Rosso.
L’orlo della gonna sospira ed esce a tratti dal buio della scena.
Caviglia, fianchi, labbra: un respiro unico, sospeso. “Il
primo tango della mia vita è stato Sarabasa di Carlos Carlsen,
suonato dal Cuarteto Cedròn. Poi è venuto A Evaristo Carriego”. 1987,
in una Venezia da tour operator e da vetrinista, con l’inquietudine di
qualcosa di incompleto. “Mi
ero registrata una musicassetta: lo stesso tango in continuazione, su
entrambi i lati. Lo ascoltavo sempre: in giro per le calli, prima di
andare a dormire. Mi ci sentivo completamente identificata. A un certo
punto ho detto basta. Mi sono guardata allo specchio e ho deciso: la
casa la affitto e parto per Buenos Aires con le valige invernali.
Dovevano essere tre mesi; ci sono rimasta un anno intero. Estate
compresa, nonostante i miei maglioni di lana. Sono tornata solo a
Natale: ho chiuso casa definitivamente. Poi ho preso di nuovo l’aereo,
per la mia nuova vita”. Un
altro passo nella storia di Mariachiara Michieli: sotto il cielo
disordinato di Buenos Aires, nella luce del mattino. “Avevo un metro
di balcone, che era quasi più grande di tutto l’appartamento. E’
stato il periodo più romantico dal punto di vista del tango insieme a
me: mi sentivo estremamente povera, ma anche estremamente valiente.
Ed ero un animale raro: non si usava, allora, che una ragazza europea
andasse da sola in Argentina a studiare seriamente il tango”. Quando
ricorda i suoi maestri, nel volto si stende la dolcezza. Un altro
sguardo al di là. “Da
Antonio Todaro andavo a prendere lezione al mattino, intorno alle 10.
Antonio mi proteggeva dal punto di vista del ballo: Devi difendere i
tuoi piedi, mi diceva. E’ stato lui a presentarmi Pepito…”. Le
sopracciglia sempre all’erta, pronte a comunicare ogni mutamento del
cuore, infilate in un viso rotondo. Era un omino, Pepito Avellaneda. Ma
con le ali ai piedi: “Quando l’ho incontrato la prima volta sono
stata sincera. Ho detto solo tre cose: sono straniera, ma ho tanta fame
di imparare; voglio vivere qui; non ho una lira. Pepito è diventato un
papà indescrivibile: aveva tutti i difetti del buono nell’anima.
Facevo lezione con lui dopo essere stata da Antonio”. A
metà pomeriggio, un giro in pasticceria per comperare le facturas:
un pacchettino tenero e croccante, che viaggiava fino alla milonga dove
viveva Miguel Balmaceda. “Il mio primo maestro. Da lui ho imparato il
senso della densità della danza. Per nove mesi non ha fatto fare altro
che i passi di base: scacciava gli alunni che vedeva ballare senza
aplomb. Con Miguel la lezione iniziava alle 18. Alle 21 c’era la
pratica collettiva: si mangiava una pizza, e poi si ballava in milonga
fino alle 4, alle 5…alle 6 del mattino, quando arrivavo a casa e
facevo i miei sacrosanti pianti. Ma alle 10 ero di nuovo in piedi”. L’alba
di un nuovo giorno, a Buenos Aires. “Era come se mi avessero partorito
un’altra volta: sono sempre stata un carattere violento e ribelle. Lì,
nel tango, ho trovato serenità e dolcezza. Ero, in tutto e per tutto,
una ragazza argentina. E libertà era sentirsi assolutamente al mondo
che vivevo: non ho mai provato tanto senso di ingiustizia e tanta
felicità insieme. In quei giorni ho capito cos’era quello che mi
aveva sempre fatto stare male: la violenza della mancanza di un rapporto
vivo con la realtà che mi circondava”. Perché
a Buenos Aires, allora, la poesia camminava per strada, con i piedi
scalzi. E quando decideva di fermarsi, lo faceva in maniera
sorprendente: “In Canning già dal corridoio ti raggiungeva una musica
bellissima. Poi entravi, e vedevi: tutti quei vecchi, quella gente di
ottant’anni, abbracciata. Che ballava. Capivi che la tua vita va molto
più in là di quello che ti dicono. Quella poesia, quella ricchezza di
sentimenti che sembravano palpabili sono stati come un ceffone. Allora
non c’erano i turisti di oggi: siamo noi che abbiamo costretto gli
argentini a venderci qualcosa; e il tango non è più stato quello che
per loro era stato da sempre: una cosa bella da vivere. Ma prima c’era
la sapienza, c’era chi dirigeva il gioco. Qualsiasi ola creativa
veniva canalizzata dai vecchi. Apprendendo come ci si comporta in una
milonga, apprendevi la condotta per essere un tanguero, per pensare e
vivere come un tanguero. Bastava un gesto, una piccola frase. Il vecchio
ti diceva: No, nene. Era sufficiente: ma non era come l’educazione o
l’imposizione di regole. Allora ti mettevano in condizione di capirli
sinceramente, e comprendere meglio la poesia che ne traspariva”. Ancora
un istante a Canning e ai suoi riti, nel tempo sospeso degli abbracci.
“Per me il tango è soprattutto tenerezza, non sensualità: è la
complicità che possono avere due persone malgrado quello che sono nella
vita”. Buenos
Aires saluta, con una ruga amara: Noi europei abbiamo imposti agli
argentini di insegnare sempre di più e più diversamente. In Europa
tutti hanno le esigenze dei ballerini professionisti senza averne la
mentalità, il corpo, la muscolatura e la preparazione”. Negli
occhi di Mariachiara passano le luci di tutti i teatri riempiti, al
fianco di Alejandro Aquino e della Compañia Tangueros: New York,
Londra, Parigi. Una fuga di ribalte accompagnate dal successo. Così l’orlo della gonna rossa torna a muoversi: forse Mariachiara sta uscendo dallo schermo. O, forse, sta entrando in una nuova storia. Certo è che il suo sguardo continua a traguardare. “Il tango è un linguaggio coreografico, ma è anche una espressione che va al di là della sua stessa storia: un enorme canzoniere popolare, fatto di musica e di danza”. E la direzione è chiara: “Lavorare nella tradizione di quanto visto tra le righe del tango autentico senza trascurare il secolo in cui viviamo. Non perché è stato insegnato da una massa anonima di gente il tango vale meno: è invece una danza che va portata allo stesso livello delle altre, un’arte completa che ha la sua verità nel corpo, anche se viene sempre minimizzata. Forse è che il tango è una causa persa: dunque, una delle poche per cui valga la pena combattere. O, seguendo Jean Cocteau, il tango è un fuoco di paglia; che durerà”. Michela Fregona, 2001 Anime
altrove - Lucia Baldini e Michela Fregona
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