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Mio
padre era gaucho, mio zio anche, così pure i miei cugini. Di modo che
per sapere di gauchos non dovevo nemmeno uscire di casa. In giardino
avevo la scuola. Per andare a
vedere El Chùcaro non dovevo comprare il biglietto. Fin da piccolo i miei giocattoli erano speroni,
staffe, lance e pugnali. Mi mettevo gli speroni e mi immaginavo di
andare a cavallo; cavalcavo da una parte all’altra, camminando. Gli
speroni erano piccoli dato che in quell’epoca persino i poveri si
facevano fare gli stivali su misura; erano pochi quelli che usavano i
cosiddetti “stivali da lattaio”. Ci si faceva fare gli stivali di
capretto che, per belli che fossero, non costavano più di sei pesos
compreso gli speroni; dunque anche i più poveri potevano permettersi
gli speroni d’argento. Il
mio orizzonte non era molto ampio e forse proprio per questo mi devo
essere avvicinato al mondo della chitarra. Fin da piccolo ero pieno di
sogni e leggevo moltissimo, anche libri che mi facevano male; dovevo
avere tredici o quattordici anni quando ho letto Nietzsche; poi
Schopenhauer, Esponceda, i sonettisti del Siglo de Oro (Quevedo, Gòngora,
Lope de Vega, gli Argensola), e poi Villaespesa, Cervantes; ero
diventato molto cervantino, passavo le mie notti sui libri cavallereschi.
Tutto questo lo trovavo in un pugno di libri che mio padre aveva, e che
non si può certo dire siano mai arrivati a essere una biblioteca; erano
letture disordinate e prive di un qualsiasi sistema; leggevo quello che
il mondo andava scrivendo. Per
me la chitarra è un poco il tempio dove vado a pregare. Quando sento il
bisogno di sussurrare il mio salmo più profondo, prendo la chitarra.
Naturalmente, non suono chacareras, che pur mi piacciono molto, nè
gatos. La chacarera di Santiago del Estero, la zamba di Tucumàn e l’estilo
della provincia di Buenos Aires, per me presuppongono un’atmosfera
tradizionale e bellissima. Però per pregare, la vidala. Non importa
l’orario, le nove o le tre di notte, e neppure ho bisogno dello
stimolo del vino o degli amici. Rispondo a un richiamo interiore, al
“cascabel” come lo chiamava Ortega y Gasset: quando ci risuona
dentro quel sonaglio, è il momento di mettersi in cammino per veder
quale mandria di pensieri ci sta cercando. Succede
lo stesso con la chitarra: la vidala che più si ama è proprio quella
che non arriva al disco, quella che non si suona in palcoscenico, dopo
lunghe introduzioni; quella no; quella è la mia; quella è per pregare
da soli. Aspiro
ad essere tradizionalista. Penso che stando al ritmo di oggi, di come
marciano gli orologi del tempo presente, stando a come si compone quello
che chiamano “nuovo folklore”, la “nuova canzone argentina”, la
“nuova lirica”, le “canzoni di domani”, cioè quello che uno
vede ampiamente promosso e diffuso dappertutto, entro cinquanta anni non
ci sarà più nessun bambino argentino che saprà come era la Zamba de
Vargas. Ci sarà una confusione così grande di ritmo, di pronuncia, di
accentazione, di tempo, di gioco musicale chitarristico o pianìstico,
il battello dovrà navigare così rapido per traversare velocemente il
fiume, che nessuno si ricorderà più di come era farlo dolcemente
portati dall’antica corrente: il fiume che scorre. Baguala,
vidala, estilo, milonga: questi sono i fatti fondamentali, senza dei
quali non esisterebbe folklore. La baguala prescinde dal grido, dalla
chitarra, dal poeta; la baguala non necessita della città, è essa
stessa un’entità completa. Tengo
prisa y no me apuro Che
gliene sembra? La potrebbe firmare persino Unamuno, o no? Se non l’ha
già fatto qualcun altro. Non
saprei dire, così all’improvviso, come nasce una canzone.
Generalmente scrivo prima i versi e poi metto la musica oppure non la
metto del tutto, lascio solo i versi. Ci sono molte variabili: a volte
scrivo una strofa e la completo in due mesi, come “El alazàn”, per
esempio, che in un paio di mesi era pronta, testo, musica, spirito
dell’interpretazione, velocità, tempo (che non è il tempo musicale,
bensì l’altro); l’attesa, il saper aspettare: una lunga
introduzione, un po’ di sofferenza – masochismo, se vuole – prima
di iniziare a dire qualcosa. Dicono
che quello che faccio è poesia; e chi lo sa: quel che cerco di fare è
incorporare la mia voce alle vecchie voci popolari e, se possibile,
imitarle perché mi incanta quella forma particolare del dire argentino
che è appartenuta a mio nonno e al nonno di molta gente; quella
espressione del popolo che lievitò poco prima che apparisse il secolo;
questo è ciò che cerco di dire alla mia maniera. Non
so, forse la poesia è semplicemente ricerca. La poesia è missione,
la bibbia che tutto il mondo ascolta tutti i giorni e che uno scrive e
altri no. Se il mondo si salva, credo io, è grazie a questo; grazie
alla poesia, alla bellezza e alla buona musica. Nel
trattare gli argomenti dell’amore il paesano ha un pudore infinito;
generalmente non li tratta perché queste sono cose che non devono
importare a nessuno; è fortuna o infortunio molto privato e
individuale, di fronte al quale non si osava impicciarsi perché sarebbe
stato come invadere il rispettato universo dell’uomo. Si poteva
parlare di qualunque cosa, ma in materia d’amore bisognava chiudere la
bocca. Neanche per scherzo, neanche se vedevano l’uomo arrivare a
cavallo dalla parte della fattoria di donna Tal dei Tali quando arrivare
dall’altra parte gli sarebbe risultato più breve. Queste cose ce le
si scambiava con lo sguardo, ma quando arrivava il tipo: “buona
sera”; “buona sera”. Nemmeno la più piccola insinuazione, perché
un'insinuazione poteva significare una frustata o una pugnalata, come
per dire: “di che s’impiccia, che cosa gliene importa a lei”! Ed
è vero; ciò che contava era il trascendente. La
musica è una delle cose che possono salvare il mondo, perché un uomo
che cerca, trova e prova piacere per ore e giorni e anni e anni luce e
attraverso le generazioni, con la bellezza, che altro può volere se non
un mondo migliore? E quando parliamo di buona musica non parliamo
solamente del folklore, ma di Bach, di Haendel o dei Romantici, parliamo
di Mozart; le cose vanno così. Con
quella faccenda del prezzo del legno e la deforestazione stiamo
riducendo la Repubblica Argentina a un parco inglese; ormai non abbiamo
nemmeno più dove attaccare il cavallo. Questo è un argomento che mi
preoccupa, sto scrivendoci su qualcosa; un breve saggio di quattro,
cinque pagine, che ridurrò a una e mezza, o che forse straccerò o
amplierò; vedremo. Ci
sono creatori e creatori; ci sono quelli che fanno una zamba, la
registrano e vengono applauditi per un anno intero. Poi ci sono i
creatori di volgarità, se va di moda la sangrìa, loro fanno una
canzone sulla sangrìa. Guardi quel che succede con Corrientes.
Corrientes è una provincia molto seria, rigorosa, dura per viverci e
lavorarci, piena di bellezza, un luogo con fermenti libertari che non
finiscono più. E nessuno che canti di tutto questo, si preferisce
ridere dell’accento, dei modi di dire, dei difetti di pronuncia
spagnola e così si ottengono quei successi miserabili e volgari che
Corrientes non si merita. Ma quanto può contare un chamamé pieno di
urletti di fronte a ciò che scrive, ad esempio, un Porfirio Sapa, dove
l’uomo di Corrientes affronta la montagna, il pericolo, i serpenti, la
laguna infestata, e vive lì con la sua donna e i suoi figli, con i suoi
sogni e la sua chitarra? E, La Rioja? Della Rioja lei deve tener
presente i quarantacinque gradi di temperatura, l’assenza di
vegetazione, l’assenza dei frutti; ci sono troppi colori e al clima
manca la dolcezza, la tenerezza, la notte piacevole. E questa bisogna
fabbricarsela con l’alcool, con i tamburi e le chitarre, perché la
notte non si rende piacevole da sola; bisogna abbellirla o disprezzarla,
secondo le inclinazioni di ognuno. Allora saltano fuori quelle vidalas
chayeras, la chaya è la festa in quechua, vidalas casiniste e stupide
che godono di molto credito tra casinisti e stupidi, ma che nella
formazione della nostra cultura nazionale non contano un bel niente. Nella
provincia di Buenos Aires queste non si suonano, non osano perché hanno
già la solitudine dei loro estilos. La solitudine non è commerciale.
Meno male: Buenos Aires si sta salvando. Poi
arrivano quegli altri, quelli che dicono: “Questo è il mio
messaggio” e hanno scritto due zambas, una chacarera e una
canzone di protesta e questo lo chiamano “messaggio”. E’ falso. Un
messaggio è una vita. Un messaggio è Tagore, un messaggio è Cristo,
un messaggio sono i settancinque anni di Chazarreta che suona le danzas
senza mai parlare di messaggio; però ce lo ha lasciato. Messaggio è
Ricardo Rojas, è Martìnez Estrada; questo è messaggio. Quando le
acque si fanno più limpide e uno ci si immerge, è allora che il
messaggio comincia a mostrarsi; fino ad allora, è meglio non dire
niente. Così
si scrive la storia E
quest’altra tucumana antica, che cantano agli N.N. su in montagna: A
quel che muore lo piangono Sono
cinquanta anni che questo mi fa male. Tutti parlano delle mani e dei
piedi del Cristo in croce, ma del colpo di lancia nel costato nessuno
dice niente. Ed è proprio questo che invece fa male a me. “El
payador perseguido” non è il solo Atahualpa Yupanqui, è molto
popolo argentino, metta pure le etichette che vuole perchè qui dentro
c’è un tormento che non ci lascia riposare in pace, e il nostro
popolo ha bisogno di lavorare e riposare in pace; attraverso il lento
scorrere del tempo, mentre l’albero fa le rughe. Io noto che non sono
solo io, ce ne sono moltissimi, ci sono migliaia di “payadores
perseguidos” nel mio paese; non mi importa che non siano payadores però
sì è doloroso che siano perseguitati. Non
guardo molto indietro: ho vissuto quarantacinque vite
contemporaneamente, ho passato miserie, angosce, ribellioni, tristezze,
umiliazioni, oblio, ingratitudine; io stesso sono stato ingrato e
smemorato. Preferisco guardare avanti. Dietro di me ho solo accumulato
una serie di avvenimenti, di fatti della vita, di quello che la gente
chiama esperienze. Avevo un amico che ricordo “molto sempre”, come
si dice in campagna, un amico che è morto circa trenta anni fa,
l’autore di “Los ejes de mi carreta”, Don Romildo Risso. Don
Romildo mi diceva: “ci sono due tipi di vecchi – lui era un uomo con
i capelli grigi e io un moccioso di venticinque anni - “due tipi di
vecchi – mi diceva Don Romildo Risso - : quello che passa la vita
accumulando esperienze e quello che passa la vita ammucchiando porcherie
che crede siano esperienze”. Atahualpa
Yupanqui
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©Left Nueva Compañia Tangueros