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CUCINA
LUNFARDA
di Gregorio Pecory
A
Buenos Aires si dice che tutto quel che si muove finisce in
pentola, ossia si può mangiare. Ma cosa mangiano quelli che non
si possono muovere? Che menù sarà stato imbandito ai nostri
compagni detenuti durante queste sfarzose festività? Leggiamo cosa ci
scrive l'inviato speciale della TQR, un vero gourmet tra le
sbarre, nella nuova rubrica di Haute Cuisine Populaire. |
Nella
mia vita sono anche stato in prigione.
Lo dico perché non si pensi che parlo senza cognizione di causa; la
vita vera, neppure cercando troppo bene, è più milonguera della carta
patinata.
La galera non è pericolosissima in sé. Io ci sono stato più per
indagine antropologica che per deviazione antropomorfica, e malgrado ciò
ne sono uscito senza troppe ammaccature.
Voglio subito sfatare una leggenda metropolitana legata a quei luoghi:
non è vero che al primo ingresso in galera i detenuti anziani fanno
omaggio ai giovani tenerelli di una sorta d’iniziazione sessuale, o
meglio omosessuale giacché le prigioni, come le caserme e le scuole
elementari negli anni sessanta, sono maschili o femminili e mai miste.
Sono rimasto gradito ospite degli hotels del Ministero di Grazia e
Giustizia per oltre due anni, e l’unico momento di crudo pericolo, se
volete molto “Barrio Oeste”, fu quando un assassino pugliese (guarda
caso, cuoco nella mia cella) mi grattò con un coltello il sottogola
perché avevo osato valutare la sua zuppa insipida.
I Grandi Cuochi sono sempre permalosi.
Il raffinato editor di questa rivista, il noto Jean Fajean, dopo aver
ascoltato dalla mia voce alcuni raccontini di delitti e delle pene, ha
avanzato una richiesta: la TQR sta evolvendo per accontentare i palati
più raffinati, perché non raccontare a tutti gli amici lettori della
cucina carcelera, delle ricette coatte, del fai da te col pane vecchio e
brodo di scarafaggi [pane e acqua in quei luoghi invero non mancano
mai]?
L’occasione è veramente ghiotta; inizierò dalla tecnica per passare
poi alla poesia.
In galera c’è un vitto ministeriale stabilito da una tabella: tot di
pane al giorno, tot di carne e pesce la settimana, di frutta, verdura…
eccetera.
Se si possiedono soldi si ha diritto ad un quartino di vino sfuso oppure
due lattine di birra quotidiane.
I pasti, come consuetudine in questi tristi loculi, sono distribuiti da
altri grassatori vostri simili ai seguenti orari: colazione ore 7,00,
pranzo ore 12,00, cena e bacetto della buona notte ore 17,00.
Niente spioncini cigolanti e gavette di brodaglia tirate da aguzzini
irrispettosi.
Malgrado queste gentilezze messe in atto dall’Amministrazione
Penitenziaria, quasi nessuno dei galeotti seri consuma il vitto della
“casanza”.
Infatti, è possibile fare la spesa una o due volte la settimana,
tramite un servizio che assomiglia ad un supermercato in differita.
In pratica, utilizzando gli umilianti moduli prestampati che servono a
TUTTO dentro le prigioni italiane, si fa una lista di beni di conforto
da acquistare che poi saranno cucinati in cella con i fornellini da
campeggio.
C’è sempre in ogni galera un “Dante Alighieri” della situazione;
a lui s’invia la lista che sarà tradotta e organizzata secondo i
canoni del mondo civile; nel caso specifico che sto raccontando, quella
persona ero io.
Posso quindi ben dire di conoscere tutte le debolezze culinarie dei
malviventi, e vi assicuro che mai ho inoltrato richieste d’aragosta, pâté
de foie o altre delikatessen.
Questo per confortare chi pensasse che in galera si pasteggia a caviale
e champagne.
Un’altra fonte d’approvvigionamento di cibarie avviene in occasione
dei colloqui famigliari, dove ai parenti dei reclusi è concesso portare
l’ormai famosa torta farcita di raspe, lime e altri strumenti atti a
segare le sbarre.
Anche qui mi vedo costretto a demolire leggende metropolitane.
Non sono tanto gli articoli da ferramenta il vero ripieno pericoloso di
torte, ravioli e cannelloni fatti in casa, piuttosto quelli cui sono
ormai affezionati utilizzatori il 90% dei pensionati di questi luoghi:
soprattutto eroina e cocaina, ma anche armas y bombas. Ultimamente,
dicono, telefoni cellulari, batterie e sim card.
L’Amministrazione Penitenziaria, si premura contro le lasagne drogate
tagliuzzando con metodologia perversa, quanto casuale, tutte le cibarie
presentate nella loro integrità sospetta.
Profilassi inutile, visto che le cronache insegnano che i veri latori di
questi aggeggi sono in genere secondini mal pagati e avvocati
innamorati.
Da questo breve riassuntino, si capisce che solo una minoranza dei
ladroni affida la propria sopravvivenza a quel che passa il convento:
solitamente si tratta dei più deboli, miseri, in maggioranza negri
(intesi nell’accezione blues del termine) o cronici del sole a
striscie.
Per questi sventurati, ma con decreto ministeriale per tutti, funziona
un servizio di cucina di solito gestito da detenuti regolarmente assunti
all’uopo.
Nel piccolo carcere dove ho svolto la mia ricerca sociologica, la cucina
era sufficientemente governata da una sola persona, un ‘nfamone
certificato che rispondeva al nome di Melis.
Scolati i soliti sette-otto chili di pasta scotta ministeriale, portati
a passeggio per il corridoio sul traballante carrello d’alluminio, se
ne tornava dopo poco con le teglie ancora piene accolto con felicità
dal secondino Oggiano, all’epoca factotum preoccupato di una
norcineria abusiva.
Questi poi ricompensava l’infido Melis per quel che la liberalità di
un carceriere può contemplare: un bicchierone di birra discount fuori
budget ministeriale.
Un fatto inatteso però arrivava a riempire le lunghe ore di branda, la
tranquilla routine del cuoco Melis e la cura ricostituente di tre
maialoni da prosciutto.
Si materializzò una mattina all’ufficio matricola un losco figuro, più
largo che lungo, con il viso incorniciato da una barbetta levantina.
Aveva quel vocione che nell’immaginario tutti attribuiremmo al pirata
Barbanera e, corpo di mille bombarde, parlava la lingua più strana che
mai ebbi modo di udire: un misto d’israeliano, arabo, tedesco su una
base d’italiano con cadenza romanesca.
Joseph Anzaruc, Giuseppe per facilità dei lavoranti alla custodia, era
il suo nome e tale sarà ancor oggi poiché certe pellacce sono dure a
morire.
Nato a Roma, cresciuto fra la Grecia e Israele, di religione ebraica per
quanto gli importasse, era stato trasferito per punizione da una colonia
penale al nostro angusto ex convento seicentesco per convincersi, così
gli dissero, che non è buona cosa litigare con i secondini.
Sotto l’occhio sinistro, ma anche il destro non era molto meglio,
sanguinolenti souvenir della discussione avuta nella colonia penale; un
fioretto.
Come ho detto prima, data la mia qualifica intellettuale, potevo
dialogare con chiunque senza pregiudizi, perché in galera sono tutti
diffidenti all’eccesso: i siciliani parlano solo coi siciliani, i
napoletani, divisi per gruppi di camurria, parlano solo con altri
napoletani, i marocchini coi marocchini, mai coi tunisini e così via.
Divenne quindi normale che fra me e Anzaruc si stabilisse una certa
frequentazione dialettica, se non proprio amicizia.
Anzaruc aveva l’hobby della cucina ed il suo bagaglio, formato
esclusivamente di padelle e stoviglie, era assai rappresentativo della
sua arte e della sua mole.
Ben presto sulle liste che mi arrivavano iniziarono a comparire
richieste d’alimenti inconsueti quanto strampalati: curry, harissa,
scalogno (con sottolineatura: “Mi raccomando scalogno sennò non
ritiro!”).
Di conseguenza dalle grate di ferro battuto spandeva nell’aere
deliziosi profumini: era Anzaruc che creava.
La poesia arrivò puntuale per tutti vestita da un’ordinanza di
trasferimento: il cuoco Melis doveva recarsi in una pretura nel paese
nonsodove, per uno di quei processi accessori di cui è piena la vita
dei delinquenti abituali.
Restava vacante il posto di cuoco e Anzaruc si offrì immediatamente di
rimpiazzare l’infamone.
Niente da dire: ai galeotti non piace lavorare (sennò si sarebbero
applicati prima) e quindi le domande erano scarse se non inesistenti.
Il primo viaggio del carrello nella nuova gestione Anzaruc uscì
puntuale alle 12 del giorno successivo la partenza di Melis: spaghetti
alla carbonara.
Carbonara? Tutti erano allibiti.
Anzaruc aveva scovato un bel po’ d’uova imboscate dal vecchio cuoco,
non puzzavano; mancava forse la pancetta, ma lui, ebreo, aggiunto agli
ospiti di religione musulmana rappresentava una democratica maggioranza:
vai con la Carbonara all’Anzaruc!.
Io l’assaggiai, sempre per quella pessima inclinazione naturale a
sperimentare personalmente l’ignoto, e assicuro, era buo-nis-si-ma.
Fu ovviamente un successone fra coloro che ritiravano puntualmente il
vitto del carcere, ma la diffidenza regnava ancora sovrana: i maiali di
Oggiano neppure si accorsero che i soliti otto chili erano diventati
sei.
Il giorno seguente il carrello avanzò cigolante con un carico di
fumanti maccheroni al ragù.
Il ragù era vero ed abbondante, ma ancora tornarono in cucina 5-6 chili
di pasta rifiutata: che fece quindi il nostro vecchio lupo della County
Cusine?
La mattina successiva si fece portare alle cucine di buon ora, preparò
una besciamella come si conviene, tirò qualche uova in sfoglia et voilà:
pasticcio di maccheroni, con i maccheroni avanzati il giorno precedente.
Un tripudio, ci fu anche chi fece scarpetta nelle teglie.
Da quel giorno non ci furono limiti alla fantasia di Anzaruc.
Dall’ovvietà di impanare e friggere le perfide fettine di manzo
“Bata” o aggiungere un pizzico di zafferano al solito riso in
bianco, alle ricette esotiche dall’Alpe alle Piramidi.
Anzaruc, ogni mezzodì, abbatteva meta-gastronomicamente le sbarre della
prigione per girolonzolare (e noi con lui) liberamente il mondo.
Per dire dove arrivava il genio del nostro cuciniere: il solito pollo
lesso “all’ospedale” trasformato con una piccola marinata in
un’incredibile ricetta libanese, oppure quando per lo spezzatino
ministeriale anziché il solito manzo agli estrogeni, chiese carne di
pecora.
Il risultato? Un cous cous che neppure nella prigione di Aleppo si
sarebbe potuto immaginare.
Poi pescando a piene mani nella sua immensa e cosmopolita cultura:
moussaka di melanzane, sardine impanate e fritte, finocchi gratinati.
Le verdure, che con Melis si limitavano a fagiolini più stanchi che
bolliti, serviti in una gavetta d’acciaio dono della sala operatoria
dell’Ospedale di Bucarest, diventano un tripudio di colori, quando non
insegnava a tutti cos’è una salade niçoise.
Lo ricordo canticchiare mentre lavorava, per lo più canzonacce da
galera tipo “La Nostra Favola” di Jimmy Fontana; sempre allegro, il
suo motto era “Non esiste differenza nel cucinare per quattro persone
o per quaranta, è solo questione d’organizzazione”.
Lui organizzato lo era davvero: quando usciva col carrello dalla cucina
non restava neppure un piatto da lavare.
Come finì la storia?
Esattamente come finiscono tutti i sogni: l’infame Melis tornò carico
di ulteriori quindici mesi di reclusione e si adoperò per trascorrerli
nel modo migliore per lui.
Raccomandato dal secondino Oggiano, che assisteva sconsolato al
dimagrimento dei suini, riprese l’antico governo dei pentoloni.
Anzaruc dopo poche settimane ne andò in ogni caso: ottenne
l’avvicinamento a Roma, grazie all’interessamento di qualche rabbino
cui aveva scritto lamentando la lontananza dalla famiglia.
Dopo aver ricevuto da parte sua qualche cartolina di turismo
penitenziario, non ho mai più avuto sue notizie.
Mi piace immaginarlo proprietario di un’osteria, magari a Trastevere,
mentre tra un piatto di fettuccine e un’altro di costine scottadito,
racconta di come la Grande Cucina Popolare, se fatta con passione e
amore, possa alleviare per un po’ le più dolorose pene.
La sua Taverna? Si chiama Il Conte di Montecristo.
Una
ricetta semplice - semplice
JAWANEH
ANZARUC
[Ali di pollo marinate in aglio]
Per
4 persone
8 grosse ali di pollo, o anche tutti i pezzi di pollo che trovate.
Per la marinata: 8 spicchi aglio, sbucciati e schiacciati - 2 cucchiai
olio oliva - succo di 1 limone, o a piacimento - 1/8 cucchiaino cannella
- 1/4 cucchiaino pepe nero macinato - sale
Sciacquare le ali, o se il pollo è intero tagliarlo in pezzi e
asciugare bene.
In un terrina capace, versare l'olio, l’aglio, il succo di limone e le
spezie e mescolare. Mettere il pollo e lasciare insaporire per un'ora,
girandole di tanto in tanto.
Grigliare circa 10 minuti per lato, fino a che siano ben croccanti.
In alternativa, cuocere in forno caldo per 30 minuti circa, girandole
una volta.
Gregorio
Pecory
© The TQR - 2003
COPERTINA
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