: Falsi Principianti 2
presso la Scuola D'Arte Drammatica Paolo Grassi - via Salasco 4, Milano

Martedi
ore 20-21: Principianti 1
ore 21-22: Principianti 2
presso l'On Stage - via Rutilia 10/8, Milano

Mercoledì
ore 19-20: Tecnica Femminile
ore 20-21: Intermedi
presso l'On Stage - via Rutilia 10/8, Milano

Informazioni & Iscrizioni
tel. 02 4989919  335 208782
email: escuela@nctangueros.com


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