Per me il tango stava meglio prima, nella ristretta cerchia dei Patrimoni Culturali dell’Umanità NON promulgati dall’Unesco tipo jazz, fado, flamenco o blues. Almeno là, tra quelle vette dell’umano sentire, era più facile fare gli sproporzionati e fingere di essere i peggiori della compagnia. Sia chiaro che con questo non voglio togliere nulla ai 166 Patrimoni già accolti dalla concava organizzazione; anzi, personalmente sono un estimatore del Fischio delle Canarie e della danza Lakalaka del nostro anagramma Tonga. Trovo però che Pugliese abbia più a vedere con Ellington che con Tanturi, e Piazzolla assomigli più a Miles Davis che a Varela. Perché dunque radunarli da morti sotto una stessa bandiera dal momento che da vivi si detestavano e le loro musiche non hanno mai smesso di odiarsi? Che cos’hanno in comune “Tristeza de un Doble A” e “Azucar pimienta y sal”? O “Malandraca” e “Hay que respetar a papi”, il quarto dei Dieci Comandamenti musicati da Fresedo? L’Unesco, di bocca buona, li mette tutti quanti nella stessa broda. All in, come nel Texas Hold’em. Dentro tutti, angeli e schifosi. Ebbene, se questo è il loro tango, ci sono poche probabilità che sia anche il nostro. C’è poi la questione dell’identità nazionale, concetto ambiguo e poliziesco se mai ce n’è uno. Tra identità e identificazione il passo è breve. E identità con che cosa? A quale immagine, prodotto, marca di tango ci si chiede di aderire? Non è difficile indovinare. E’ perlomeno da dieci anni che nel tango è in atto una complessa operazione di branding volta alla creazione di un marchio unico. Gli specialisti di marketing chiamano “umbrella brand” un marchio che individua più prodotti diversi tra loro ma protetti da una comune promessa di qualità, e “furtive brand” un marchio non direttamente riconducibile a una certa azienda. In questo senso il tango registrato, ombrelliforme e furtivo, è un’astrazione estorta al molteplice, una caricatura ideologica in tutto e per tutto equivalente a quel “popolo” di cui dovrebbe essere l’identità. Esagero? Non credo. Considerate il capocordata della petizione rioplatense: Hernàn Lombardi, l’attuale Assessore a Turismo, Sport e Cultura della città di Buenos Aires. L’Unesco è un suo vecchio pallino, l’alibi umanistico che ha sempre agognato, come se gli affari avessero bisogno di pezze d’appoggio culturali. E’ la seconda volta che ci prova. Vi prego di ricordare... ma sì, Lombardi, l’imprenditore alberghiero, Ministro al Turismo nel 1999 con De La Rua, quello che “dicen que soy aburrido...”, che scappò in elicottero... Lombardi è il fenomeno che diceva cose come: “la marca Tango e la marca Argentina devono fondersi per attirare qui i consumatori di cultura”. O “il tango deve diventare per Buenos Aires quel che il carnevale è per Rio”. Deformazione professionale voleva che lui del tango vedesse soprattutto le attrattive turistiche. Commissionò ricerche di mercato, contò uno per uno i tangueros foranei, li stimò in valuta. Fece pedinare ogni artista dall’agente in borghese dell’economia. Piantonò le milonghe, spulciò le classifiche. E scoprì presto che il tango era una bazza: con le manovre opportune, il nostro polveroso mercatino tribale poteva trasformarsi in Disneyland. Il momento in effetti era favorevole, il tango non vedeva l’ora di farsi carnevalizzare. L’aristocrazia della milonga aveva già tirato gli ultimi e non rimanevano che le riserve, diciamo pure le scartine. Convincerle fu un giochetto. Ecco allora festival, campionati, kermesse, missioni all’estero con la compagnia governativa. Ma il contatore del tango era appena entrato in azione che la crisi del 2001 spazzò via tutti a padellate. E in Plaza de Mayo con la casseruola, l’ha detto lui al Clarìn, ci andò persino sua mamma. Adesso che è stato riportato in pastetta dal sindaco Macri, il “Berlu’còni del Rio de la Plata”, per Lombardi è arrivato il momento di far ripartire il carrozzone. Le vecchie manovre dietro al nuovo paravento dell’Unesco. Da parte sua, il tango non è mai stato così unanime. Ma bisogna capirlo: hay que respetar a papi.
© Jean Fajean, ottobre 2009
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