L'INFINITO DEI BARBONCINI
di
El Moplo 

L'incorruttibile, per ora, critico di danza della TQR recensisce lo spettacolo "Circa" degli Holy Body Tattoo & Tiger Lillies, e nella recensione fa ai recensiti quello che loro nello spettacolo fanno al Tango.

Scrivo di getto e senza quasi rileggere, come per liberarmi di un cattivo pensiero che mi calunnia il sangue. Intendo parlare dello spettacolo “Circa” rappresentato in questi giorni dalla compagnia canadese The Holy Body Tattoo in joint-venture con il trio inglese The Tiger Lillies, ovvero i Gigli Tigrati o, fino a qualche anno fa, certe pastiglie stupefacenti nel gergo degli psichiatri stradali. Leggo nel programma di sala (io li leggo sempre perché, perlomeno all’inizio, mi piace sospendere l’incredulità, farmi ingannare e passare per un gil):
“Una celebrazione della sensualità, fra possesso e seduzione… per gli Holy Body Tattoo, ogni esperienza nella vita lascia un segno indelebile come un tatuaggio”.
Beh, a giudicare da quello che ho visto in seguito, questo invece è un tatuaggio “delebile”, non meno nitido e definitivo di quelli che ci si faceva da bambini leccando dietro le cartine del chewing-gum.
“I due danzatori utilizzano tutti i linguaggi della cultura popolare contemporanea per esplorare la nostra natura umana e raccontarci le nostre fragilità, i cedimenti e la grazia delle imperfezioni, realizzando performance multimediali”.
In pratica ci sarà anche un filmato. Resta da scoprire - ma temo di saperlo già, visto che sono qui – in che cosa consistono “i linguaggi della cultura popolare contemporanea”.
La sala sotterranea del Teatro dell’Elfo è pienissima. Il pubblico viene accolto da una scena fiocamente illuminata dalle pretese di alcuni lampadari da tinello o da pellicceria, e da un’appropriata musichetta da ascensore. Una macchina fumogena viene accesa dietro le quinte, e questo già mi indispone. Ma come: prima si perseguita il fumatore e poi lo si sostituisce con un dispositivo che riproduce artificialmente le sue emissioni, per giunta alla fragranza di ciliegia, perché sennò non c’è la giusta atmosfera “da balera”? I costosissimi aspiratori che l’Autorità e il Cittadino Consapevole hanno imposto ai Teatri, attirano però il fumo dappertutto tranne dove serve, cioè sul palcoscenico; e così, come sempre accade tra persone intelligenti, l’erogazione dell’innocuo tossico viene subito sospesa.
Inizia lo spettacolo. Passi nel buio. Dal basso si accende un mini-spot che illumina da sotto in su una faccia conosciuta: toh, Boy George, un po’ invecchiato forse, ma sempre con la sua bella bombetta, maquillage bianco e camicione da notte. Canta accompagnandosi con la fisarmonica. La canzone verte sulle vicende splatter di una certa Beautiful Lisa che perde i pezzi per strada. In sottofondo: una sega. Nel senso del suono di una sega.
Finito il pezzo, Boy George (ma ora che lo vedo bene assomiglia anche a Scaramacai e al povero Alex di Arancia Meccanica), si allontana a piccoli passettini da anziano o da gallego con le calze nuove. Dopo un mese, raggiunge il pianoforte e intona un valzer lento con voce stridula: un effetto kitsch presbiteriano alla Nyman & Greenaway che non dispiacerebbe ai due magniloquenti campioni del minimalismo di cui sono tra i principali antipatizzanti. Le parole si distinguono poco, ma saranno certo tremende.
Si accendono le luci e i due ballerini (Noam Gagnon e Dana Gingras) si rivelano già presenti in palcoscenico e, ahi ahi ahi, cominciano a ballare il Tango – base di Copes (uno, en el lugar), pisada da dilettanti, figure ingarbugliate della Piccola Pasticceria Appiccicosa dei Dinzels. Ci era infatti giunta voce che avessero fatto danni anche fuori di Buenos Aires, sia personalmente che con il loro libro pittoresco.
Tutto ciò sembra anche logico: cosa c’è di meglio del Tango Argentino “per celebrare la sensualità tra possesso e seduzione”, o per meglio dire, cosa c’è di meglio del Tango Argentino secondo il Reader’s Digest per celebrare la sensualità degli anglosassoni-protestanti? Tende di velluto rosso, abiti neri, atteggiamento “caliente”, e morta lì. 
I due audiolesi (lento sì, ma pur sempre un valzer) la tirano per le lunghe e già cominciano a ripetersi. Poi, in un silenzio tombale scandito solo dal loro fiatone, eseguono una serie di pose standard del Tango-show, via via esacerbandole fino all’ecchimosi. E’ arrivato il momento di gettarsi a terra. Un mio amico sostiene che la Danza Contemporanea è quella in cui a un certo punto ci si butta per terra e si sfrega la pancia sul pavimento. Ebbene sono in grado di confermarvi che quella degli Holy Body Tattoo è Danza Contemporanea. Le rotolazioni sono piuttosto bellicose; quando raggiungono il loro climax, la tenda rossa si alza dolcemente sullo schermo nascosto, come nei bordelli di Berlino: finalmente, mi dico, la proiezione piccante. Macchè: ci sono i tetti di Parigi in bianco e nero e scorci della prima lezione di Tango. Dall’esibizione precedente, direi che non ne hanno mai preso una seconda. Sul pavimento, i due continuano a tribolare, ma in maniera semplificata, per non disturbare la visione del documentario del Touring Club.
Ritorna la musica: Boy George si sistema sul seggiolone e agita i piedini come la Mondaini quando faceva Clarabella. “I Tiger Lillies sfuggono a qualsiasi classificazione, secondo uno stile che è stato definito Surrealismo Pornografico”. Probabilmente il Johnny starà dicendo qualche misteriosa parolaccia in cockney. Questo deve essere un tipo che va in giardino e, come diceva Charles Bukowsky, apre una rosa e ci sputa nel centro.
Ancora una canzonaccia, probabilmente empia, e poi un’altra ancora che a Paddington deve aver terrorizzato più di una vecchietta.
I due danzatori intanto si impegnano, per esigenze di copione, in un vistoso amplesso. In quella posizione ci sono stati trovati anche dei missionari. Il solito birignao del sì, sì, sì e no, no, no. Se fossi in lui opterei per il no, ma qualche risatina lo sketch la miete lo stesso. Interviene il fisarmonicista per informarci che si può anche applaudire. Fatto: il pubblico sta comunque sulle sue. Subito dopo, i musicisti (c’è anche un contrabbassista elettrico e un batterista giocattolo) escono di scena perché c’è il quadro urbano, ulteriore elemento della cultura popolare contemporanea. Musica registrata quasi tecno, e altri rotolamenti, questa volta in chiave hip-hop. Devono aver preso una sola lezione pure di questa danza, dato che non riescono nemmeno a fare quei “freeze” che invece vedo eseguire benissimo dai ripetenti sotto casa. In compenso si rivedono le tipiche sbracciate di Carolyn Carlson e i giri fuori asse dei dervisci. Se c’è qualcosa che in “Circa” non manca è l’imparaticcio. Anche gli altri movimenti sono piuttosto provinciali: della provincia di Vancouver!
Tornano i Gigli con una gag vecchia come il delitto: la distruzione della batteria. Alcuni volonterosi sghignazzano a mò d’incoraggiamento. Segue un altro filmato, questa volta ambientato in un interno, con le stesse tende di velluto rosso, gli stessi sbracciamenti e le stesse pose di prima. Del porcello, si dice in campagna, non si butta via niente. Poi ancora un solo maschile a torso nudo e un altro tango con finale parossistico. Un’unica sequenza, che è poi quella di Mayoral e Elsa Maria ripetuta ad libitum, come del resto fanno anche gli stessi Mayoral e Elsa Maria, viene espletata a velocità crescente con lo scopo di incrementarne, se possibile, l’effetto grottesco.
Il numero irlandese alla Riverdance chiude l’assortimento dei linguaggi popolari. E’ ben fatto e divertente, tanto da riscuotere gli applausi più convinti della serata.
Un ultimo, speriamo, filmato ci mostra degli attraversamenti pedonali con i piedi in primo piano e poi una sorpresa: dei passi di Tango con i piedi in primo piano. Sullo sfondo però ci sono le tende rosse. Piedi da una parte, piedi dall’altra: uno short podologico, senza le distrazioni live dei due che si limitano al ballo della mela tenuta tra le fronti.
Ci si avvia al finale con una bella canzone sulla gonorrea, un solo di lei che si dimostra possedere un reggipetto senza spalline e un altro tangazzo. Sempre gli stessi passi e le stesse figure – addirittura un sandwich, una colgada e un arrastrada: devono aver fatto anche una masterclass di Naveira.
Fine della storia di una coppia, il loro “incontro rituale”: mancava solo che si tirassero anche i piatti come nei litigi domestici.
Applausoni e battiti di piedi da parte del pubblico che evidentemente ne capisce più di me. All’uscita dal Teatro, i Tiger Lillies, quelli “che rimangono fuori dai circuiti commerciali”, vendono personalmente i loro CD. Hanno ancora indosso il costume di scena, sennò quando li ripigliavano i clienti? Anche questo concerto deve “lasciare il segno”. Per quel che mi riguarda un segno l’hanno lasciato: un segno che assomiglia a 15 euro.
Ora, non è mia abitudine trarre principi generali, e nemmeno sto a prendermela troppo con gli sfocati Tatuaggi, che magari nel British Columbia saranno anche dei “bohemios”; tuttavia, cattivi pensieri a parte, qualcosa si deve pur dire per difendere il Tango dalle continue scorrerie degli strapagati esercenti delle Arti Colte! O forse il supplizio estetico del tanguero deve essere interminabile e senza voce il suo magone? Perché mai dovremmo tollerare senza dire bao la postura da pivello e i piedi da paperone di Julio Bocca, le approssimative coreografie della Stekelmann o il tango sempliciotto di Paul Taylor, Van Manen, Béjart e, va mò là, di Pina Bausch? Visto che si è permesso al manesco Galliano e a Gedeone Furbone di suonare Piazzolla in pubblico e a Baremboim di ridurre Salgàn a pianista termale, allora, per simmetria, si sarebbe dovuto ingaggiare El Negro Portalea nel Lago dei Cigni, El Dios de Ebano e La Muñeca in Romeo e Giulietta, Virulazo nel Corsaro e Pichuquito per le variazioni Goldberg al Colòn.
Il risultato artistico sarebbe stato altrettanto scadente, ma con più poesia, più intelligenza e tutto sommato più gentilezza.
E’ vero che la compagnia The Holy Body Tattoo non pretende di essere una compagnia di Tango, nè di ballare il Tango: sta di fatto però che lo ballano, male, senza conoscerlo e senza rispettarlo, esattamente come fanno Bocca, Stekelmann, Galliano, Kremer e gli altri grandi artisti che tanto piacciono alle Istituzioni, allo Show-Business e in definitiva al Potere.
A tutti costoro voglio dire che il Tango è una cattedrale edificata all’inferno, è un santuario, una geografia, un’era. Sappiate entrarci in punta di piedi, con il cappello in mano e chiedendo permesso, perché ogni cosa qui dentro, ogni passo, ogni figura, ogni atto “estetico” è stato profondamente vissuto, è costato sangue d’oro e lacrime di sale. Se questo non lo sentite nella vostra carne, il Tango non fa per voi: dentro c’è troppa vita vera. E’ meglio allora che vi accontentiate, come diceva Céline, dell’infinito abbassato al livello dei barboncini. Limitatevi al vostro modesto gioco e lasciate stare le cose più grandi di voi. E soprattutto, quando andate in giardino, sputate nel cuore delle vostre, di rose.

© El Moplo, ottobre 2003
traduzione dal castellano di Jean Fajean

 

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