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NOTIZIE DA MAMOJADA
di Loriano Pelizzari

Il vero giornalismo d'indagine non arretra di fronte alla miopia di un patriottismo egoistico: perchè mai Juan Domingo Peròn dovrebbe essere nato in Argentina piuttosto che a Mamojada?
Tutti i particolari in cronaca.

Inizio questa mia collaborazione con la Tangueros Quarterly Review con la felicità di aver realizzato un sogno della mia vita, ossia scrivere per una rivista internazionale.
Mayo Castellani mi ha assicurato che questa review (o newsletter devo ancora capirlo) conta qualche migliaio di abbonati sparsi uniformemente per tutto il globo terracqueo e mi ha fornito una lista con nomi e cognomi.
Ma come diceva Fioro in un improbabile traduzione Babelfish: “I know my chickens”, ed infatti Castellani non ha saputo rinunciare ad un antico vezzo a me noto fin dai tempi dei mitici fratelli Manoppo: quello di ideare  nomes de plume con messaggi subliminali.
Come credere ad abbonati che rispondono a nomi come: Mr. Payperview, o la Senora Embalsamada Faraòn di Citta del Messico !?
Comunque le promesse sono debito e con un po’ di autoreferenzialità mi principio:

I natali mi vengono dalla piatta Padania, e come molti oriundi delle terre dai larghi orizzonti ho sentito naturale il desiderio di spingermi oltre i brumosi confini del vicolo del Pesco.
All’età di trentenne in carriera, con tutti i miei capelli neri e dopo largo vagabondare il mondo visibile e invisibile,  senza dimenticarsi dell’emisfero australe, decido per la ferma anticipata grazie ad un pensiero più suggeritore che suggestivo dell’allora dott. Ernesto Guevara.
Blaterando con l’amico Granado circa la vita sull’Isola di Pasqua disse: “Su quell’isola lavorano solo le donne, e l’unico compito degli uomini è quello di renderle felici”.
Con una simile prospettiva mi sono messo senza indugi alla ricerca dell’Isola di Pasqua nel Mediterraneo, perché non vivrei senza la pizza napoletana, e mi sono fermato in Sardegna.
Che è isola isolata e tanta, e scarsamente abitata di isolani ma sufficientemente per uno snob come me.
Ma le donne soprattutto!
Non sono esattamente come favoleggiava il Che, ma hanno occhi bellissimi; lo disse per primo Lawrence (D.H.) ed io lo confermo.
Io amo i Sardi, ed in linea di massima i Sardi amano me.
Proprio a causa di questo grande amore che ci unisce, devo iniziare a parlarne male:
Una delle particolarità più antipatiche degli isolani è la manifestazione di un legittimo sentimento nazionalistico applicato però a qualsiasi oggetto o soggetto sensibile.
Questo rivela un tenero quanto inconsapevole senso di inferiorità, assolutamente privo di fondamento reale, ma che unito alla nota cocciutaggine da barzelletta dà risultanza ad un atteggiamento che non consente qualsivoglia discussione.
Viaggiate con un Sardo alle Maldive e lo sentirete dire: “Bello il mare qui, sembra quasi come quello che c’è da noi;
Le Maldive mancano al mio carnet di viaggiatore, ma non dubito che il mare sia trasparentissimo, bluissimo, croccantissimo come a Cala E’ Lune, ma se vuoi vendere qualcosa in Sardegna ai Sardi, bisogna appiccicarci su l’etichetta prodotto sardo e poco importa che sia fatto a Taiwan o in India.
Io vendo ai turisti e il problema mi tocca relativamente, ma conosco innumerevoli casi: dai salumi importati dall’Olanda, venduti come “tipici della Barbagia”, ai film pornografici che sui giornali locali vengono reclamizzati “vero Hard Core Sardo con attori nostrani”.
Naturale quindi che se c’è qualche diatriba sulla provenienza di qualcosa di buono, per un Sardo l’incerto è certo: è Sardo.
Questo vale anche per i personaggi famosi, che invero nell’isola è raro incontrare forse a  causa delle scarse possibilità di carriera se non nel campo del banditismo e della politica (che è pur sempre banditismo).
L’unico ad aver raggiunto una certa notorietà è Gigi Riva che però leggo dal mio album Calciatori Panini 1969-70 è di Leggiuno (VA).
I più vengono solitamente “sbattuti in Sardegna” per punizione; gli isolani invece prendono la nave per il Continente.
Quindi, se un personaggio famoso in un paese meta di emigranti ha i natali un po’ incerti è sicuramente Sardo; almeno per i Sardi.
Scrivendo di Tango, non potevo mancare questo Sardo Tànghero, bandito e politico; ce ne saranno certamente tanti altri, ma questo è immensamente di più e meglio.
Il suo amore sincero per il tango traspare dalle parole rancorose di un altro grande Argentino, Gato Barbieri:
“Non ascoltavo né capivo il tango» ammette lui stesso «Ma allora era al potere il dittatore Juan Peròn, e non ci era permesso suonare solamente jazz: dovevamo includere nei nostri concerti anche qualche brano di musica tradizionale, dal tango al carnavalito”.
 
Sto parlando naturalmente di Juan Domingo Peròn, già oggetto di contenzioso in Argentina fra le città di Lobos e Roque Perez che ne rivendicano i natali; figurarsi se non si metteva in mezzo anche Mamojada.
Mamojada, paesone barbaricino che gareggia senza sfigurare con gli altri centri del circondario nei campionati di morra, campionari ovini e morti ammazzati, è famoso soprattutto per  il mamuthone, una maschera primitiva molto terrifica, quasi nuragica.
Il gioco delle maschere avrebbe affascinato tanto il mamojadino Giovanni Piras, classe 1891, che emigrato in Argentina e trovatosi nella necessità oggettiva di cambiare la propria identità si trasformò in Juan Domingo Peròn, ed iniziò la fulgida carriera che tutti conosciamo.
I particolari conditi da un mucchio di stucchevoli descrizioni dei bei tempi che furono sono consultabili nel sito “Piras–Peròn” ed i più curiosi potranno approfondire l’argomento acquistando il libro di Peppino Caneddu, che non avendo letto evito di criticare  per contenuti e forma.
In effetti, senza scomodare la psicoanalisi sulla maschera del mamuthone, o peggio “su connottu” del codice barbaricino, una certa somiglianza nelle fotografie fra il giovane Zuanne Piras e l’ufficiale Juan Peròn allievo all’Accademia Militare di Olivos, c’è.
Vedo un po’ meno l’utilità da parte di Peròn di nascondere paranoicamente le proprie origini una volta arrivato al potere, anche se come mi disse un giorno Michele Rio (ma chissà da chi lo aveva sentito): “Il mito va coltivato e non distrutto”.
L’immagine di Peròn era considerata dal clero e dai suoi colleghi militari non propriamente cristallina a causa della discutibile moralità pregressa della di lui moglie, la nota ballerina di tango.
Ma da persona intelligente quale sicuramente era, avrà notato che il popolo delle milonghe se ne impippa di queste cose, gli intellettuali anche, ed i bigotti ne erano perfettamente a conoscenza se è vero che un giorno ebbe a dire ad uno di essi: “Attento, io sono anche vendicativo come un Sardo”
Si ha notizia di un Peròn saldamente al comando dell’Argentina circondato da bracci destri e sinistri barbaricini, con i quali immagino si intrattenesse a consumare cordero asado nelle Estancias mentre organizzava feroci vendette, esattamente come avrebbe fatto negli ovili del Supramonte.
Mistero nel mistero, circola voce che alcune prove incrollabili della sua vera identità siano nascoste in un baule, che per disposizione testamentaria potrà venir aperto solo nel 2004: attendiamo quindi solo pochi mesi per vedere.
In conclusione mi sento di assolvere la questione come bufala probabile ma verosimile.
Ma torniamo invece alla Sardegna: cosa stanno combinando i banditi Sardi ultimamente?
A quanto raccontano le cronache e Radio Barbagia siamo tornati alla discutibile abitudine milonghera di farsi fuori vicendevolmente.
Ha dato inizio alle danze Oliena dove a membri di una ipotetica lista di “morti che camminano” sono arrivati a domicilio, non si sa con quanto anticipo, omaggi floreali sotto forma di corone da morto. Hanno ripreso a spararsi ad Orune e avvisaglie di fuochi si odono dalle parti di Mamojada e Orgosolo.
Ma il mio disco di tango è terminato, così come l’ultima sigaretta Boyard con le quali mi viene pagata la Co.Co.Co a questa rivista.
Lascio dunque alle vostre proteste e alla generosità dei padroni di questo vapore l’eventualità che io tiri innanzi con altre puntate Tanghere, Milonghere del mio e vostro vissuto.
Un fraterno abbraccio a tutti, hasta pronto.

Loriano Pelizzari, 2003  

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© Nueva Compañia Tangueros 2003