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GRAZIE
DELLE MAGNIFICHE ROSE II
di Irene
Brin
Con
la recensione di BoccaTango continua il viaggio della TQR tra
i pacchi del Tango contemporaneo.
Questa volta il nostro recensore è nientemeno che Clara
Radjanni von Skevitch, la famosissima Contessa Clara che vide la
Storia ed è qui per raccontarcela. |
Negli
anni 30, la venuta in Europa di Eduardo Blanco, segnò una ripresa del
Tango. Il senatore Borletti e la sua famiglia, avevano imparato il Tango
da Pichetti: un Tango corretto, da potersi mostrare anche ai Cardinali.
I genitori, i mariti, le riviste illustrate che il walzer aveva
ammansito, facendoli partecipi di gioie accessibili e caste, ritrovarono
parole di fuoco contro queste manifestazioni disordinate, inconseguenti
e incivili. Ancora una volta, videro un segno dei terribili tempi nel
nuovo e furente costume. Ma c’era sempre qualcuno a rammentare che
Parigi era stata così, nel 1913, nel 1914, che si era già applaudito
Le Dernier Tango, così come ora si applaudiva la danza assassina
lanciata da Jean Gabin.
A
tutti piace riconoscersi una vocazione barbara e clamorosa. Tali
emendamenti ontologici, che nella vita sono innocui e persino
facoltativi, diventano indispensabili nella finzione teatrale, allorché
gli interpreti sono chiamati a rivivere sul palcoscenico gli atti
salienti di esistenze epiche o romantiche, a “essere” loro malgrado
barbari e clamorosi, a rendere cioè credibili quegli incredibili eroi.
Leggiamo cosa scrive Borges in proposito: “l’ingenuo burattinaio
napoletano che illudeva le domeniche della nostra infanzia, risolveva il
dilemma dei personaggi con un espediente casalingo: dotava di una gobba
Pulcinella, di un colletto inamidato Pierrot, di un sorriso malizioso
Colombina, di un costume da Arlecchino… Arlecchino”.
Vi era del metodo in quella ragionevolezza, della precisione e della
praticità, ma temo non dell'efficacia. Credo anzi che l'ingenuo burattinaio
napoletano e lo stesso Borges oggi converrebbero che una cosa sono i pupazzi e un’altra gli elementi
in carne e ossa, per esempio i cantanti lirici o i ballerini, che vivi
sono non di rado, e fautori sempre di una loro identità costante,
frutto di ostinazione e sacrifici.
Il rettilineo e inflessibile candidato Quasimodo, l’ipotetico Amleto
non spettinabile, o ancora l’eventuale Romeo ipocondriaco e
mitridizzato, devono attualmente far leva su trucchi e trucchetti ben più
efficienti di un semplice make-up teatrale. Qui si tratta di
“vivere”, o perlomeno recitare, i sentimenti, di trasmettere
emozioni a un pubblico smaliziato, che mangia la foglia. A volte
l’Artista in difficoltà spera nell’Arte stessa, nel suo prestigio,
nella sua accessibile prassi, nelle sue risorse gentilizie, per avere
quell’aiutino necessario a fingersi verosimile. E quella foglia, farla
andare di traverso a chi l'ha mangiata.
E’ questo il caso di Julio Bocca, il danzatore argentino di cui
tratterò in queste righe.
La Natura, sempre arbitraria nei suoi doni, gli ha fornito un prodigioso
talento per salti e piroette e allo stesso tempo una personalità, per
così dire, poco invadente. E’ così discreto che ha potuto permettersi di incarnare,
con pari intensità, sia i tormenti del principe Albrecht in Giselle,
sia la confidenziale sagoma di cartone che per anni ha invitato gli
Argentini a convogliare i propri risparmi nelle filiali del Banco
Patricios ove questa fosse esposta, ossia ogni cento metri.
Com'è noto, la moderna superstizione che consente al testo la
supremazia sugli attori ha determinato che la precoce bancarotta
dell’istituto di credito, e la sparizione notturna di sagome ed executives,
fosse imputata più alle scelte del regista che alla performance del
ballerino, anche se negli Stati Uniti, dove a queste cose ci stanno
attenti, quest’ultima sarebbe stata oggetto di una class action
da parte delle decine di migliaia di risparmiatori che si erano fatti
convincere da quella sua interpretazione bidimensionale.
Di ugual spessore è stata poi, qualche anno fa, la prestazione di Julio
in BoccaRock, uno spettacolo in cui il suo portamento di danseur
noble si era più volte piegato alle luciferine istanze del rock
nacional. Il critico Julio Nudler l’ha riassunta in una sola
immagine fulminante: un Tarzan in calzettoni di lana.
Al dissodatissimo terreno del Tango invece, Bocca giunge in ritardo e un
pò trafelato. E’ vero che in passato aveva già avuto una
particina nel film di Carlos Saura, un pas de deux maschile in
cui per altro generosamente concedeva il ruolo di ballerino al modesto
Rivarola; ed è vero che fin dal 1999 ha spesso inserito alcune
coreografie di Tango nei programmi misti del suo Ballet Argentino. Che
Bocca abbia considerato più che legittimo riunire quelle stesse
coreografie in un programma unico, dal recidivo titolo di BoccaTango,
è dunque facilmente comprensibile. D’altronde, il segreto ronzio
della vita notturna di Buenos Aires non é meno conveniente del ricota
groove dei Redonditos agli occhi di una stella del balletto che
aspiri ad essere odierno. In perenne ricerca d’autore e in debito di
temperamento, egli ha ritenuto di trarre partito da questo metodo
Stanislawskij, se non altro, per i piedi. E poi, essendo in gran voga
tra i machos di tutto il mondo, il Tango aveva il merito
supplementare di non sgualcirgli il nuovo tutù da compadrito,
soprattutto dopo il superfluo outing cui aveva dato qui da noi un
qualche risalto solo, e per fortuna, la Gazzetta delle Canoniche.
Ma
per realizzare lo spettacolo, Bocca doveva prima consultarsi con Lino Patalano, il suo socio in affari, che non solo é
l’Eminenza Marrone di ogni progetto ballettistico in terra argentina,
ma è anche l’inamovibile dimostrazione che il vero direttore artistico
di ogni compagnia è l’impresario.
Patalano ha mobilitato subito l’intero staff produttivo del Teatro
Maipo, a cominciare dalla coreografa Ana Maria Stekelman, specialista
nel combinare i cospicui movimenti della Danza Moderna (nel suo caso,
sarebbe meglio dire: della saluberrima ginnastica Müller) con gli
altrettanto misconosciuti passi del Tango. La signora, sebbene alla
parvenza anziana, disponeva infatti di due guance qualificate ad
eseguire su BoccaTango gli stessi “rammendi visibili” con
cui, da anni e instancabilmente, ha adattato i suoi lavori con
Tangokinesis al portafogli del committente e alla perizia degli
interpreti.
Non potendo qui contare su un ballerino cui risultasse spontaneo
l’abbraccio, e non essendo lei stessa mai arrivata a capo di un ocho,
Stekelman ha deliberato prima di tutto l’abolizione della sorpassata
coppia di Tango in favore di un corpo di ballo scompagnato: sei
danzatori e una sola danzatrice. Poi, una volta definito il cast, ha
orientato la produzione verso uno spettacolo di Tango “classico”,
così come è stato convenzionalizzato da venti anni di malintesi, con
orchestra dal vivo, un paio di cantanti in abito da sera, degli "sketch",
una scena amministrativa, costumi di poca spesa, nessuna definizione
stilistica.
Non è mai troppo tardi per inventare la cotoletta con l’insalata.
Nel
2002 BoccaTango
debutta trionfalmente a Buenos Aires davanti a molte migliaia di normali
spettatori. Niente risparmiatori questa volta.
Giacomo Noventa diceva
che né l’esistenza di Dio, né la bellezza di un’opera d’arte si
votano a maggioranza. Eppure, a dar notizia dell’approvazione delle
moltitudini è proprio il Piccolo Teatro di Milano - l’intransigente
Piccolo di Strehler e Grassi! – nella cui stagione 2003 è ospitato lo
spettacolo. I bei tempi sono irrimediabilmente cambiati: il
gigantesco Arlecchino che sostiene e protegge il nuovo edificio
teatrale, dopo aver a lungo servito due padroni, evidentemente ne serve
ora uno solo. Come gli sgraziati forestieri cui si è ridotto a far le
riverenze il popolo venexiano, anche il pubblico dell’attuale Piccolo
è oggetto di concessioni e salamelecchi, e BoccaTango è uno di
questi. Infatti, nel foyer circolano indisturbati gli imprenditori,
anche se in abito da brutto tempo, e un’eccedenza di signore eleganti,
arrivate in buona parte con le apposite corriere, presumibilmente dalla
provincia. Si apprestano a fare il giro del Tango in torpedone insieme
al loro beniamino, il quale continua a sorridere dal manifesto,
più nudo del solito e più buono di Lassie legata, come si dice in
Argentina.
Lo
spettacolo inizia con l’alzabandiera: un documentario filmato su
Buenos Aires con la voce di Gardel che canta Mi Buenos Aires Querido.
Da tempo ho imparato a seguire queste cerimonie patriottiche in un modo
quasi perfetto, senza sghignazzare.
L’orchestra si intravede nascosta
dietro il fondale e, a meno che non sia un’altra trovata del Banco
Patricios, sta suonando in diretta: un tango, una milonga, un valzerino,
un pizzico di Pugliese, una valanga di Piazzollismi.
Bocca tira subito fuori
l’argenteria di famiglia, che risulta essere ancor più scompagnata
del Ballet Argentino: Alberto Bianco e Viviana Vigil, gli inossidabili,
appunto, cantanti di Mariano Mores.
Poi finalmente: la Danza! Julio esce
vestito da domatore, calzoni neri e torso nudo. Devo dire che,
contrariamente alle aspettative, non tralascia i corpo a corpo con la
sua partner Cecilia Figaredo, non la colma di disattenzioni, né rifiuta
di colluttare. Svolge anzi tutte le azioni tipiche del porteur,
Fortini direbbe del colportore, con particolare riferimento al maneggio,
trasporto, lancio e appoggio del bagaglio.
Di Tango qui, è meglio non
parlare: la solita postura maldestra en dehors, pisada
alla Walt Disney, gomiti sporgenti da suonatore di grancassa dorsale, mani
aperte come per segnalazioni numeriche, nessuna nozione
dell’abbraccio. Non essendo l'etica localizzabile, figuriamoci la poesia,
l'intimità, la tenerezza! Del resto sarebbe inutile pretendere del
pathos da questi roboanti turisti del Tango. Julio non solo non conosce le milongas
palmo a palmo, ma non ci è nemmeno mai passato davanti in taxi. Invece
quando balla con altri oggetti inanimati, una sedia, un tavolo, una scala, està
bién emparejado, fa cioè la sua bella figura. E’ grazie alle
sequenze solitarie, dove dà il meglio di sé, che si è disposti a
perdonare all’illustre ballerino il fatto d’essere un così mediocre
tanguero.
Cecilia, come l’unica donna nella famiglia Bonanza,
non ha una vita facile e volteggia per tutta la serata come una zitella
ad un ballo di pompieri.
Gli altri sei ballerini (Hernàn Piquìn,
Vincenzo Capezzuto, Lisandro Casco, Miguel Moyano, Lucas Oliva, Benjamin
Parada) sono chiaramente qui per “far mucchio”: vittime di probabile
sperequazione salariale, la loro importanza ai fini della coreografia è
la stessa dei raccattapalle in una finale calcistica. La Stekelman li
muove per il palcoscenico come una equipe di visagisti, in un continuo
omaggio alla partita a scacchi di Marostica.
Che altro dire? Un’ora e un quarto fa presto a passare. Alla fine
anche gli orchestrali vengono svelati e portati in proscenio a ricevere
gli applausi, calorosissimi, con tutta la compagnia. Si dovrebbe forse
scrivere “bene gli altri”, se solo ci fossero degli altri, o del
bene di cui scrivere.
All’uscita dal teatro, i torpedoni attendono con il riscaldamento già
acceso. Questa notte le signore sogneranno in trasferta, abbracciate nel
tango con il loro Rodolfo Valentino preferito: la Gazzetta delle
Canoniche ancora non arriva nell'hinterland.
Irene
Brin
© The TQR, 2003
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