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IL
ZANTO
DELLA SPADA
di
Rodigo Fresan
Mai
come in questi giorni tristissimi si era tanto invocato
l'intervento di un qualche supereroe - andrebbero bene sia John
McLaine che il sorpassato Nembo Kid, sempre che i superpoteri
non logorino anche chi ce li ha - che a mani nude e senza
bombardare nessuno, catturasse e castigasse i malvagi.
Ai belligeranti, il continente Latinoamericano potrebbe fornire
l'unico eroe di cui dispone. Leggiamone il ritratto pubblicato
recentemente su Radar. |
Zorro
ritorna sempre perchè, siamo sinceri, Zorro non va mai da nessuna
parte. Come uomo è provvisorio e come supereroe non è gran cosa: è
carente di poteri soprannaturali, come quelli che invece ha Superman, e
non è nemmeno spinto da quella oscurità interiore che porta un
miliardario a vestirsi da pipistrello e a saltare di notte per i tetti.
Una pagina in internet arriva a definirlo “lo Zeppo Marx dei
paladini”. La sua propensione alla difesa degli umili (risulta infatti
difficile immaginarlo a conferire con il sindaco di Gotham City o, già
che ci siamo, con il Presidente degli Stati Uniti) lo converte in una
virtuale spada bagnata nel Pantheon dei campioni della Giustizia. Peggio
ancora: Zorro è latino e, dunque, donnaiolo, bon-vivant e, soprattutto,
casinista. Come recentemente ha scritto Dolores Graña, seguace del
personaggio fin dalla tenera infanzia: “Zorro è un tipo felice, che
si diverte a far passare per scemi tutti i suoi avversari. Non ha
bisogno di denaro, non vuole la celebrità, non ammazza nessuno: è
l’autentico cool-man latino-americano con un hobby stravagante, e
questo è tutto. Ognuno di noi potrebbe essere Zorro e di fatto, tutti,
prima o poi, lo abbiamo desiderato”.
Chiunque potrebbe sciabolare una Z tanto per divertirsi. E la spada –
si sa – è la più giocherellona delle armi (in seconda posizione c’è
la frusta, un altro strumento che Zorro domina alla perfezione). La
spada è patrimonio degli avventurieri di razza, degli spadaccini
decontracté. Pensiamo ai tre (o quattro) moschettieri, al Tulipano Nero
e alla Primula Rossa, a Scaramouche, a quel falso gobbo che è il
Cavaliere Lagardere (protagonista del recente e magnifico film In
Guardia!), agli allegri compari della foresta di Sherwood. Costoro
hanno qualcosa che li accomuna tutti: conoscono il lato oscuro della
strada, sono aristocratici anche se di lignaggio sospetto, e non li
ossessiona alcuna mania indipendentista alla Sandokàn. Già lo aveva
detto John Lennon, il più volpone tra i rockers: “A working class
hero is something to be” (essere un eroe della classe operaia è
qualcosa che vale la pena).
Sul
suo destriero, quando spunta la luna
Zorro è apparso per la prima volta (già provvisto di spada e parola)
evocato dalla penna di un giornalista di cronaca nera che si chiamava
Johnston McCulley, il quale, nei momenti liberi, scriveva per riviste di
pulp-fiction quali Argosy e All-Story Weekly e per
un giornaletto dal suggestivo titolo Short Stories for Men.
La prima novella a episodi di Zorro si chiamava “La maledizione di
Capistrano”. Il personaggio era ispirato agli eroi di Dumas e anche a
quegli onesti banditi messicani tipo Joaquìn Murieta, Salomòn Maria
Simeòn Pico o al revoluzionario José Maria Avila. Fin dall’inizio la
cosa sembrò alquanto strana. Il nostro Zorro amava cantare alla minima
opportunità, poteva disquisire per ore con la damigella di turno sulle
virtù di questo o quel profumo e – dettaglio ancora più inquietante
– alcune delle sue avventure lasciavano abbastanza a desiderare dal
punto di vista epico: “Zorro aiuta un invalido” o “Zorro infilza
un piccione” o “Le tortillas calde di Zorro” non sono titoli di
sicuro potere evocativo. A nessuno gliene importò poi molto. Forse
proprio perchè chiunque può imparare a tirare di scherma e – i
genitori ringraziano – il suo costume non è così complicato da
confezionare. Zorro fece centro fin da subito perché era mortale,
imperfetto e confusionario. Un perverso aristocratico anche se privo del
pathos di un Bruce Wayne vampirizzato dalla sete di vendetta?
Rivoluzionario di classe abbiente che preannuncia il Che Guevara?
Un’altra volta come all’inizio. Quando viene l’ora di domandarsi
il perchè Don Diego de la Vega si prende tutto questo disturbo, potendo
invece essere felice nella sua hacienda, la risposta è definitivamente
una sola: per fare un po’ di casino.
L’uomo
malvagio, saprà castigare
I cattivi di
Zorro sono cattivi da operetta e – come vuole la tradizione
latinoamericana – sono sempre o militari o arricchiti. La costante si
mantiene dai tempi di Douglas Fairbanks, passando per Tyrone Power e Guy
Williams, deviando un poco nella stranezza di una Zorra (Linda Sterling,
nel 1944), tornando al carattere facilone e omofobico di George Hamilton
e Alain Delon e agli immancbili spaghetti-zorro, fino a raggiungere la
dualistica e schizofrenica astuzia di Jeckill-Hopkins e di Hyde-Banderas.
La grande furbizia di La maschera di Zorro – la stessa che il
qui produttore esecutivo Steven Spielberg aveva saputo indovinare nella
saga di Indiana Jones – risiede nella sua sfacciata ambizione di
pigliatutto, nella sua scoperta e per nulla dissimulata volontà di
esaurire il genere e di spremere il personaggio fino all’ultima
goccia. Per questo, sì, La maschera di Zorro è un filmone
comico, che diverte divertendosi (si arriva al culmine nella
pasticciatissima sequenza del ballo, tango o flamenco o quello che è) e
che, se è cosciente di qualcosa, lo è dei propri limiti nella
rappresentazione di un eroe limitato. Per preponderanti ragioni epocali
e geografiche, a La maschera di Zorro è precluso l’effettismo
degli effetti speciali (con l’eccezione della sequenza quasi alla Bond
dell’esplosione della miniera); per questo motivo, opta per un trucco
da volpone: due di tutto. Due cattivi: il malvagio latifondista spagnolo
Don Rafael Montero (Stuart Wilson) e il biondo capitano nordamericano (Matt
Letscher), che risponde al nome – questo non lo crederete – di
Harrison Love. Due Zorri, o in realtà quasi tre, se si conta anche
l’efficiente Elena Montero (che assomiglia moltissimo a una Chica
Vargas, interpretata da Cathrine – e a questo crederete ancor meno –
Zeta-Jones) incarnati dal classico Don Diego de la Vega (Anthony Hopkins)
e dal suo successore Alejandro Murieta (Antonio Banderas, che qui
perfeziona ulteriormente il suo stile Mariachi Parliament). Su
quest’ultima dualità – la relazione è quella di Merlìno/Arturo o
anche quella del mutuo insegnamento tra il professor Henry Higgins e
Eliza Dolittle in My Fair Lady – si basa il vero incanto de La
maschera di Zorro: la netta e reiterata sensazione che tutti noi
potremmo essere Zorro se solo potessimo contare sul maestro adeguato.
Marcando
la Z di Zorro
Zorro è più
messicano che altro (in ogni caso, è un chiaro esponente del Nuevo
Hombre, ossia del Buon Selvaggio che flirta con essere il Buon
Rivoluzionario) ed è noto che il Messico è terra di supereroi
piuttosto bizzarri: il lottatore di catch El Santo, il mentalista Kalimàn
e Chapulìn Colorado. La maschera di Zorro gode dei benefici
derivanti dall’essere stato filmato in Messico e non solamente per
motivi economici– come Duna o Titanic – ma per un’imperativa
necessità di colore locale. L’utilizzo dei leggendari studi
Churubusco del D.F. per gli interni, così come i fiammeggianti paesaggi
di Tlaxcala, Pachuca e Guaymas hanno fatto sì che il lancio
internazionale de La maschera di Zorro cominciasse in Messico un
paio di mesi fa, in simultanea con gli Stati Uniti, e che la prima
assumesse quasi le caratteristiche di una festa patriottica. Finalmente
un latino (per quanto sia in realtà uno spagnolo, qualunque cosa è
meglio di un nordamericano, in Messico) che interpretava il celebre
personaggio; e la gente è tornata più e più volte a rivedere il film,
a placare la sete di vendetta storica, ad urlare e schiamazzare al
cinema, ad applaudire fino a spellarsi le mani e a strafogarsi di
tortillas calde durante gli intervalli. Lì, sullo schermo, un tipo
brillante che cavalcava sullo sfondo di tramonti scarlatti che
riproducevano senza sforzo apparente quella California technicolor che,
alla fine, si sono poi tenuti i gringos. Un nemico – meglio aiutare un
invalido o infilzare un piccione – che Zorro non si è certo preso il
disturbo di affrontare.
Troppa fatica.
©
Rodrigo Fresan – 1999
Radar
– supplemento a Pàgina/12
traduzione di Marco Castellani
COPERTINA
VERSION EN CASTELLANO
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