IL FAVOLOSO SBRINDOLIN
di Marco Castellani 

Prosegue la narrazione delle avventure di Corto Maltese/Hugo Pratt in Argentina. Capitolo 3: Hugo arriva a Buenos Aires, primi approcci al Tango.

La Buenos Aires che accoglie Hugo Pratt nel 1949 dopo la traversata atlantica è la quarta città al mondo in ordine di grandezza. E' abitata da più di 4.000.000 di abitanti, 8.000 dei quali sono musicisti professionisti di Tango, registrati presso il Sindacato e distribuiti nelle oltre 600 orchestre di Tango in attività nella sola Capitale. Se le capziose tabelline della Statistica fossero anche normative, avremmo un musicista e mezzo in ogni taxi circolante in Argentina e otto in ogni cabina telefonica.  
Come è facile immaginare, Hugo non si accorge subito del Tango e della sua ampiezza, anche perchè questa coincide con la stessa metropoli: nessuno si dichiara tanguero perché non c'è nessuno che non lo sia. Dal finestrino del taxi che miracolosamente sprovvisto di musicisti lo porta in albergo, vede piuttosto obelischi, palme e petrolio che si sprigiona dal terreno. Buenos Aires è una città tutta da scoprire e l'Argentina un meraviglioso paese con più cielo, più stelle, più lune che qualsiasi altro posto nel mondo.
Hugo, nei primi anni di permanenza quaggiù, non ama particolarmente il Tango: lo ascolta alla radio, lo balla svogliato nelle gigantesche feste di carnevale, ma non ne afferra la bellezza, non ne capisce le parole e non ne avverte la profondità. Quando in un bagno turco, che abitualmente frequenta secondo un'abitudine contratta alla Sauna Palestra di Venezia, diventa amico di un certo Pichuco, non si rende conto che quel gordo (ciccione) è Anibal Troilo, ovvero uno dei più grandi bandoneonisti del Tango e uno dei miti più idolatrati di Buenos Aires. Hugo continua a preferire il Jazz: durante la stagione estiva, sul treno che da Buenos Aires porta a Bariloche, la famosa località di villeggiatura sulle pendici della Cordigliera Andina, più di un passeggero viene meno alla proverbiale ritenutezza del turista argentino e dona qualche moneta ad una specie di Al Jolson che canta Swanee vestito da paperone, con pinne ai piedi, becco a megafono e occhiali da saldatore. Avete già capito: the Fabolous Sbrindolin, questo è il nome d'arte del palmipede, non è altri che il nostro grandissimo Hugo Pratt in piena campagna di auto-finanziamento. L’episodio, e il modo in cui ce l'ha raccontato in un raffinato ristorante cinese di Losanna, è l'immagine del Maestro che ci è più cara. Tra l’altro, dopo un più attento esame del disegno sopra riportato e l’ascolto di alcune fonti testimoniali, abbiamo recentemente scoperto che il compare trombonista di Sbrindolin non era altri che l’odierno Juan Carlos Caceres di Tango Negro, ovvero proprio colui che in questi ultimi anni, insieme al suo combo di musicisti francesi e ballerini tedeschi, ha dimostrato a tutti che il Tango ha davvero radici africane.
Paradossalmente, Hugo comincia ad amare il Tango grazie a colui che gli ottenebrati tangueros insensatamente additano come distruttore della tradizione: Astor Piazzolla. Insofferente dell'autorità costituita, indisciplinato e irriverente come sempre ci piace ricordarlo, Pratt "se juega” per Piazzolla, si butta nella polemica che la sua musica provoca in tutta Buenos Aires, lo difende in ogni occasione. Il processo iniziato è irreversibile: da questo momento il Tango sarà per Hugo Pratt, e per noi, indimenticabile.

Marco Castellani
© Edizioni Lizard, 1998

 

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