PESCI, UOMINI E ACQUITRINI
di Loriano Pelizzari 

Secondo contributo alla neonata rubrica di Alta Cucina Democratica: una field investigation su vita, morte e ricettine del Pescegatto di Varese, il proletario d'acqua dolce dalle insospettabili qualità organolettiche.

 

Sapevo che i mari non possono contenere i flussi migratori, quelli subacquei soprattutto.

Sapevo anche che il mondo si sta tropicalizzando; a Venezia i gechi stanno diventando più popolari delle lucertole.

Ma i laghi credevo fossero ancora indenni.

Ricordo una fuga precipitosa (non vi dico perché fu precipitosa) a Nyon, in Svizzera.

Riparai in un ristorantino sul lago Lemano, e per darmi un contegno ordinai un pranzo senza neppure guardar troppo il menù.

Furono portati filetti di pesce persico affogati in una salsina niente male, tanto che presto dimenticai il motivo della mia fuga e fui acchiappato dal mio inseguitore.

Poco male, da allora, per me, anche nei laghi si può mangiare ottimo pesce.

Ho un amico, Terry Dieng, che vive in Lombardia ed è presidente dell’Anolf, un’associazione che assiste i lavoratori extracomunitari

Terry mi ha telefonato per raccontarmi un’evoluzione comica delle problematiche legate al suo lavoro.

Ho un altro amico che fa il pescatore a Cazzago Brabbia, e lo fa bene: è Luigi Giorgetti.

Anche lui mi ha informato dello stesso problema, anche se lo vede assai meno comico: prima pescava i migliori lucci dell’Insubria, oggi i migliori pescegatti del mondo.

Chiedo a Luigi qualche dritta su dove andare a mangiare il pescegatto, un sapore ancora poco conosciuto.

Luigi nicchia, ma decide di dedicarmi un paio di giorni per accompagnarmi a vedere queste acque con lui. Lo dico a Terry, e scopro che anche lui conosce Luigi, anzi, Terry in un certo senso... lavora per lui!

Decido di partire, giovedi scorso. Terry mi viene a prendere con la sua Fiat Regata e mi accompagna in una delle zone più affascinanti del lago di Varese.

A Bodio ci aspetta Pietro Ceccuzzi. Pietro è laureabile all’Università dell’Insubria, cultore e ricercatore di pesci rari, ittiologo appassionato indigeno e studioso dei territori del lago.

Anche Pietro ci dedica due giorni per visitare i canneti e i bassifondi del lago e le altre aziende ittiche.

Scopro così che i giorni diventano quattro, e al quinto capisco che persici e luccioperche ormai non esistono più, la fauna è esclusiva di siluroidi dalle potenzialità straordinarie e ancora da scoprire: l’Ictalurus melas, sorprendentemente affine all’African Catfish.

Come sono arrivati questi pescioni nel lago? Non si sa; o meglio si fanno congetture.

Fatto sta che questi robustissimi pesciacci si sono fatti largo a gomitate, anzi a colpi di pinne, fra l’establishment dei vecchi persici - fighetti ancient regime.

Con Terry m’immergo nella più frizzante partita di Risiko mai giocata prima, soprattutto perché subacquea: si è scatenata su queste placide acque una guerra fra i pescatori professionali e i dilettanti, che nello specifico sono quasi tutti extracomunitari visto che scendono perfino dalla Svizzera.

La storia inizia sui banchi delle pescherie locali, orfane di gobbi e carassi (non parliamo del persico reale) ma piene di siluri a 2 Euro il chilo, giusto per le ciotole dei gatti domestici.

Alla chetichella, tutti gli ivoriani e congolesi del circondario si precipitano ad acquistare pesce: avranno un sacco di gatti, pensano i varesotti.

Capita invece che gli africani, soprattutto quelli che abitavano in zone fluviali, sono ghiottissimi di quel pesce, che reputano una vera squisitezza.

Fuor d’esotismo, anche mia nonna, che abitava nella bassa padana, si leccava le dita quando cucinava il pescegatto in umido.

Una volta svelato l’arcano, il pescegatto lievita da 2 a 7 euro il chilo, e non per effetto del cambio delle valute: “Li peschiamo noi” pensano allora gli africani. “Non se ne parla nemmeno” ribadiscono le antiche famiglie rivierasche, i Giorgetti, Bossi, Nicolini, Zanetti titolari della concessione esclusiva di pesca sul lago di Varese “chi vuole pescare in barca deve pagare un permesso semestrale o annuale previsto per una singola persona per naviglio” burocrateggiano, sconvolti dall’immagine di silenti piroghe solcanti le acque di Bodio e Calcinate con pescatori di colore a gettare reti all’alba e al tramonto.

Quindi, per il momento, congolesi e ivoriani possono proporsi soltanto come consumatori di pescegatto e invitare i varesini alla loro tavola per far conoscere e apprezzare le qualità gastronomiche di questa specie, ottima cotta nel latte di cocco, oppure in carpione, o nel risotto con salsa piccante e a pezzetti nell’insalata di riso.

Gli Immigrati si organizzano in men che non si dica: a Ternate, in una piazzetta incantata di fronte al lago di Comabbio, mi siedo a pranzo con Terry, Luigi, Pietro e tutti gli altri alla festa Harambee.

E capita di mangiare lì la Theboudienne, o pesce alla maniera di Dakar, o il Samaki Wa Kukuango dei bocconcini di pescegatto con cipolla agli aromi di macchia indimenticabile.

Quindici anni fa, grazie alla Lega, il lago di Varese era diventato luogo della separazione delle culture, oggi invece diventa fulcro d’incontro tra culture diverse che hanno uno scopo comune: preservare e valorizzare il patrimonio ittico.

Nell'indifferenza totale dei nativi, sono stati gli immigrati a rispondere a quest’appello. Pescioni monumentali, con pinne di seicento anni, maestose, alternate a baffoni e squame altrettanto imponenti: se ne vedono parecchi anche a pelo d’acqua, e qui nessuno se li filava.

Capita così che ieri sera ho cenato ad Azzate da Cheb Akmal, cuoco segreto del ristorante ormai multietnico, visto che anche il pizzaiolo è tunisino.

Terry e tutti gli altri ritengono che sia un genio della cucina, il migliore d’Africa; non dubito, giacché è l’unico cuoco africano che ho conosciuto nella mia vita.

Sono rientrato dalla cena col mal di pancia.

Cheb è un ragazzo di (credo) 62-63 anni, ma non li dimostra. Ha girato il mondo e ha lavorato nelle peggiori cucine di mezza Europa, di Winnipeg e di Beni Mellal. E' arrivato ad Azzate da due anni, e ha messo in piedi questa meraviglia di bettola.

Come si fa a dire di un ristorante che vale il viaggio, quando il ristorante si trova nella punta più a nord del nostro bel paese? Si fa così: vale il viaggio!

Cheb Akmal non solo ha un nome meraviglioso e ispiratore, ma possiede un’infallibile cura per la stitichezza.

Ho mangiato pensando a voi (no, non vi prendo in giro, vi ho pensato!):

Passata di broccole con ricotta di vacca vera e vermi cotti al vapore (e un filo di splendido olio del Lago di Garda)

Crudità di laguna con cucchiaino di caviale finto, gambero rosso crudo, timballo di siluro affumicato e Fou Fou, pomodoro ciliegino spellato ripieno di provola fusa affumicata, il tutto da intingere a turno in una vaschettina con una brodetto piccantissimo, quasi uno shushi!

Tortino di pescegatto al vapore su vellutata di zucchine e julienne d’arachidi

Zuppa di pescegatto con Fufu fatto al momento nel sugo della zuppa stessa

Gratin d’Igname alle carote con formaggio fondente rapèe su letto di cipolla e zenzero

Pescegatto in crosta di concentrato di pomodoro e carrubo fatto in casa su zuppetta di funghi con raviolo di cuori di menta

Cous-cous di pescegatto con pistacchi, uvetta, ceci della varietà locale e harissa fatta in casa.

Non ho mangiato il dessert: visto come sono bravo?

Ho bevuto solo Thè alla menta, in omaggio alle tradizioni musulmane; l’amico Luigi di tanto in tanto mi passava di nascosto una busta di Tavernello (forse a quello è dovuto il mal di pancia?).

Ho abbracciato Cheb Akmal (che nome straordinario, non trovate?) commosso. Lui, che contrariamente agli usi yemeniti non ama queste confidenze mi ha rifilato una “papagna” sul naso. Il mio dessert è comunque arrivato all'aperto: ho sostato per dieci minuti a contemplare la luna sul lago, una torta dolcissima e finissima, me l’hanno tirata sugli occhi.

 

Loriano Pelizzari

© The TQR - 2003

 

 

COPERTINA            ENGLISH VERSION

 

 

©left Nueva Compañia Tangueros