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GRAZIE
PER LE MAGNIFICHE ROSE
TUTTI I PACCHI DEL TANGO
CONTEMPORANEO
di Alberto Arbasino
Sotto le
opportunistiche spoglie di un illustre cronista teatrale che non
disdegna lo "slumming" nei bassifondi, nè le
scorticature al demi-monde culturale, il nostro critico di danza
striscia come un lumacone tra le pozzanghere del Tango
show-business, e recensisce per noi i tre principali bidoni
della stagione: Maria de Buenos Aires, BoccaTango e Danza
Maligna. Cominciamo con pubblicarne una parte; poi, dati i
particolari poteri dell'Operita, si vedrà. |
Va
bene assegnare alla Critica compiti subalterni di descrizione
dell'Opera, magari "per migliorarla!", ma senza caparra, o senza
almeno un'impegnativa, questa pièce che porta malissimo a chi l'esegue
e a chi v'assiste sarebbe meglio che la recensisse il già disabile,
"el berreta", come si dice a Buenos Aires, che è poi quello
che prevede la contrattualistica nazionale. La Maria de
Buenos Aires di Piazzolla e Ferrer allestita a Ravenna e
Bologna, tra nobildonne che vivono tutto l'anno nelle anse saccarifere
dell'Eridano e miliardari padani propensi al ciliegio piallato, è di
una iattura tale che nemmeno i trecento corni purpurei dei fratelli De
Rege potrebbero attenuarne la nocività. D'altra parte non v'è dubbio
che la deontologia professionale impone al recensore la presenza sul
posto, quando non addirittura lo stato di veglia. E dunque eccomi qui
con le gramaglie necessarie, i baffi posticci del sergente Garcia e la
prudente copertura di uno pseudonimo così fragoroso da sperare che mi
faccia da parafulmine/deviatore in caso di persecuzioni domiciliari. L'homme
rationnel - sostiene il nostro maccheronico Premier - non teme la jella,
perchè si difende con la sua zampa di coniglio! Ebbene, che il Cielo
per una volta l'ascolti!, dato che qui, come a Salisburgo, gli unici
biglietti disponibili sono quelli dei prenotati che nel frattempo sono
deceduti, e assistere a uno spettacolo che mena gramo occupando la sedia
di un estinto, magari in seguito all'ascolto preparatorio di un disco
dell'Operita in questione, non è proprio quel che si dice un bel
cominciare.
L'Operita
in questione fu originalmente concepita in forma di concerto/oratorio
tra il 1967 e il 1968, ossia mentre il mondo intero, Argentina compresa,
andava a fuoco. Il golpe militare, gli arresti, le violenze, gli
scioperi soffocati nel sangue, la repressione nelle fabbriche e nelle
università, non distrassero Piazzolla e Ferrer dal loro progetto,
indaffarati com'erano nel ricercare un rapporto più diretto con la
Realtà. La progredita Buenos Aires dei grattacieli di cristallo, della
psicanalisi e dei "telos" esigeva infatti una nuova metrica e
nuove sonorità. Per tutto l'otoño porteño,
nel signorile covo di Libertador y Ayacucho, Astor e Horacio lavorarono
gomito a gomito su metafore e melodie; in maggio, l'opera che di lì a
poco avrebbe rivoluzionato l'anchilosato tango tradizionale e
scandalizzato i benpensanti era finalmente ultimata. Ma tempi non erano
quelli di guastarsi con i questurini: cosicché i due cospiratori
risolsero di buttarla sull'Astrazione, camuffarono le istanze musicali e
poetiche in canzoni macchinose, titoli indecifrabili, bislacchi
neologismi e allegorie apparentemente triviali, e si prodigarono affinchè
la Maria sembrasse alle autorità solo un surreale, e
inoffensivo, guazzabuglio. Dai militari che in seguito avrebbero
proibito persino El Principito di Saint-Exupery c'era però
da aspettarsi di tutto; per fortuna non arrivarono nemmeno a sospettare,
quei limitati!, che nel volonteroso polpettone presentato l'8 maggio
alla Sala Planeta si celasse una cruda denuncia della Vita Oscura, e che
l'Organito Loco stesse in realtà incitando i reietti alla riscossa. Del
resto quell'8 maggio nella Sala Planeta di reietti ne furono invitati
pochissimi.
Pubblico e critica non riuscirono mai a dissuadere i due autori da
questa evoluta forma di Nuevo Tango-Canciòn. Nonostante il dislivello
artistico che li separava, Piazzolla e Ferrer avevano stipulato una
sorta di accordo bi-partizan il cui fine dichiarato era quello di
contrastare a colpi di svecchiata "cultura nacional"
l'avanzata dei ritmi anglo-americani. Il terreno di battaglia era
beninteso quello commerciale. In pochi anni produssero
una serie di "songs" e di "baladas", tutte in ugual
misura da ascoltare a debita distanza e con le dovute precauzioni, come
quella para un loco, la cui location non trascurava
l'arredo urbano, i semafori, le antenne, i colectivos, i taxi e persino
gli astronauti della Capital, o quella para mi muerte, che
invece non ometteva le nevrosi più moderne, il whisky e il suicidio. Se
però da un lato la musica di Piazzolla continuava ad avere, anzi a
incrementare, la temperatura artistica del Tango e ad esaltarne la
corporeità, la tensione drammatica e la "mugre", dall'altro i
versi di Ferrer contenevano troppa poesia per essere poetici. I suoi
aggiornamenti lessicali, le sue sudate metafore, erano il risultato del
pedinamento della parlata porteña fin sui bordi dei bassifondi e la sua
riconduzione al vocabolario del ceto medio. Più che Poeta, Ferrer era
dunque un poetizzatore: svolse cioè una funzione sociale, un'attività
di servizio, alla stregua dei pompieri o del pronto soccorso: applicò
con la forza un plusvalore poetico a tutto quanto gli capitasse a tiro.
Di conseguenza, la grande musica di Astor si trovò malauguratamente
infestata soprattutto di Barrio Norte. Malgrado le concessioni
popolaresche e gli ammiccamenti a "barriletes" e "tallarines"
che Horacio ebbe l'accortezza di disseminare qua e là, questo suo
lunfardo altolocato, artificiale e cacofonico, non attecchì nei barrios,
nè fu adottato nell'ambiente notturno che
quelle canzoni volevano celebrare. In buona sostanza, la sforzo
d'autenticità di Piazzolla e Ferrer risultò troppo autentico per i
superati milongueros: entrambi gli autori credettero molto nel Tango;
peccato che il Tango non credette mai in loro.
Ma torniamo ancora su Maria de Buenos Aires: l'Operita
diventò ben presto un classico... per sentito dire. Sebbene
confezionata con i luoghi più comuni dell'iconografia tanguera, e
bandita da Buenos Aires perchè irrimediabilmente "cursi" (e
quindi destinata all'esportazione come certi spaghetti e certo
parmigiano che mai ci sogneremmo di consumare in Italia), ebbe invece un
grande successo negli ambiti accademici. E' noto che le Istituzioni
hanno una concezione del Tango e del Malaffare che collima perfettamente
con quella che se ne può avere da un balcone della Recoleta. Se
poi consideriamo che la musica di Piazzolla perde ogni forza espressiva
quando viene depurata dal Tango e che le fanfaronate di Ferrer hanno
spesso il merito di essere incomprensibili, ecco spiegato perchè
le innumerevoli versioni dell'Operita che dopo di
allora ci sono piovute addosso "a granel", da quella baltica
di Kremer a quella vernacola di Milva, hanno tutte riscosso il plauso
del "señor Comisario", come diceva Macedonio.
Questa
nuova produzione si giova del pregio supplementare di un apparato
visivo, frutto del combinato talento di Gabriele Vacis e Francesco
Calcagnini. Stasera vedremo in faccia il Gorriòn con sueño, la Noche,
il Gato e il Duende, e, se oltrepasseremo incolumi la Contromilonga
a la funerala, anche il coro degli Analistas e una Resurrecciòn
con le solite ali di pollaio riciclato.
Ora, Vacis è principalmente noto come esponente della sinistra
mercantile e accomodata, ma a giudicare dalle note di regia sembra
piuttosto un omino che non riesce nemmeno a prendere un tè senza
ricorrere a uno stratagemma: ha addirittura scritto un diario della sua
permanenza a Buenos Aires! Sballottato tra subdole vedove e lugubri
editori, "paseado sin asco" dai malvagi taxisti della
Capitale, alla mercè degli argentini decisissimi a vendergli un "buzòn"
su misura, il regista è "màs perdido que enano en un desfile".
Ma il dottor Balanzone non può lasciarsi turlupinare: e via allora con
il montaggio di tre scene al giorno, cantanti che "sanno la
parte", compari e musicisti idem, asados con le maestranze. Il
risultato è un Monte di Pietà del decoro micro-borghese, smunto,
macilento e naturalmente onestissimo. Maria, in tutta evidenza priva di
reati e peccati importanti, ha una sua naturale allure di scioreta
argentina, e si muove tra armadi Aiazzone di compensato anticato,
tende e tendine di percalle o di vimini, letti bianchi di contenzione,
metalli lustrati fino alla demenza, ventilatori di due pale, ombrelli
bianchi, materassi zebrati, bottiglie di Sambuca: tutt'una economia
domestica, una frugalità di mezzi, una ritenutezza. Se nel libretto
originale era tuttavia avvertibile la scapigliatura dell'ultima bohème
porteña prima del baratro della dittatura, qui trionfa la screditata e
neo-pauperizzata classe media che non vuole mollare gli ultimi
contrafforti della dignità. L'Umile prende piede, il Decente stravince.
Anche gli altri personaggi, impacciati come parenti al capezzale di un
moribondo, vanno e vengono con le pianelle ai piedi. Sul fondo, la
piattaforma di una piscina o il ponte di nave pronto al lancio del
paralitico di The death of Klinghofer, fa da piano
sfalsato. Assistiamo naturalmente a qualche passo di Tango - siamo o non
siamo nei leggendario suburbio porteño? - in una milonga ispezionata
"en ùltima hora". La serata deve essere stata un fallimento:
solo tre coppie. Hanno la pista tutta per loro e la percorrono
esplorando le infinite possibilità dello zig-zag. I movimenti sono
esageratamente mimati, pantografati, come se volessero convogliare delle
emozioni "più grandi di loro". In seguito ci sono anche altri
balli di subordinati, come ormai siamo abituati a vedere in tutti gli
pseudo-musicals di tango, ma sempre e solo di tre coppie: che annata
disastrosa per gli organizzatori della "farandula". Vanessa
Quiroz è una cantante la cui bella presenza è stata plasmata, non solo
chirurgicamente, dai lunghi anni di permanenza nei night-clubs per
turisti: è in definitiva una Maria raccattata sul posto. Sceglie
costantemente le mezze tinte, che sì fanno schivo, ma che alla lunga
risultano irritanti e mis-cast. Miguel Angel Zotto, autore anche della
coreografia, è un Gato tracagnotto, più Leguizamo che Gardel, e,
come il piazzolliano Trelles, economizza quel poco che gli rimane. Il
Duende narratore, interpretato da Juan Vitali, è invece un "guacho",
un "Carlitos Cri Cri" giustamente odioso. All'orchestra
italo-argentina, diretta dallo scorbutico Pablo Ziegler, daremmo
volentieri un sei e mezzo di stima se solo riuscisse a tamponare
l'entusiasmo agonistico dei diplomati Cameristi di Bologna. Molto meglio
i due principali solisti Demiàn Bolotìn, primo violino, e Walter
Castro, bandoneòn. Il coro, strangolato nella fonazione spiraloide
degli idioletti di Ferrer, ha saputo contenere l'imbarazzante accento
felsineo nei termini della correttezza.
Dirò infine che in quella specie di Danse Macabre con sacerdoti,
giornali e scheletri nell'armadio, anche i preti si toccavano i maroni.
(continua)
Alberto
Arbasino, giugno 2002
COPERTINA
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