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NEMESI
AL PALALIDO
di Marco Castellani
Esattamente ventidue anni
dopo l'indimenticabile trionfo delle tre serate russe di
Carmelo Bene al Palalido di Milano, la Poesia ritorna sul luogo del delitto,
questa volta in un vero e proprio incontro di boxe: Vinicio
Capossela contro l'Indispensabile. Se l'Artista decide di sfidare la sua
Opera, le Muse si fanno da parte per lasciare il campo libero all'Epica. E mentre le
quotazioni degli allibratori oltrepassano i remoti cieli di Lombardia, il nostro
cronista si insinua a bordo ring per raccontare ai privilegiati lettori della TQR le premesse, e tutte le
pacche, del match dell'anno. Una battaglia di poeti che picchiano sodo e di duri
che sfogliano margheritine. |
C’è
un momento per ritirarsi prima che lo spettacolo diventi grottesco, Zàrate.
Quando uno è sulla pista lo capisce.
Magari il pubblico applaude come impazzito, ma uno, se è un vero
artista, lo sa.
Osvaldo
Soriano – Un’ombra ben presto sarai
Il
Prontuario di Patafisica Popolare, nel più nobile e contorto dei suoi
enunciati, prevede per la sconfitta una statura morale superiore a quella della
vittoria. Come dargli torto: il successo è quasi sempre un madornale happy end,
sgarbato e volgare come lo scoppio di salute di un magnate; nei rovesci della
sorte c’è invece dignità, onore e, perché no, un certo prestigio. Nessuno
nella storia universale ha subito più sconfitte dei cosacchi: eppure, chi non
ricorda oggi quei guerrieri rumorosi e inutili? Per non parlare poi di campioni
come Gatica, La Motta o Ringo Bonavena di cui tutti amiamo celebrare soprattutto
le batoste, le pacche prese piuttosto che quelle date.
Confesso che almeno nella giurisdizione dell’amore mi piacerebbe per una volta
patire l’onta di una vittoria; ciò nondimeno riconosco la coerenza di quelle
anime eleganti che invece si prefiggono la disfatta, e auguro loro il pronto
raggiungimento del catastrofico traguardo.
Ma mettiamo il caso che chi si prodiga per fallire raggiunga il suo obiettivo,
cioè riesca, questo pure sarebbe un successo: meriterà dunque la palma della
sconfitta o l’infamia del trionfo? E se il destino mettesse il bastone fra le
ruote al born-loser e malgrado nascita, talento e impegno lo promuovesse a
perdente di successo, non perderebbe costui anche la sua reputazione? Chi
darebbe ancora retta a un working-class hero che abdicasse agli stenti per
vincere alla lotteria? Cosa penserebbe il pubblico bohémien dell’ippotrainato
Circo Bidon se dalle tasche del verticalista cadessero le chiavi della Mercedes
proprio durante la sua attrazione cartesiana?
Passando dal territorio degli affini a quello dell’arte, mi chiedo ancora una
volta se davvero debba esserci identità tra l’Artista e la sua Opera, come
prescrivevano i Romantici, e se un fatto estetico per essere attendibile debba
necessariamente coincidere con la vita di chi l’ha realizzato. Se così fosse,
ne conseguirebbero infinite riduzioni all’assurdo: l’architetto dovrebbe
essere un garage, lo scultore una bestiaccia di bronzo, Salgari un Thug, Güiraldes
un mandriano e Bukowsky un ubriacone. Di conseguenza lo spettatore moderno
sarebbe tenuto a sospendere la credulità, anziché l’incredulità come voleva
Coleridge, e a ispezionare continuamente le condizioni che presiedono agli atti
artistici. E quand’anche l’accertamento sorprendesse il folk-singer mentre
concepisce un’egloga giocando a golf?
L’Opera ha delle ragioni che né l’autore né l’Opera stessa riescono a
comprendere fino in fondo. Una volta licenziata dal suo artefice, l’Opera si
allontana da lui e si impasta con le nostre esistenze. Acquisisce una sua vita
personale i cui molteplici significati non dipendono più da quelli originali:
può benissimo fondersi nelle lacrime di un amante esonerato o allietare un
nuovo comizio d’amore, scivolare sotto i silenzi di una porta per noi chiusa o
anche rimanere impigliata per sempre in un rosaio di provincia.
Senz’altra
compagnia che il fumare cavilloso di un Toscano, camminavo immerso in questi
pensieri lungo i prati fioriti che conducono a piazzale Lotto (nessuna di quelle
monotone margheritine, non lo dico per vantarmi, mi aveva risposto m’ama),
quando vedo un manifesto del mio artista preferito: “Capossela contro
l’Indispensabile: una resa dei conti con il passato”. Questi stessi
paradossi – mi dico – devono aver molto tormentato Vinicio se ha deciso di
affrontare in un match di boxe il più pericoloso degli avversari, vale a dire
se stesso, il fenomeno Capossela, o quel tanto che ci è dato d’intravedere di
lui nelle sue canzoni. L’Indispensabile è infatti il titolo dell’ultimo
album che raccoglie i suoi maggiori esiti: un disco non cercato, non voluto, che
la casa discografica gli ha in qualche modo imposto e che Vinicio ha finito poi
per amare, al punto da volergli dare più cazzotti che può.
Ebbene questo passato sintetico, che a prima vista sembrerebbe la prova
tangibile del successo e l’abilitazione a produrne altro, può invece
rivelarsi una polpetta avvelenata e una minaccia per l’unico autore in Italia
che ancora avverte la contraddizione tra sincerità poetica e falsa coscienza, e
che di questa inconciliabilità ha una sua dolorosa cognizione.
A che serve battere parole di oro zecchino se poi queste vengono pronunciate
dalla lingua di piombo dello show-business?
Se, come scriveva Fortini, ogni poeta vuole poter dire a tutti quel che non può
né sa dire al singolo, chi è che convoglia le sue parole a chi di dovere, cioè
all’inaccessibile singolo attraverso più tutti possibile? Esatto, signori: il
successo, l’indispensabile (appunto) mediazione tra la vita abissale o
accelerata del poeta e il pubblico, il dispositivo che ne trasporta
l’eloquenza e insieme la corrompe.
All’Artista non resta dunque altra onorevole scelta che sfidare l’Opera,
regolare finalmente i conti con il suo avversario naturale e possibilmente
cambiargli i connotati.
Come nel Narciso di Oscar Wilde i due contendenti si specchieranno l’uno nello
sguardo dell’altro in un match non più eludibile: comunque vada – non
dimentichiamoci che Vinicio è furbo di tre cotte – ci sarà un solo
vincitore, al quale mi dispongo subito a telefonare.
Chi esagera, non va lasciato solo.
Convocata
a Milano, l’Opera non si tira certo indietro. Il 27 marzo si presenterà sul
quadrato del Palalido con tutto il peso delle 76 canzoni, dei 600 e passa
concerti dal vivo, dei radiodrammi, delle letture, delle conferenze, degli
scritti, dell’intero palmarés di premi e onoreficenze che costituiscono il
rispettabile record di tanti anni di carriera.
Ecco allora che dai petti vetrosi degli innamorati respinti, da quelle loro
lacrime, da dietro le porte silenziose e dagli stessi rosai di prima, vedremo
prendere di nuovo il loro corpo originale, precipitare, le emozioni che erano
acquartierate nelle nostre vite.
Al Palalido troveranno denti per il loro pane. Ad aspettare l’Indispensabile
non ci sarà un damerino pop, ma uno dei nostri, un poeta senza gomiti e senza
amicizie altolocate, con cinque abbandoni e mezzo alle spalle e innumerevoli
sconfitte prima del limite. Il suo sinistro non sarà che uno spintone, ma
perlomeno non ha bisogno di noleggiare un vestito da beccamorto per dirci come
stare al mondo, non predica negli stadi, non pigola nei salotti lounge e non si
lamenta con i giornalisti. E in più, a differenza di Paolo Conte, suo collega
nella scuderia dell’Angelo Dundee bolognese, è un artista che non piace ai
datori di lavoro. Il suo pubblico se l’è conquistato uno per uno, senza aiuti
pelosi e senza gomitate. Perché, vedete, molte sono le cose che ammiro di
Vinicio (tuttora non riesco, per quanto vada indietro nel tempo, a trovare un
disco italiano più bello e più denso di Canzoni a Manovella), ma ce n’è una
che sopra tutte gli invidio: in ogni cosa che fa, foss’anche una bravata da
bullo dell’autoscontro, ci versa tutto il suo sangue.
A
dire il vero mette un po’ le mani avanti: “Siamo tutti destinati a diventare
vecchie glorie”, dice, vedendosi già titolare di un ristorantino fuori mano,
con le coppe, le foto incorniciate e i fiammeggianti ricordi del reduce. Ma è
solo scaramanzia: com’è noto la gioventù sta sempre sul punto di ritirarsi.
Il suo poeta-trainer Enzo Chinasky mi confida invece che Capossela è in gran
forma e che i suoi endecasillabi sono ogni giorno più lunghi.
Le procedure di avvicinamento al match seguono più la sgargiante prassi
dell’entertainment che il protocollo della Federazione: battage pubblicitario,
interviste in palestra durante il lavoro al sacco, dichiarazioni bellicose,
movimentato cerimoniale della pesatura, scambi di colpi scherzosi sotto i flash
dei fotografi, e via dicendo. La vigilia è nervosa: corre voce che
nell’integerrimo entourage di Capossela aleggi lo spauracchio
dell’antidoping; nulla sembra invece rallentare l’algebrica operosità di
allibratori e bagarini: circostanze queste non impropizie alla cartolarizzazione
istantanea dei biglietti in omaggio alla stampa e a una scommessina (non vi dirò
su chi). Ho sempre sognato di vendicare Dostoevskij.
Finalmente
arriva il gran giorno. Il Palalido, tempio della boxe internazionale, accoglie
diverse migliaia di convenuti che stipano gli spalti messi di coltello, come
libri sugli scaffali. Un ring regolamentare occupa il centro della scena, con il
pubblico che incombe sui quattro lati. Il colpo d’occhio è magnifico: la
Scala senza i fronzoli, direbbe Robert Mitchum. E infatti sul quadrato non ci
sono quinte e fondali: un palcoscenico senz’ombra, dato che nella boxe non ci
si nasconde e tutto si deve vedere. Cosa direbbe il Piermarini di questi quattro
boccascena contemporanei? Il fonico avrà il suo bel da fare.
Alle mie spalle – sono nel ringside di Capossela – un vero parterre de roi
con i soliti discografici che si guardano in giro soddisfatti come se tutto
questo fosse merito loro, colleghi, giornalisti e un ospite d’eccezione, Jimmy
Scott, che applaudirà per tutto lo spettacolo con le sue manone da Egon Schiele.
Quando si spengono le luci, la folla si leva come un’erba improvvisa. Dalle
casse esce l’Intermezzo della Cavalleria Rusticana, una citazione da Toro
Scatenato che conferma l’opinione di Luciano Berio su Mascagni: era il
peggiore. Lo speaker intavola il suo bel discorsetto mentre un vero arbitro, in
camicia bianca scudettata e stricchetto nero, sale sul ring allargando da
esperto le corde. Da una porta sul fondo escono i musicisti: hanno il casco,
l’andatura e, vedremo poi, il mestieraccio degli sparring-partner. Sono sul
ring tra gli applausi che scrosciano come una grandinata miltoniana, e si
iscrivono a cerchio nel quadrato, con la faccia rivolta verso il centro. Stasera
finalmente vedranno di che cosa è capace il principale.
La voce di Franco Ligas, un professionista ingaggiato sul posto, conclude la
presentazione:
Signore e Signori, incoraggiamolo con un applauso… Viniciooo… Caposseeelaaa.
Il Palalido viene squassato da un ciclone: è un grande momento. Anche il vostro
reporter, che ne ha viste tante, strepita come un marrano con la moltitudine.
L’entrata di Vinicio è come sempre superiore a tutte le aspettative.
L’orchestra attacca la sigla, un jive sciancato, mentre dalla stessa porta del
fondo vengono in avanscoperta alcuni pregiudicati che fanno del largo con le
buone maniere. I due seguipersona dapprima spazzano il buio e poi convergono il
loro sguardo strabico sulle più brutte facce che queste oneste pareti abbiano
mai visto. Il team è guidato da Don King arrivato di persona da Reggio Emilia
in giacca rossa, pettinatura a fiamma e parure di pepite alle dita; subito
dietro, protetto dai suoi secondi Chinasky e Renato Striglia, avanza Vinicio
avvolto da un accappatoio di seta rossa che deve essergli costato un capitale.
Ha il cappuccio calato sugli occhi, il Presente sulle spalle e mena jabs
nell’aria. Devo dire che nemmeno con il destro è un fulmine. Un boato
esemplare lo accoglie al centro del quadrato. L’arbitro, il signor Palumbo
della Federazione di Milano, approva i guantoni: niente trucchi con me, ragazzo!
L’ovazione prosegue sui quattro lati e aumenta quando Vinicio lascia
intravedere l’incurabile eleganza della sua mise: smoking da dandy gitano –
non rovinarmi la giacca, gli grida Renato – e camicia delle bancarelle. Mentre
dal cielo scende un microfono o un pezzo di Lambretta, fornitura degli Dei
Superni e della loro benevolenza, i sassofoni attaccano con un furente groove
all’americana. Il fragore degli applausi è tale che nessuno s’accorge che
siamo già al Madison Square Garden. I due seguipersona, come nell’epoca della
scoperta dell’elettricità, seguono assiduamente Vinicio mentre dà sfoggio
delle principali peripezie del pugilatore: salta, finta, picchia, schiva,
piroetta, e soprattutto leoneggia come un suo certo personaggio, che infatti è
lì appresso.
Marajà, Marajà, è arrivato il Marajà.
Ora, questo è un pezzo che di solito Vinicio spende a metà strada per far
ripartire il concerto. Qui invece serve a impressionare l’avversario -
“Contro quelli che ci vogliono comprare tutti”, dirà al Concerto del 1°
Maggio - e a cercare subito la bagarre. La scena è tutta sua, il pubblico
anche, l’Indispensabile irreperibile: primo round a Capossela.
Nel secondo, una sventola inaspettata colpisce Vinicio, e tutti noi, al plesso
solare: l’Anna Karenina mariachi ci muore tra le braccia in una notte di
piccol’estate, tra bruschi gendarmi e fossi profumati. Ma Vinicio risponde
subito con due chicche rionali e pareggia i conti.
Gong. Entrano i secondi per farsi una birretta al bar dell’angolo. Asciugamani
e consigli interessanti. Una majorette sale sul ring a mostrare il cartello e un
movimento di fianchi che non ha imparato dalle suore. E a questo punto tutto mi
diventa chiaro: non era Larry Holmes quello che disse “il pubblico della boxe
si identifica con un pugile o con l’altro, ma sul ring - o sul palcoscenico,
aggiungo io - non accade nulla di normale o naturale: tutto risponde a uno
stile”? Ebbene, questo è lo stile di Vinicio, il Capossela touch.
L’allestimento pugilistico, i personaggi cuciti a filo grosso, l’arbitro, lo
speaker, i secondi, l’attrezzistica sportiva, la campana, non sono altro che
la puntuale chincaglieria di uno spettacolo fatto a mano, con pennarelli,
forbici e colla, dove la costanza del trovarobe pesa più della volontà del
drammaturgo. In un mondo in cui null’altro rimane in piedi se non la
cartapesta, Vinicio risarcisce la grazia artigianale della performance
adoperando utensili inconsueti (il theremin, la glassharmonica, la sega, il
Farfisa) e stivando il palcoscenico di paccottiglia. Da ognuno di quelli trae un
suono efficace e necessario; a questa invece, per quanto sgangherata, dona senso
magico e una breve vita scintillante. Uno sciamano animista e democratico, un
fattucchiere galantuomo. Non ci resta dunque che farci da parte e lasciarlo
lavorare.
Gong. L’Indispensabile snocciola i colpi migliori: Che coss’è l’amor,
Scivola vai via, Con una rosa e Si è spento il sole nella versione per i
juke-box di El Paso. Capossela non si lascia intimidire e risponde bene con
istanze liriche a due mani. Evidentemente si è preparato con la cura richiesta
dal caso: numerosi sono gli avversari che si stanno dando il cambio contro uno
solo. Si becca come un signore anche un paio di sonetti sotto la cintura.
Assorbe senza dire bao il lavoro al fegato della suite alcolica. Gli inferi dei
bar sono ormai un remoto pic-nic da pivelli. Gong. Rendez-vous all’angolo,
relax tra gli amici. Una ragazza clamorosa e piumata annuncia il prossimo round:
si chiama Janina ed è di Rio de Janeiro. Non ha addosso stoffa sufficiente per
rivestire una gruccia (questa è di Marlowe), ma il suo organismo indurrebbe un
arcivescovo a prendere a calci un vetro istoriato (anche questa) e il vostro
cronista ad abbandonare le fisime letterarie. La vita è lì, immediata, che
scorre nelle vene e nei sorrisi delle ragazze. Perché cercare altrove?
Vinicio le dedica una serenata istantanea con La Regina del Florida, ma non
attacca. Forse sarebbe meglio richiamare il Marajà con un canestro di smeraldi
sotto il braccio.
Chi invece attacca è l’Indispensabile: in Corvo torvo Capossela è, del
piano, alle corde; gracchia e geme, ma non cede. I guai e i dolori sono ciò che
tengono in vita un uomo. Si rifà poco dopo con il Pugile sentimentale e con
Aggita. Gong. Sostanziale parità, pubblico esultante, Palalido sgominato.
Una geisha con drago e ventagli approfitta del solito briefing angolare per
percorrere il perimetro del ring con i tipici passettini orientali: taglieranno
il filo alle calze nuove?
Segue un round molto combattuto in cui i due rivali si nuotano addosso: Tanco
del murazzo, Karelias, Zampanò, Chiavicone, Manovella e Bum Bum Bardamù. Nel
trambusto poetico un ispirato sganassone di similitudini raggiunge persino il
gentile pubblico pagante. Per fortuna questi ragazzi sono più avvezzi alle
pagine di Céline e Jarry che alla punteggiatura degli sms e il colpo viene
attutito senza danni. Non così il tremendo uppercut dell’Indispensabile che
schianta il biografo di San Nicola lasciandolo come un meccano smontato. Conta
dell’arbitro accompagnata da tutto il Palalido: sei, sette, otto… Gong.
Salvato dalla campana, Vinicio perdura al tappeto, steso come il Goffredo di
Buglione del Mantegna o di non so chi. Palumbo richiede l’intervento del
medico; Chinasky invece gli allunga il microfono/spinterogeno. Pur da quella
appiattita posizione Capossela intona la Marcia del Camposanto. Uno così come
lo puoi battere? Quando si rialza, il Palalido lo riseppellisce d’applausi.
Forza Vinicio, suonaci qualcosa di amareggiato!
Non se lo fa dire due volte: in un giorno come questo, duro per il proletario,
si mette al piano e inaugura Addio Innocenti, un inno straziato alla Milano
industriale e alla sua difficile poesia. Solo lui, che qui vive come un
emigrante in miniera, può cantare innocentemente dell’Innocenti e di un
operaio detto Celentano. Lavoratori… gong, è sempre il 1° maggio.
E giunge infine quest’ora della notte in cui i tramezzi si fanno trasparenti e
le parole si aggrumano nel silenzio vellutato di quattromila anime. Vinicio è
solo al pianoforte sulla pedana girevole nel prediletto senso antiorario. All’incontré,
se mi si passa l’irpinismo.
L’Indispensabile è adesso alla sua mercè; Vinicio lo sa e lo colpisce con
una mirabile combinazione di versi. E’ vero, non c’è disaccordo nel cielo,
lassù non ci sono canzoni in minore; quaggiù invece c’è la guerra
imminente. La più attuale e prenotata delle parole di questi giorni, egli la
pronuncia una sola volta, nascondendola nel pudore di una frase off topic.
Che bell’applauso accoglie la pace! Di che delicatezze è capace quest’uomo,
a differenza dei tanti colleghi che ci mettono su chissà che birignao di
arcobaleni e declamazioni.
Trenta spugne sorvolano il ring, ma è troppo tardi persino per arrendersi.
Gong: era questa l’ultima ripresa di un match durato tre ore. L’arbitro alza
il braccio a Capossela; seguono la gloria, l’invasione del ring,
l’ingombrante cinturone del primato, le dichiarazioni a caldo, gli abbracci
con il concessionario terrestre dell’Empireo che domani canterà al Blue Note.
I devoti a San Vito reclamano il grand-guignol di un bis parossistico.
Vengono accontentati: Vinicio è generoso nella polvere da sparo. E così il
pubblico esplode fuori dal Palalido come un pugno quando si aprono le dita.
Lo spettacolo è finito, e questa volta sono io che resto qua. Mi aggiro sulle
gradinate sguarnite mentre lo smontaggio brulica dabbasso. Raccolgo gli smeraldi
caduti dalla cesta, ascolto le indispensabili voci del mio Passato. Cos’è che
stringe il cuore di un cittadino in momenti come questi?
Fuori, piazzale Lotto è terso di stelle: è una notte stupenda, in Lombardia.
M’incammino verso casa, senza croce di cavaliere e senza nemmeno il toscano.
Su un muro, qualcuno ha scritto questi versi di Malcom Lowry:
E’
un disastro il successo. Più profondo
della tua casa che si consuma tra le fiamme,
il fragore di rovine e il crollo
di chi assiste inerme alla propria condanna.
E la fama distrugge come un ubriaco
la dimora dell’anima e ti rivela
che soltanto per essa hai lavorato.
Ancora
le maledette margheritine. Domani vi strapperò i petali una per una.
Marco
Castellani – Milano, Maggio 2003
COPERTINA
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