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RICORDO
DI OSVALDO PUGLIESE
di
Marco Castellani
Quando
a Buenos Aires incontrai per la prima volta Osvaldo Pugliese, mi
scusai: era una vergogna che non avesse mai suonato in Italia.
Quel che per voi è vergogna, mi rispose, per me è rabbia.
Qualche anno più tardi, quando su intercessione di noi
Tangueros, la città di Palermo era ormai pronta non solo ad
invitarlo, ma anche a conferirgli la cittadinanza onoraria, il
Maestro ci lasciò all'improvviso. Era il 26 luglio 1995 ed
eravamo a Cremona. Quella stessa sera Mariachiara e Alejandro
ballarono in suo onore Recuerdo, Chiquè e Los
mareados, davanti a duemila spettatori.
Da parte mia, scrissi quanto segue.
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Per
il mondo del Tango era semplicemente “el Viejo” oppure “el
Maestro”. Di sicuro fu maestro di tutti, vecchio non lo fu mai per
nessuno. Semmai erano in molti a considerarlo eterno, o una settimana
meno, come diceva Macedonio Fernandez.
Osvaldo Pugliese ha vissuto più a lungo di tutti gli altri grandi
maestri; come Horowitz e Gil Evans aveva fatto della longevità musicale
un’arte. Non esiste un tango che non gli sia passato tra le dita.
Nel 1994 aveva festeggiato simultaneamente il 75° anno di attività nel
Tango, il 70° anniversario di Recuerdo, il suo tema più
celebre, e il cinquantenario della sua orchestra.
Visse tanto da conoscere tra i malanni che la vecchiaia inevitabilmente
porta con sé anche la rombante solitudine della sordità senile. Questo
fastidio non lo fermò: nel 1992 gli furono sufficienti quattro o cinque
note di solo ne La cachila del suo prediletto Arolas per
commuovere fino alle lacrime un affollatissimo Teatro Alvear, riempitosi
per ascoltare il Viejo in uno straordinario concerto con i suoi antichi
compagni del Sexteto Tango.
D’altronde il vero strumento di Pugliese era la sua orchestra, che
fondò nel 1939 e che mantenne fino all’ultimo. Da buon comunista
ortodosso quale era, l’aveva organizzata in forma di cooperativa:
tutti i musicisti venivano pagati secondo ferree tabelle di anzianità e
le incombenze distribuite secondo le personali inclinazioni di ognuno.
Per l’assegnazione dei ruoli musicali, però, vigevano criteri
esclusivamente musicali. A volte si producevano confusioni
inestricabili: il primo bandoneòn per anzianità suonava la parte del
quarto bandoneòn seduto al posto che normalmente spetta al secondo
bandoneòn. Forse anche per questi motivi, l’Orchestra Pugliese fu
sempre considerata la migliore orchestra di tango del mondo, anche dai
detrattori. Solo i ballerini più abili si azzardavano a ballare
Pugliese, gli altri si sedevano ad ascoltare. La pulsazione estremamente
plastica, le raffinate poliritmie, gli esasperati rubato ne facevano
un’orchestra difficile, ma “linda para escuchar”.
Seguire la melodia di un tango, magari canticchiarla, è un placido
esercizio cui ogni melomane indulge quotidianamente. Con Pugliese
diventa arduo come seguire il corso di certi irreperibili torrenti di
montagna che a tratti scorrono copiosi, poi scompaiono, si ripresentano
due chilometri più a valle, sgorgano da una petraia, per poi incunearsi
di nuovo nel sottosuolo.
Pugliese come un mago nascondeva o rivelava, ma il più delle volte
nascondeva: ebbe sempre la più grande considerazione per le note che
non si suonano. Tollerava a malapena i cantanti, che in quegli anni gli
erano commercialmente indispensabili, per questa loro mania di voler
cantare tutto: non potendo omettere le sillabe, cantavano anche le
virgole. Per i testi che metteva in musica, Pugliese non aveva la minima
sensibilità. Se l’Orchestra era gloria pura, le canzoni facevano
smagliare le calze. Non era una semplice questione di cattivo gusto:
Pugliese era, perché voleva esserlo, poeticamente populista,
nazional-popolare diremmo oggi, in quanto musicalmente era
sofisticatissimo.
Temeva forse di essere scambiato per uno di quegli intellettuali
separati dalle masse, lui che si considerava piuttosto un “martillero”,
un operaio della Musica Popolare e si vantava di essere uno spartachista.
E dei più competenti, anche.
Difatti, veniva spesso in Italia, uno dei pochissimi paesi in cui non
suonò mai, sulle tracce dei genitori (papà Pugliese di Puglia, mamma
piemontese) e dello schiavo ribelle Spartaco, che lui pronunciava
Espartaco. Visitò più volte il Colosseo per ricordarsi di non stare
mai dalla parte dei circenses. E doveva sentirsi un poco Espartaco
quando a volte il regime peronista lo incarcerava, anche se solo per
brevi periodi, vista la sua popolarità. In questi casi, l’Orchestra
Pugliese suonava senza Pugliese, a pianoforte chiuso e con un garofano
rosso sulla tastiera. Clavel rojo (Garofano rosso) è
anche un tango dedicatogli da uno dei suoi migliori discepoli, Carel
Kraayenhof, bandoneonista e direttore del Sexteto Canyengue, nonché
fondatore del Dipartimento di Tango del Conservatorio di Rotterdam di
cui Pugliese era preside onorario.
Come compositore non fu prolifico, ma scrisse per lo meno quattro tangos
decisivi. Recuerdo, da moltissimi giudicato il più bel
tango di tutti i tempi, lo compose nel 1924 a diciannove anni, aprendo
tutta una nuova fase storica della musica di Buenos Aires, denominata
Guardia Nueva.
Venti anni più tardi, quando poté contare su un’orchestra finalmente
sua, compose una trilogia di capolavori: La Yumba, Malandraca
e Negracha, che contengono una sintesi di tutto il Tango
precedente e buona parte di quello che sarebbe venuto in seguito,
Piazzolla compreso. Più che compositore, Pugliese fu distillatore e in
questo fu simile a Thelonious Monk: entrambi operarono e modificarono
l’essenza. Con Monk aveva in comune anche la particolarità del
linguaggio metaforico con cui parlava ai musicisti: per spiegare una
sincope diceva che erano le gambe di una ballerina. Il suo
caratteristico marcato era un pesante armadio trascinato due volte per
misura o anche il crollo intermittente dell’intero mobilio, sui tempi
1 e 3.
Accanto a Pugliese, in più di cinquanta anni, suonarono innumerevoli
eccellenti musicisti, alcuni indimenticabili: Osvaldo Ruggiero,
bandoneonista principe, Enrique Camerano, primo violino per antonomasia,
Emilio Balcarce, sommo arrangiatore e violinista, Aniceto Rossi,
potentissimo contrabbassista. Per quanto fossero già musicisti di
enorme talento, insieme al Maestro diventarono dei capiscuola, creatori
di uno stile che segnò indelebilmente quasi tre decenni, fino cioè ai
centrali anni ’60, anni in cui anche in Argentina cambiò tutto. Le
oltre 600 orchestre di Buenos Aires sparirono frantumandosi in una
miriade di piccoli gruppi economicamente meno impegnativi. Il Tango
strumentale si trasformò per sempre sotto le spinte del Tango Nuevo
capeggiato da Astor Piazzolla e Eduardo Rovira, quello ballato fu
abbandonato in favore di altri ritmi di provenienza anglo-americana.
Pugliese sopravvisse. Più dura fu la diserzione di quei suoi compagni
che formarono il Sexteto Tango: lo lasciarono praticamente senza
orchestra e con l’amarezza del tradimento subito. Non si parlarono per
dodici anni, fino alla celebrazione del 75° compleanno del Maestro, al
Luna Park di Buenos Aires di fronte a 10.000 persone.
Osvaldo Pugliese fu celebrato nel 1985 anche al Teatro Colòn, ovvero la
Scala argentina, in un memorabile concerto in cui gli riuscì di riunire
in un’esaltante Yumba finale tutti i componenti della
sua orchestra, compresi quelli che vi avevano militato anche solo per
pochi mesi.
Ma ciò che toccò il cuore di tutti, in quella serata, fu la commozione
e l’orgoglio del vecchio Pugliese che ad ottanta anni era finalmente
arrivato a portare la sua Orchestra, i suoi musicisti, la sua Musica del
Popolo, proprio lì nel tempio della Grande Arte.
Era il nobile Espartaco, finalmente in Paradiso.
©
Marco Castellani - fine
luglio 1995
COPERTINA
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