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NOT IN MY NAME
di Jean Fajean

Abbiamo ricevuto da uno dei nostri primi abbonati di Buenos Aires una lettera amara e sconfortata. 
Il mondo prende fuoco, il governo Usa sferra un ennesimo attacco per impadronirsi delle risorse del pianeta, non c'è più pace in terra per nessuno, il Capitale assoggetta l'intera specie al suo dominio reale, e noi siamo ancora qui, come i nostri ingenui bisnonni, a ballare con Tanturi e Varela.
Ecco la risposta del nostro direttore.

Qualunque cosa succeda, il tango è davvero sempre lo stesso teatrino di cartone pitturato di colore locale ad uso dei turisti, e anche degli stessi argentini. Il tango - ha detto il Direttore Commerciale del Festival del Tango - deve essere per Buenos Aires quello che è il carnevale per Rio de Janeiro. E infatti è così: mentre proprio oggi (ndr: 24 marzo, anniversario del golpe militare) persino i boy-scouts stanno marciando contro i militari e contro la guerra yankee, noi tangueros siamo qui a ballare il nostro tango rimasterizzato, senza rumori di fondo, senza scariche elettrostatiche, e senza alcun rapporto con la realtà. L'arte del tango è ai minimi termini, i suoi artisti sono più mansueti di Lassie al guinzaglio, i suoi poeti da molto tempo non dicono più nulla, nemmeno attraverso metafore contorte, che possa disturbare il potere, i suoi musicisti pensano che i ballerini siano tutti sordi e direttamente rinunciano a creare. Il fallimento grossolano del tango-show si accompagna con la mediocre minestra riscaldata del milonguero viejo, del patio, del buon vicino, del cognato che a ballare è un fenomeno, della Buenos Aires di ieri e di sempre. E' davvero troppo. Ma il tango non era la più alta espressione del popolo argentino? Beh, se il tango è davvero questo qua, che continuino pure a venderlo così, ma non a me e non a mio nome.
Lic. Isidoro Cuaglione - Parque Chas, Capital

Il Tango, l'abbiamo detto più volte, non si piega alle caleidoscopiche illusioni della realtà: ai fatterelli di tutti i giorni antepone la trattazione di una materia universale come la vita quotidiana; alla nebulosità dell'affresco sociale, la precisione dell'acquerello di barrio. Il Tango non si lascia ingaggiare nelle scaramucce della cronaca perchè è altrove impegnato negli eterni e metafisici temi del tempo, dell'amore e della morte. Dunque non manifesta per la pace, nè per la guerra; non è antimilitarista, e non è militarista; non è pacifista e - se si escludono alcuni testi, per altro tiepidi e pronti alla ritirata, a sostegno della guerra delle Malvinas - non è nemmeno guerrafondaio. Il Tango non sta né da una parte né dall’altra, non prende mai posizione: il Tango "no se juega nunca".
Il Rock Nacional in questo senso ci surclassa: gruppi come i Sui Generis e Los Abuelos de la Nada o artisti come Charlie Garcia hanno saputo dire tutte le cose che non si potevano dire, anche nell’epoca della sanguinaria dittatura militare. Il Rock Nacional, e non il Tango, ha saputo interpretare i sogni e i desideri di quei giovani che alla fine degli anni sessanta, in Argentina come in tutto il mondo, si stavano ribellando all’ordine delle cose. Il Rock Nacional e non il tango ha rappresentato l’onda viva della società argentina negli ultimi anni. Oggi bisognerà rivolgersi al Rap Nacional o a qualcosa di simile. Se non altro incarnerà una scelta di campo.
Sulle nostre sponde, a ogni richiesta d’impegno civile, il Tango risponde invariabilmente come faceva un nostro compagno di Liceo al professore che l’interrogava su Hegel: "Vorrei avere io i suoi problemi". Il Tango non si vuole guastare con la questura: le sue modeste istanze sociali – migas y trabajo - sono quelle "triviali e infami delle serate famigliari e delle pasticcerie rispettabili", per dirla con Borges. Le sue parole più nuove sono quelle di Ferrer, un autore i cui aggiornamenti lessicali, le cui faticose metafore fanno sembrare il Tango uno di quei vecchini con i capelli tinti e la maglietta di moda che si vedono in riviera. Chi sostiene che un pezzo opportunista come Libertango (1974) sia un inno alla libertà dovrà in ugual misura giudicare Mundial 78 (1978) una chupada de medias alla Junta Militar e al suo truculento baraccone. Piazzolla poteva litigare intrepidamente con taxisti e tangueros retrogradi, ma non certo con i datori di lavoro.
Armati di ben altre passioni, i veri nuovi poeti del Tango, penso a Francisco Paco Urondo, penso a Juan Gelman, sono stati invece trucidati dai militari o costretti all’esilio, così come del resto è successo ad ogni oppositore, ai migliori sindacalisti e agli intellettuali più lucidi. Quei loro versi, i dischi del Cuarteto Cedròn/Stroscio, le glosse di Urondo, l’intera opera del gruppo che gravitava intorno al Gotàn, ci fanno intuire a distanza di quasi quattro decenni, cosa avrebbe potuto essere oggi il Tango, invece di quel carnevale di poveretti che i kiosk-manager dell’amministrazione pubblica stanno piazzando sotto forma di Festival nelle capitali europee e nella stessa Buenos Aires.
"Il tango – dice Copes – è come un tappo: sta sempre a galla". Il ricorso al sughero è probabilmente considerato da questo ballerino "diplomato all’università della milonga" un’elegante e meno ovvia analogia.
Allacciamoci dunque, ora che soffiano davvero, "nell’abbraccio che resiste ai venti di guerra". Continuiamo a ballare, dato che spesso capita di farlo, a meno di una cuadra di distanza dai centri di detenzione illegale e di tortura e sulle fosse comuni dei dolorosi cadaveri, questi sì, "apilados", nel vero e unico senso della parola.
Il tango, come il Gran Ballo in quel film di Fellini, si allontana lentamente sullo zatterone, alla deriva nell’oceano oscuro, en el medio de la nada.
Come vedete, aveva ragione Copes: galleggia benissimo.

Jean Fajean,  24 marzo 2003

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