Whoo.eee!
Via, verso l’America in trentadue ore. Sono rimasto a Londra solo due
giorni di ritorno da Bucarest prima di imbattermi nella persona che
cercavo: l’unico disposto a coprire tutte le spese di un tour di sei
mesi. Nessun contratto, naturalmente! Non che me ne freghi qualcosa.
Dopo tutto non è che lascio mia moglie per questo viaggio, no? Merda! E
non vi immaginerete mai cosa mi è toccato fare: organizzare incontri di
boxe usando lo pseudonimo di Il Misterioso Arthur Cravan, il
poeta coi capelli più corti del mondo, Nipote del Cancelliere della
Regina, naturalmente, Nipote di Oscar Wilde, scontato
ovviamente, no?, Nipote di Lord Alfred Tennyson, ancora una
volta, signori miei, è naturale (eh, sì, mi son fatto sveglio ormai).
Gli incontri sarebbero stati completamente nuovi, cose mai viste:
regolamento tibetano, il più scientifico che sia dato conoscere
all’uomo e più spietato dello ju-jitsu – la pressione più leggera
su un qualsiasi nervo o tendine, e, splat, non importa dove e come, il
vostro avversario (che naturalmente non era affatto stato corrotto,
comprato, no, non proprio, anzi forse sì giusto un poco); comunque
splat l’avversario cade a terra come un uomo colpito da un fulmine. E
se questo non vi sorprende che mi dite di quest’altro: se i conti li
ho fatti giusti, questa storia degli incontri dovrebbe far girare un
po’ di soldi e se tutto va secondo i piani dovrei fare circa 50.000
franchi con questo affare, naturalmente a patto che nessuno scopra
l’inghippo. Ma comunque vada, sempre meglio di quel racket spirituale
al quale lavoravo prima. E
dall’alto del mio cranio da aragosta gettai un’occhiata delle mie,
da campione del mondo Cristo
santo! Son certo che la voce del controllore avrebbe rovinato la
digestione a 999 persone su 1000. Ne son proprio sicuro, ma posso anche
dirvi che a me invece non fece alcun effetto. Anzi, nello scompartimento
tutto in ordine, il tono della sua voce brillava e splendeva della luce
musicale di uno stormo di uccellini cinguettanti. La bellezza delle
panche del treno era, se non altro, così affinata da insinuarmi il
dubbio di essere vittima di qualche disturbo motorio, in particolare
perché mi ritrovavo a fissare quella bestiaccia borghese, il buco di
culo più tenero dell’universo, chiedendomi che ci fosse di così
affascinante in quel grassone seduto di fronte a me e che sembrava
felicemente addormentato. Me ne stavo lì e pensavo: mai e poi mai un
paio di baffi ha emanato tanta intensa corporeità e, soprattutto, mio
dio quanto ti amo: E
mentre allofago "La
proprietà è roba da termiti" esclamo all’improvviso, nella
speranza di svegliare il vecchio borghese, del quale davvero ne avevo
fino a qui, e insomma volevo offrirgli una scusa per cominciare. Quindi,
guardandolo dritto dritto nel bianco degli occhi, di nuovo gli dico:
"Sì, hai sentito proprio bene. E lo ridico, anche se rischio di
farmi arrestare: per la barba della capra e i baffoni della pantegana,
la proprietà è roba da ter-mi-ti!". Dal suo sguardo allibito
capisco subito che mi ha preso per un pazzo o un coraggiosissimo
ruffiano, ma fa finta di non sentire, spaventato com’è, si vede che
ha paura che gli tiri un diretto. Io poi son davvero stupido,
specialmente conoscendomi, a non essermi manco accorto che una signora
americana con figlia se ne stanno sedute quasi proprio in braccio a me.
Solo quando la mammina si alza per andare alla toeletta, solo allora mi
accorgo di lei, e tutto preso da una specie di sensazione sentimental mi
ci lancio dietro. Con
la mente che mi rimbalza dalla borsa della signora alle sue tristezze e
depressioni. Ma
la cosa più divertente, e poi così tipica di me, è che dopo un po’
mi metto a studiare un po’ la ragazzina; naturalmente tutto questo
avviene solo dopo che mi son messo a studiare ben bene un modo per
vivere alla grande rubandole tutti i suoi beni terreni. Deve essere la
mia natura maligna: e così sogno di dividere con lei una bella
esistenza borghese. Vi giuro che è tutto vero e che non riuscivo a
smettere di pensare: "Caro mio, che pesce fuor d’acqua sei. Cara
piccola e dolce ragazzina, potresti redimermi. Oh, se solo mi sposassi.
Mi prenderei cura di te, usando la più grande dolcezza e considerazione
al mondo. E viaggeremmo di qua e di là, lungo tutto i sentieri del
mondo, comprandoci la nostra felicità. Per poi far ritorno alla nostra
casina, un albergo tres chic a San Francisco. E non me ne importa nulla
del mio impresario (e poi quello stupido cagacazzi non ha manco idea di
quello che succederà). Passeremo interi pomeriggi ad amoreggiare sui
divani dello studio: lì così, a testa china e a cosce aperte. E al tuo
primo mugugno chiameremmo il cameriere. Lingue di fuoco e fiamme si
alzeranno dai tappeti, proprio lì, di fronte a noi, riesci a vederle,
mia cara? I
dipinti di valore, i mobili pesanti; "Ragazzo,
ci siamo: Liverpool" disse il mio manager. Arthur
Cravan
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© Nueva Compañia Tangueros 2003